Non avrei mai pensato fino a qualche anno fa di riuscire a venire a visitare un posto così.

Mi è sempre piaciuta la storia, mi sono laureato in un indirizzo storico, ho sempre pensato che conoscerla oltre ai libri, andando anche nei posti, fosse un modo per capire tante cose del presente e immaginarsi un futuro.
La storia contemporanea è un crogiolo di situazioni che non vanno abbandonate all’usura del tempo e al ricordo ma decifrate e comprese.

È difficile raccontare esperienze come questa di oggi senza che il cuore non ne venga irrimediabilmente travolto e cambiato. Anche ora, comodamente seduto in hostell, sento l’emozione. La stessa che ho provato con un sussulto quando ho perfettamente iniziato a capire bene dove fossi.

È strano arrivare ad Auschwitz comodamente seduti in un pulmino come se fosse un tour qualunque in un posto meraviglioso. Non è un posto meraviglioso, ma un luogo che pone un enorme punto interrogativo su tutti noi, da cui si possono cercare mille risposte, in cui si toccano per mano le parole odio, indifferenza, disprezzo, morte, violenza, offesa, discriminazione.

È un posto che non serve solo a capire una tragedia storica immensa, ma mille altre tragedie che ci sono e forse a decifrare quella parola così dura che si chiama odio, per provare poi a trovare le strade irte e scoscese verso quell’altra parola, il suo opposto, l’amore.

Corri verso l’orrore della storia attraversando paesaggi bellissimi, foreste e villaggi innevati. Roba da cartolina. Ma l’orrore si avvicina, lentamente.
I tour guidati per Auschwitz costano meno di 30€ a testa, durano circa 7 ore: affidatevi a loro. Se poi siete “fortunati” ad avere una guida come la mia, un uomo polacco con pochi sorrisi e molte frasi lasciate a metà, che ha vissuto nella sua famiglia l’orrore, potrete capire qualcosa di più.

Verso le dieci e mezza del mattino, come detto, un mini bus viene a prendermi direttamente fuori dall’ostello. Il viaggio dura un’ora e mezzo. Paradossalmente, la città che ospita il campo (si chiama Oswiecim che non è la traduzione di Auschwitz ma il nome prima che fosse germanizzato) è un piccolo e trafficato centro commerciale con negozi, officine, stazioni di servizio, ristoranti e immensi ipermercati. Dietro c’è l’orrore.

Arrivato all’ingresso del campo vengo assegnato al gruppo con la guida di lingua italiana e prendo un paio di auricolari collegati al microfono della guida.

La prima parte della visita è dedicata al Museo di Auschwitz e dura circa 4 ore, ma la nostra guida, visto l’affollamento, decide di partire subito dalle camere a gas e dal forno crematorio. L’emozione, improvvisa, è grande e incontenibile. Non riesco a trattenere le lacrime. Sto quasi male solo all’idea mentre tocco per mano la tragedia.

Attraversiamo Auschwitz in tutte le sue parti e conosciamo lentamente la minuziosa organizzazione dei nazisti per questa fabbrica della morte: è un continuo di sorpresa e incredulità che non comprendi se non vieni qui, senti e vedi. A distanza, sui libri, in tv non è così.

Ogni baracca, tutte divise in “blocchi” con il filo spinato, autentici ed esattamente come erano 70 anni fa, racconta storie di morte e barbarie diverse. All’interno dei vari edifici sono conservati reperti originali dell’epoca che danno ancora più senso a tutto.

Cammini sul selciato, ripulito dalla neve, tra un block e l’altro, senza renderti forse conto che proprio li, migliaia di persone, vissero un’esperienza inimmaginabile, che dove cammini ci fossero cadaveri e sangue.

Poi arrivano i piccoli e umili oggetti di vita quotidiana dei deportati, le scarpe, i capelli, le valigie con i nomi.
La sensazione che ho avuto vedendo i letti, questi oggetti, le camerate, i disegni e le foto dei deportati con date di arrivo e di morte, trasmette un misto di incredulitáàe tristezza.
Ma nulla si buttava: i poveri resti di chi moriva diventavano concime di campi, lana di capelli per i materassi o grasso per auto. Gli oggetti confiscati o riutilizzati. Un cinismo pazzesco.

La nostra guida non risparmia nulla, racconta con fredda dovizia di particolari cosa accadeva, intreccia piccole storie di persone con nomi e cognomi e poi lascia lo spazio per la riflessione. Nessuno fiata, tutti seguono con grande attenzione.
Lui vive qui vicino, aveva qui parenti, persone vicine alla famiglia, ed è inimmaginabile cosa provi quotidianamente a raccontare quella storia proprio un polacco. Una turista chiede spudoratamente “ma come fai ogni giorno?” e lui risponde frettolosamente “si fa”. Ma è un testimone unico e speciale.

Se qualcuno crede che questa tragedia riguardasse riguardi solo gli ebrei, sbaglia: finirono da queste parti polacchi, russi, cristiani, oppositori politici, omosessuali, zingari, disabili ma anche – come racconta la guida per sua esperienza e storie conosciute – persone ree solo di stare nel posto sbagliato al momento sbagliato. La prima ondata di arresti non risparmiò nessuno. E le uccisioni potevano avvenire per i motivi più futili. Più avanti Hitler concentrerà il suo odio sul popolo ebraico.

Dopo la visita ad Auschwitz I ci si sposta, sempre con il mini bus, per visitare Auschwitz II, meglio conosciuto come Birkenau. Se il primo era sinonimo di organizzazione, il secondo di enormità.
In questo sconfinato campo di lavoro furono sterminate più di un milione di persone, principalmente ebrei, che furono anche costretti a costruire Birkenau con le loro stesse mani. I forni crematori vennero fatti saltare prima dell’arrivo dei russi, ma restano ancora molte parti, come le fredde baracche (immaginatevi delle costruzioni di legno immerse, come oggi, nella neve di una pianura sconfinata in cui si stava a decine su un letto).

Pian piano diventa chiara, come il cielo sereno di questa fredda giornata, l’entità della tragedia.
Solo per citare il dato che più mi ha scosso, i nazisti erano in grado di sterminare fino a 5000 persone al giorno. Volevano disfarsene, liberarsene, subito. Morire era l’unico diritto riconosciuto. E morire presto, se possibile, per dare lavoro ad altra gente fresca e ancora in forze che arrivava. Se non ci pensavano loro, lo facevano il freddo e la malnutrizione. Una tragedia che colpì soprattutto donne e bambini, inutili per la vita lavorativa. Ma ogni persona arrivava con un destino già segnato. Morire o morire. L’uomo riusciva a odiare altri uomini.

Il freddo ci colpisce come una tagliola qui a Birkenau. Ad Auschwitz il campo era più raccolto: qui ci sono spazi ampi.

Stiamo finendo il giro nel monumento di Birkenau, costruito dai polacchi insieme a un artista italiano. Prima di congedarsi, la guida ci lascia con un pensiero che riassume forse questa giornata e il senso di un viaggio, o forse di una intera vita: “nonostante tutto, Cristo è risorto, nonostante chi voleva trasformare questo posto in un immenso cimitero la vita e l’amore hanno vinto“. Saluta, ringrazia e va via, solitario, verso l’uscita con il suo dolore, le sue storie, pronto a ritrasmetterle a chi vorrà fare questa esperienza unica.

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