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Mattinata all’Università di Cagliari

“Un comunicatore che fa anche il DJ”
Finisce una bella mattinata da ospite all’Università di Cagliari nel Corso di laurea in Economia Manageriale.
Ho raccontato le mie esperienze e la mia professione ai ragazzi del corso con un elisir finale… 😀
Grazie ancora una volta Giuseppe Melis Giordano 🙏

Crisi comunicativa (da coronavirus)

Nessuno nasce preparato alla gestione comunicativa di una crisi, men che meno per un’emergenza di questo genere.

Le Istituzioni, come ho sempre affermato, sono da anni indietro sul lato comunicazione e ora sono state obbligate – con la sensazione di proprio non volerlo fare, tipo quando ti invitano a una festa e tu fino all’ultimo non vuoi uscire e se ci vai tieni il muso – a dover colmare gap epocali ed errori, facendo fronte a uno scenario nuovo.

E’ stata la prima emergenza importante ai tempi della disintermediazione generata da fonti di informazione secondarie, in particolare i social e le applicazioni messaggistica personale, che oramai vengono utilizzati dalla larga parte della popolazione.

“La comunicazione, e mica sarà un’urgenza!”, quante volte abbiamo sentito questa frase nel nostro piccolo mondo lavorativo?
“Perchè investire in comunicazione, me la faccio da me!”, e questa?

Molti operatori politici e istituzionali hanno pensato che si potesse ragionare ancora con gli schemi di decenni fa: comunicati stampa, articoli preconfezionati, interviste tv, magari anche i segnali di fumo. Sui social, tanto “ci sono i ragazzini e gli incazzati”. O i webeti.

Invece no, il mondo è cambiato. Da troppo tempo. E la comunicazione è un aspetto delicato, fondamentale, che fa la differenza. Non è un gioco da ragazzi o un passatempo.

In tutto il periodo in cui le istituzioni hanno dovuto capire che i social fossero importanti e si son dovuti riorganizzare con soluzioni d’emergenza – homemade tipo quando non sai cucinare e devono arrivare gli ospiti e allora scongeli la pizza – i cittadini si son trovati nel caos.

Caos dovuto all’infodemia da una parte (lo scenario nazionale e il mondo dell’informazione) e la povertà di informazioni dall’altra (le istituzioni in Sardegna). Risultato? Paura e incertezza e ricerca di informazioni in ogni dove, alimentando dubbi e fake news.

Pagine facebook organizzate last minute, siti improponibili, video creati senza preparazione, parole nell’aria senza un minimo di attenzione alle formule e ai toni: anche semplici strumenti comunicativi sono stati utilizzati perché “si doveva” non tanto perché se ne conoscesse il valore e il fine.

E così sono andati avanti toni sensazionalistici, dichiarazioni, appelli, urla, parole d’ordine che sembrano più da campagna elettorale o da chiamata alle armi che da comunicazione in crisi.

L’assenza di obiettivi chiari e di un piano comunicativo, di persone che coordinassero e filtrassero gli umori o ordinassero dati e informazioni ha fatto il resto, generando confusione e disordine, lasciando scorrere come un fiume in piena l’onda emotiva.

Alla fine, quello che trapela oggi è solo caos, umore, rumori di fondo, parole contraddittorie e improvvisazione.

Eppure si poteva e si doveva fare altro: meno allarme, meno emotività, più coordinamento, semplicità, chiarezza e puntualità.
Far sentire le istituzioni vicine, raccontare le opportunità, valorizzare le buone pratiche. Trasmettere fiducia e sicurezza, delineare i percorsi, non solo alimentare paura e sfiducia a un’opinione pubblica fatta di UOMINI e non solo di deficienti. Che stanno vivendo una situazione mai nemmeno immaginata.

E non sarebbe stato male nemmeno un sito per coordinare e gestire le informazioni, una sorta di piattaforma digitare in cui convogliare notizie, dichiarazioni, dati, ma anche testimonianze positive.

Tutto questo, purtroppo non è stato fatto ed oggi si può solo restar fermi all’ennesima diatriba politica, se sei di destra o se sei di sinistra, bravi clap clap, impallinare chi prova a ragionare nel caos e offrire le sue idee, tacciandolo di intelligenza col nemico (il virus) e di poco rispetto per le vittime e per chi lavora negli ospedali. Formula talmente vecchia che nemmeno chi la dice ci crede.

 

 

Consigli semiseri per attività che lavorano col pubblico!

Alcune cose che non sopporto quando sono cliente (che poi sono consigli):

1) che la carne di cavallo (o un piatto richiesto) finisca alle 21 di un sabato o di un venerdì (fatti bene i conti!)
2) che i croissant alle ore 10 siano già finiti;
3) che porti la macchina, ti accordi per un preventivo e poi al ritiro ne ricevi un altro con servizi mai richiesti e accordati (e tu ti trovi a pagare);
4) che in un bar quando non ti conoscono al bancone non ti salutino (sono sfigato, lo so!)
5) che non ci sia il bicchierino d’acqua compreso nella colazione (eddai!)
6) che mentre mi servi fai altre cose non inerenti il lavoro (tipo parlare dei caxxi tuoi);
7) che ci mettano dodici ore a servire un cliente quando ci sono pochi altri in sala;
8 che non ti accolgano e ti facciano aspettare all’ingresso di un locale per un tempo non ragionevole;
9) che ci sia odore di fritto e di cucina tale da garantirti un sicuro passaggio in lavanderia;
10) che ci sia musica a tutto volume (peraltro dozzinale) in una caffetteria.
11) che mettano al servizio clienti le persone più sgarbate.
12) che non rispondano a telefono, mail, social

Magari si può migliorare tanto, anche con un po’ di attenzione, che dite? 🙂

Torno a scuola!

No, non in quel senso! Riprendo gli incontri su social, giornalismo e comunicazione nel mondo della scuola.
Spoileriamo?
Prossima settimana sarò ospite all’alternanza scuola-lavoro di ISI – Istituto Scolastico Italiano Cagliari per una lezione sui social media.
A breve sarò all’Istituto Comprensivo Sestu per il progetto del giornalino scolastico!

Ringrazio per la disponibilità Patrizia Caddeo Giovanni Virdis (Isi) e Alessandra Patti Calzelunghe (IC Sestu)

(Nella foto, una bellissima mattinata a Merate – Lecco – al Liceo Agnesi di un annetto fa o forse di più!)

Perché le persone hanno bisogno di vederti

Sono appena atterrato a Milano, dopo un’oretta tra le nuvole. Bellissima sensazione! Il cielo è coperto e l’aria afosa. Prendo ora la 74 e vado in centro per poi godermi una serata in Isola. Sarò a casa stanotte, la mia piccola dimora meneghina.

Domani metterò musica – se si parla di dj si può dire? – a un evento sportivo con il Comune di Milano e la Fondazione Milan in un bell’impianto sportivo in centro, zona Moscova, il Playmore.

Amici conosciuti grazie a Corrado Melis che mi ha coinvolto nella manifestazione Superleague al Terrapieno in questi anni e che ancora ringrazio. E poi in questo weekend amici e contatti di lavoro. Si prova a fare tanto in poco tempo.

Pensavo in volo che in queste due settimane di ritorno in terra sarda ho incontrato tantissime persone.

Mi son stupito da quanta energia positiva e gentilezza ho ricevuto.

Mi son emozionato nel vedere il cambiamento negli occhi di tanti, nonostante le difficoltà e la crisi economica. Un caffè, una chiacchierata, una cena,,anche un saluto veloce magari per caso. È successo talmente tanto che sembra passato un anno

Mi son ricordato quanto sia importante il rapporto umano, stabilire legami prima ancora di fare collaborazioni e lavori assieme, che siano un progetto di comunicazione o una serata da DJ.

Ho capito che per quanto possa essere sui social la gente vuol sapere che tu esisti veramente. Ti vogliono vedere, toccare, incontrare. Vogliono vedere che sei degno di fiducia e che sei veramente come racconti.

Quando capiscono che sei la persona “giusta” si aprono con te. Nascono amicizie o collaborazioni, tutto é possibile. Ti danno quanto ricevono, se non di più.

Allora perché muoversi sempre? Perché viaggiare? Finché non ti muovi non accade nulla. Devi far increspare l’acqua che stagna, stupire, invitare, incontrare, proporre, chiacchierare prima di tutto per il gusto di farlo, al di là di quel che accade. Prima di dare una mano agli altri devi riuscire a toccare il cuore delle persone.

Giornalisti sopravvissuti

Quando ho cominciato a fare questo mestiere, era più o meno il 96, potevo scegliere: giornalista o addetto stampa. Scrivevo un articolo, lo mandavo, avevo un compenso regolare. Stop. Poi ho cominciato a proporre ai clienti e ai primi politici anche l’uso di un sito web. Mi guardavano strano. Pensate poi quando ho detto “usiamo facebook?” e ho cominciato con le squadre di calcio a 5 e poi con le piccole attività e gli eventi. Qualcuno mi ha trattato da pischello (e lo fa ancora!). Promuovere sui social è roba da bimbi… pensavano!

Oggi prendo un lavoro di comunicazione e devo essere nell’ordine: addetto stampa, social media manager, blogger, fotografo, videomaker, motivatore di te stesso, esperto di contabilità, psicologo, segretario, grafico, esperto di marketing. recuperatore di crediti. I confini sono indefiniti e non ditemi che “bisogna delegare” perché é ovvio che avere una squadra di professionisti per ogni settore è meglio, ma il mitico “budget” è quello ched’é.

Però dai, ci lamentiamo spesso ma sappiamo che questa disgraziata multidisciplinarietà in fondo è una ficata anche se continueranno a chiederti “che lavoro fai?” e ti guarderanno in cagnesco non percependo mai fino in fondo cosa fai e quanto tempo fai risparmiare.

Non ti senti mai arrivato e hai sempre voglia di sapere e fare. Unica certezza: sapere di non sapere mai abbastanza.😚

Al calar del sole…

Il sole non ha ancora voglia di scendere sulla tavola color piombo del mar di Sardegna. Il ritmo reggae di un cantante giamaicano e un giro di batteria inonda gli avventori del baretto che si affaccia sulla spiaggia alla ricerca dell’ultimo raggio e del sorso giusto per allietare la sete. Un uomo abbronzato con una polo bianca con innesti viola specchia il litorale dai suoi RayBan sorseggiandoci un drink color arancio. Due bimbi scuri giocano con pazienza a scacchi mordendo panini imbottiti con mozzarella e pomodoro. C’è ancora qualcuno che sfida il mare e le alghe che rendono incerto il fondale, altri vanno via prendendo sulle spalle ingombranti bagagli. Intanto il mare, con le sue onde, a cicli di cinque sei secondi, fa sentire il suo rumore.

Emozioni non filtrate

Dopo tanta curiosità e foto sul web (per intenderci “lessamento di wallace”) ho finalmente provato l’Ichnusa non filtrata.

Sono rimasto deluso.Mi avesse comunicato qualche sensazione particolare, qualcosa per cui ricordarmi di averla bevuta, nulla…giuro! E non è stato solo il mio giudizio.

Ho scrutato l’etichetta alla ricerca di altri emozionanti indizi comunicativi e si capisce che è forte la voglia di dire ched’è sarda e che è nata localmente.

Domando (senza polemica e forse banale): ma la ggggente prende la birra (un po’ come usa gli occhiali e i pantaloncini corti perchè vanno quest’estate) perché lo fanno gli altri quindi ripete gesti per ricerca di sicurezza e conferme sociali, per senso di appartenenza territoriale (bevo Ichnusa=sono sardo) o perché alla ricerca di un gusto diverso o esperienza sensoriale?

P.s. tanto di cappello a come Ichnusa e il suo marketing siano entrati nell’immaginario collettivo.

I processi ai tempi di Facebook

E’ di ieri la notizia della bambina dimenticata in auto e salvata dalla polizia: anzichè giudicare come sempre facciamo e liquidare tutto alla disattenzione e poca maturità riflettiamo sui tempi veloci e complicati in cui siamo incastrati. E pensiamo che siamo tutti prigionieri di questo sistema che per sopravvivere, riuscire a pagare tasse e bollette e farci quadrare i conti, ci ha portato al rischio di compiere sempre errori anche gravi. Certo, sarebbe bello stare su una casetta in Canada e guardare il mondo senza dover muovere dito, lasciando che il tempo passi e senza farci sfiorare dal resto. Bellissimo. Anche io punto a questo. La realtà è diversa ed è figlia dei tempi.

Ma questo discorso a chi ha una vita certa e sicura, progettata e senza mai problemi, confezionata come un pacco regalo, non quadrerà mai: si fermerà allo sterile giudizio, buono o cattivo, giusto o sbagliato, colpevole o innocente.

Come sparare sulla croce rossa

Manifestare contro altri uomini è penoso e vile anziché manifestare contro chi ha permesso tutto questo e chi, in tutti questi decenni, ha reso la nostra isola un paradiso di povertà e sottosviluppo, e ha portato precarietà e disagio nella vita dei sardi, me compreso.
Non mi pare siano i migranti i colpevoli – o vi prego illuminatemi – dello sfascio, dei trasporti vergognosi, delle vertenze lavorative, dei numeri dei disoccupati, dei buchi di bilancio, del sottosviluppo delle zone rurali, dei bassi livelli di scolarizzazione, ma una certa classe politica e dirigenziale che non viene votata e sostenuta da marziani ma sempre da sardi.
Certi passaggi e ragionamenti sfuggono, presi dall’ansia di sparare sul bersaglio più semplice, ci vuole poco e non ci rende grandi uomini.

In me provoca una grande amarezza, più che rabbia, leggere certe parole d’odio, specie se a scriverle sono padri e madri l persone a cui è richiesta una dose di buon senso.

Felice di pensarla diversamente e non arrendermi alla superficialità dei giudizi e magari far ragionare qualche contatto un po’ …”distratto”