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Mia madre e le sue raccomandazioni manco stessi andando così lontano.

Un’ora di volo, ritardo, a Barcellona c’è un temporale, arriverò tardissimo. Forse all’una.

Mi piace l’idea di vedere la città mentre si addormenta e si colora di luci sfavillanti. Sperando la pioggia si sia placata e possa camminare sul lungomare visto che il mio alloggio, tatticamente, è tra Barceloneta e Ciudad Vella.

Aeroporto di Elmas quasi vuoto, rumore di ventilatori giganti. Entro e mi dirigo ai banchi. Poi i controlli.

Mi porto sempre meno ad ogni viaggio. Se pesassero il bagaglio mi rimborserebbero i soldi.

Ottimizzo. Ottimizzo anche la mente. Io, le mie gambe e il mio bagaglio. Caffè e bottiglia d’acqua. Ho la frutta e la colazione di domani. I completini da corsa, l’elettronica, gli adattatori e l’ipad con i libri.

I miei viaggi solitari, per rischiarare la mente e l’anima. Per riorganizzarmi, tra una stagione e un’altra. Per staccare anche se poi sono perfettamente connesso.
Mi piace pensare, cantava la Mannoia, viaggiare non sia mai partire e tornare.

È, in fondo, imparare ad amare. Il posto dove vai, il posto che lasci, la gente che ami e quella che incontri. Tutte le idee che ti brulicano in testa. I viaggi per me sono miniere d’oro, di stimoli, di lampadine, di cose da fare e scrivere.

Pronti all’imbarco. Si sale. Il comandante informa. Ci sarà da aspettare. Respira Tixi, comunque vada si parte.

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