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Cosa fare a Fuerteventura?

In realtà, la domanda giusta sarebbe: Perché NON andare a Fuerteventura?
Me lo son chiesto quando, con il mio solito last minute, grazie all’amico Giuseppe Marcialis che mi ha mandato in avanscoperta come inviatixi speciale per I sarti del viaggio, ho deciso di partire sfruttando il periodo migliore dell’anno!
DOVE SI TROVA. Dico la verità, non avevo ben capito! Quattro ore di volo Ryanair da Bergamo e sei nell’Oceano Atlantico, al largo delle coste marocchine (distanza 100km), tra Lanzarote, a Nord-Est, e Gran Canaria, a Sud-Ovest.
È la seconda isola delle Canarie dopo Tenerife. E’ la più vecchia, datata 20 milioni di anni fa, ma anche la più selvaggia e affascinante dal punto di vista naturalistico e paesaggistico.
Il paesaggio è assurdo! roccioso, desertico (come quello africano) e vulcanico. Si è infatti originata dalle eruzioni vulcaniche. La montagna più alta, il Pico de la Zarza, ha 807 metri, mentre la maggior parte della superficie dell’isola presenta meno di 200 metri di altezza.
POCA GENTE, MOLTE CAPRE. Fuerteventura è poco popolata, tanto che ci sono più capre che esseri umani! Le capre vengono allevate per produrre il famoso queso majorero, un formaggio così rinomato da aver ricevuto la denominazione di origine che ne certifica l’effettiva provenienza dall’isola e la genuinità.
CHI TROVI. I surfisti ne fanno meta speciale perché amano le onde, i pensionati, una nutrita comunità di Italiani che ha lasciato – senza rimpianti – il bel paese, poi ancora famiglie, turisti inglesi e tedeschi in ogni stagione, nomadi digitali alla Tixi e hippy!
L’AVVENTURA! Fuerteventura non è per tutti. Lo dice il nome stesso “forte avventura”. Quindi se vuoi goderti al meglio devi noleggiare un’auto, avere una mappa, zaino in spalla e correre alla scoperta di posti meravigliosi e incontaminati, che spesso si nascondono dietro strade sterrate (occhio alle forature). Ogni giorno sarà un’avventura diversa, da nord a sud sono circa 100 chilometri!
A dispetto della sua ridotta estensione, è un concentrato di posti bellissimi: spiagge diverse una dall’altra alcune con acqua cristallina e spiaggia finissima altre con…pop corn, la laguna naturale, il piccolo deserto, i borghi antichi, i mulini a vento, i paesaggi lunari, le piantagioni infinite di Aloe Vera e cactus, mercatini, rocce, lande desolate e tanto, tanto altro.
QUANDO DOVRESTI ANDARE. Meglio dalla fine della primavera (verso maggio) fino a fine ottobre. Sconsigliato il periodo estivo, soprattutto a luglio e agosto. Incognita del vento, sempre, che non mi è parso così fastidioso!
ALLOGGI, MOVIMENTO E PASTI. Scegli una zona che ti permetta di spostarti nell’isola (ero a Morro Jable, forse era meglio Puerto del Rosario). Forse è più economico l’appartamento.
Il noleggio di un’auto: dai 30 euro al giorno e il prezzo del carburante intorno a 1,20 per la benzina e a 1,30€ per il diesel.
Un pasto al ristorante sta sui 20 euro a testa, se fate la spesa risparmiate circa il 30-40% di quello che spendete in Italia!
I POSTI CONSIGLIATI DA TIXI!
Tanti, troppi. Una piccola selezione.
Al Parque Natural de las Dunas de Corralejo passerai per una strada infinita che taglia in dune di sabbia dorata a perdita d’occhio, cielo azzurro, nuvoloni, un mare incredibile e la Isla de Lobos ad un passo. Ti consiglio Playa El Moro, una baia raccolta.
Se vuoi un delizioso borgo di pescatori, vai a El Cotillo: spiagge più belle dell’isola, tante scuole di surf, il vecchio porto, la Fortaleza del Tostón e un’ottima cucina.
Vuoi un panorama? Ecco il Mirador de Morro Velosa, un luogo surreale che sovrasta sinuosi barrancos (burroni) in un’arida valle che appare letteralmente rossa!
Se vuoi una spiaggia nera c’è la Playa Viejo Rey e La Pare, immensa, che con l’alta marea viene suddivisa in una serie di intime calette di diversa grandezza a ridosso della roccia frastagliata, amata dai surfisti.
Altra spiaggia? C’è la Playa de Sotavento de Jandía. Lunga ben 9 km, con le sue lingue di sabbia dorata che affiorano dall’acqua a circa 200 m dalla riva. Potrai sdraiarti in “modalità privata” su uno degli altri isolotti più piccoli che appaiono e scompaiono con le maree…
Ajuy – prova a pronunciarlo! – è un villaggio di pescatori dalle casette colorate, si affaccia su una spiaggia di sabbia nera (il bagno è sconsigliato a causa delle forti correnti). Un percorso conduce ad un Monumento Naturale (le rocce più antiche delle Canarie) in cui osservare ad occhio nudo substrati sedimentari formatisi nelle profondità oceaniche e antiche fornaci di calce.
Vuoi meditare? C’è la Montaña de Tindaya. Tra rituali magici e resti archeologici di grande interesse, era considerata sacra dagli aborigeni. Conserva circa 300 incisioni a forma di piede.
Vuoi una spiaggia di Pop Corn? Ecco la Playa de El Hierro. Ti ritroverai davanti ad una distesa di “pop corn” e quasi avrai paura a camminarci sopra! Si tratta di piccoli coralli bianchi – i rodoliti – dalla forma capricciosa, risultato dell’erosione di alghe calcaree.
Vuoi un vulcano? Ecco il Calderón Hondo, tra i migliori conservati. Si arriva in cima (278 m) in mezz’ora, percorrendo un sentiero sterrato e ben delineato.
Da qui ammiri la natura dell’isola, i suoi colori rossastri con l’azzurro del cielo, gli infiniti coni vulcanici, le dune, il mare e la vicina Lanzarote, ma soprattutto passeggi lungo tutta la bocca del cratere! Occhio agli scoiattoli in cerca di cibo…
Vuoi una bella cittadina? Ecco Betancuria, l’ex capitale,uno dei più importanti punti di riferimento coloniale nella storia delle isole Canarie. Fondata nel 1404 dal cavaliere normanno Jean de Bethencourt, che scelse una valle interna, lontana dal mare per una migliore difesa contro i pirati. Se passeggi capisci la storia di Fuerteventura!
E PER MANGIARE?
Si comincia con una zuppa o un’insalata (entrantes) e poi il piatto principale che puo’ essere di carne o pesce. Le pietanze sono accompagnate da un contorno (guarnición) di verdura, legumi, riso o patate.
L’aperitivo non esiste ma puoi sostituirlo con le tapas: olive, tortilla, pane con pomodoro fresco e le famose papas arrugadas con mojo (piccole patate con buccia rugata con salsa all’aglio e paprika). Da provare il pimiento de padron, piccoli peperoni verdi fritti e i gambas a l’ajillo, gamberetti all’aglio. In alcuni posti trovi anche il prosciutto (jamon) iberico Pata Negra tagliato a mano con tecnica e ottimi formaggi (queso).
La carne propone pollo, maiale, vacca, coniglio e ovviamente la capra.
Per il pesce polipi e di tante varietà con lisca, ma anche murene e lapas (specie di cozza). Non ci sono crostacei perchè l’Atlantico è un mare freddo.
C’e’ tantissima frutta dalla Spagna mentre i prodotti autoctoni sono il platano (piccole banane), mango, papaya, avocado e fichi d’India dai quali si ottiene una famosa marmellata.
Altro prodotto molto amato è il gofio, miscela di farine di mais e grano, che si utilizza per dolci, mousse e biscotti o anche disciolto nel latte come se fosse un cacao.
E SE VOLESSI BERE QUALCOSA?
La birra più diffusa è la Tropical, che e’ di produzione Canaria e L-Apa, che e’ la prima birra artigianale prodotta da quattro giovani ragazzi.
Il vino buono viene importato dalla penisola o da Lanzarote che ha vigneti unici al mondo grazie al suo ecosistema. Famosi sono La Geria, la Malvasia Vulcanica de Lanzarote, El Grifo, etc.
Famoso anche il Ron Miel, un rum molto dolce ottenuto da rum, acquavite di canna, zuccheri e il miele d’api. Tra le bevande analcoliche c’è la Clipper, gassata al sapore di fragola.
CURIOSITÀ
-Non si spreca l’acqua. Sull’isola non c’e’ acqua ma un impianto dove l’acqua marina viene trasformata in acqua dolce!
-Piove poco, ma ci sono i microclimi, se ti trovi in un posto dove in quel momento piove magari a 10 km splende il sole.
Molti noleggi non coprono l’auto nello sterrato, occhio!
si parla anche tedesco e troverai… molti tedeschi!
COSA MI HA COLPITO
Una piccola isola, piena di scenari straordinari. La rilassatezza, il senso selvaggio e di lontananza che si gode in tante parti (certo, ci sono anche quelle straturistiche). E la grande capacità dei canari di rendere un luogo desertico e periferico, accogliente per un viaggiatore in cerca di emozioni!
E tu che aspetti?

Una sera a Tallin

Lascio Roma a metà pomeriggio. Il caos della stazione Termini, il pullman per Ciampino e ancora a chiedermi quale santo difenda i miei bagagli quando salgo a bordo.
L’autobus Terravision – sei euro solo andata – ha un compito arduo: in quaranta minuti vincere il caos capitolino e portarmi nell’aeroporto povero di Roma quelle delle low cost. Sgomita e sbuffa, suona il clacson e cerca spazi come un Sebino Nela d’annata. Alla fine vince. I tempi son rispettati, quaranta giri d’orologio spaccati.
Ciampino è un bilocale. Controllo biglietto già all’ingresso e primo serpentone da superare con una tipa che sbuffa quando le chiedo se debba mostrarle anche il greenpass. Ma non lo vede questo qui che è già troppo se sto seduta all’aeroporto invece che farmi un aperitivo? Alla fine del labirinto si può scegliere tra direzione check in e diretto ai controlli. Forte del mio zaino da spalla – grazie Edoardo Piras – posso passare alle semifinali: stavolta c’è una fila davvero. Ci son due nastri a disposizione, pochi per l’afflusso di oggi. Ricordate di togliere tablet, computer, liquidi e oggetti metallici. Una ragazza ogni venti secondi riprende la litania come se leggesse il salmo a messa, ci manca sola ora pro nobis. Se consideriamo un turno di 6 ore quante volte l’ha detto?
Il tipo dietro i metal detector davanti fa il vigile con due mani che fanno palette: passa tu, poi passa tu. Col solito modo tutto italiano di trattar male la gente. Poi penso: ora stacchiamo da tutto questo. Manca poco. L’attesa è breve, nella zona A dell’imbarco per Tallin non c’è bar e il distributore non funziona. Problemi tecnici, leggo, formula valida per ogni motivo. Volevo prendermi una bottiglia d’acqua, sconto la solita fregatura di aspettare all’ultimo. Guardo triste il bric di acqua Fiuggi che mi aspetta.
Il volo dura 3 ore che passo scrivendo, leggendomi un libro di Paul Auster e ascoltando musica. Va in scena la vendjta di tuttto, biglietti, panini, snack, profumi. Vicino a me una ragazza bionda robusta controlla i miei movimenti con fulminei sguardi di condanna mentre guarda un film con un iphone di prima generazione tenendolo per due ore davanti. Non capisco bene cosa sia anche perché quando ci provo mi rifulmina.
L’atterraggio è morbido, per una volta il comandante non frusta i cavalli imbizzarriti e sballotta noi viaggiatori che abbiamo però il sedere oramai asfaltato e i gomiti ristretti. Squillo di tromba – che sa sempre di inchiappettata riuscita – e scritta gigante bianca Tallin nel piccolo aeroporto, tra pareti brandizzate da marche semisconosciute, salette curate con interni di design e parquet ovunque. La temperatura è scesa, ci sono chiazze di neve. Cammino per uscire dalla zona imbarchi incrociando spazi ordinati, bar con caffè italiano, distributori di acqua e bibite e pochi altri rumori. Ciampino è un ricordo. Niente più caos e nemmeno controlli particolari. Uscito dalla zona protetta – mi sarei aspettato almeno una perquisizione – un bimbo con giubbotto da sci e cappuccio bianco con il padre e la sorellina aspettano la mamma con un mazzo di fiori. Escono dalla porta girevole per incrociarla sul marciapiede e quando lei si gira le fano a sorpresa. Mi commuovo per quella scena da film. Un uomo con un berretto a quadri, rughe nel volto e profumo di tabacco guarda gli orari degli arrivi. Chi starà aspettando? La moglie? La figlia? Il figlio?
Davanti allo scalo passa il tram 4, quello che ti porta in centro, oltre alla linea 2 che arriva più tardi. Vicino c’è una sala d’attesa dove stazionano due uomini che penso restino là a guardare tutti i tram che passano fini al giorno dopo. Uno schermo gigante con le info sulle linee, una biglietteria automatica, parole chiare e semplici.
Il mio tram è direzione Tondi, passa tra 8 minuti. Siamo in pochi a bordo, una donna di una sessantina d’anni con una busta piena di medicine veste un giubbotto rosso e panta neri, due ragazze di Napoli, le uniche di cui si sente parola, e un’altra coppia seduta con lui di fronte a lei che si sorridono silenziosi.
Mezz’ora di buio attorno e sono in centro di una città ordinata, geometrica, il freddo che schiaffeggia la pelle, quella voglia di coccole e riscaldamento sparato al massimo e la sensazione che tutto abbia una dimensione ancora umana. In ogni angolo alberi di natale illuminati, vetrine addobbate con grazia, poche persone in giro, tutte munite di cappuccio e guanti. Finestre accese e vita domestica da scoprire.
Sono a Viru, davanti a Tammsaare Park. Le auto scorrono lente in grandi viali anch’essi illuminati. Nuovi palazzi si alternano a vecchie costruzioni tirate a lucido e altre dal sapore sovietico. Un piccolo chiosco solitario aspetta clienti che non arriveranno più. Una fermata dove incontrare fantasmi e pensare alle loro vite. Una grande croce illuminata davanti alla chiesa che rintocca le nove con una doppia tonalità.
Io amo le città nordeuropee d’inverno! Oltre alla magia mi fanno venir voglia di mangiare.
Il centro storico (illuminato per Natale) é uno scrigno dorato, richiama i tempi del Medioevo, di cui la capitale dell’Estonia mantiene quasi inalterate le tracce nelle sue strade, case e chiese. Si estende ai piedi della collina di Toompea ed é stato dichiarato Patrimonio Mondiale Unesco.Cuore pulsante della cittá vecchia é la Piazza del Municipio, dove tra le altre cose si trova una delle farmacie piú antiche d’Europa.
Ci metto pochi attimi a capire l’anima di una città. Mi è bastato camminare per sentirmi bene. Senza sapere nulla di tutto il resto, affascinato da cose semplici, una vecchia birreria, un bimbo che gioca con la neve, due donne anziane che parlano rientrando a casa, un market aperto e un chiosco che sforna panini.
Arriva una notifica al mio cellulare: APPROVATO IL SUPERGREEN PASS. Spengo qualsiasi flusso di notizie. Non voglio saperne più nulla.
Una scritta sul muro ricorda di non buttate il tempo o il tempo ti butterà. Non credo sia un caso averla incontrata.

Due giorni a Santu Lussurgiu

Il racconto di due giorni a Santu Lussurgiu, un viaggio, quasi per caso, a dicembre del 2020.

LA SERA A SANTU LUSSURGIU

Immaginate di lasciare la 131 e accendere la macchina del tempo, trovare dopo chilometri e chilometri di pioggia e nebbia un luogo dove il tempo scorre lento, dove non esiste la frenesia delle giornate scandite dai ritmi imposti dalla moderna società, dove lo stress delle città è davvero lontano.
Un luogo che si nasconde tra luci giallognole e solitudine dettata dal freddo e dal lockdown. Un luogo dove, se ci arrivi quando è sera come me oggi, sembra di stare immersi in una favola di Collodi.
Eccomi allora scendere in strada, nelle meravigliose e antiche vie acciottolate, ammirare gli angoli, i ricordi, i rumori, tra un tocco di campane e una grondaia, un uscio che sbatte lontano e il più classico dei profumo di caminetto.
Fantasma nella sera, accompagnato solo dai passi. Quando trovo la pizzeria, con un portone di casa e un scritta di legno con scritto APERTO mi chiedo se sia davvero una pizzeria. Ma l’indirizzo è quello giusto. Prendo coraggio, busso e appare una vecchia osteria con un camino enorme, una tovaglia biancorossa e il proprietario novello Mangiafuoco.
Sembra un luogo del passato, dove i viandanti si riparavano dalla neve aspettando che finisse la tempesta. Perchè qui a Santu Lussurgiu, borgo immerso nelle rocciose vallate del Montiferru, si respirano le atmosfere del passato.
Parlo con il simpatico signor Mangiafuoco – lo chiamo così con rispettoso affetto, non avendogli chiesto il nome – che mi racconta che qui prima c’era un fienile e gli animali. Poi questo spazio è stato liberato da una decisione dell’amministrazione e dato in concessione. Che dietro c’è un bellissimo vecchio mulino, purtroppo crollato e non si sa quando lo rimetteranno in sesto. Che quando la pizzeria era aperta si respirava un’altra aria. Ora son tutti a casa.
In pochi minuti, mentre prepara una pizza fragrante, mi racconta del Carnevale, della musica, di una grande attività culturale, della tranquillità che si respira. Dice che d’estate sia tutto più animato. E io aggiungo: perché togliere questa sensazione fatata del freddo e dell’inverno? Io amo il freddo!
Mi sento a casa, sento un luogo dove poter ritrovare la propria anima.
Vado via riprendendo la strada per l’intricato dedalo di viuzze poco illuminate, silente e pensieroso. Ho una strana sensazione, la solita: ma come sarebbe vivere a Santu Lussurgiu?

IL GIORNO A SANTU LUSSURGIU.

E quando viene giorno, Santu Lussurgiu riserva altri colori e altre emozioni, sempre speciali
Oggi c’è il mercato e la piazza sotto la chiesa di Santa Maria degli Angeli si è animata di gente che contratta la verdura e gli oggetti in vendita. Qualcuno scherza sulla mascherina e le donne, riempita la busta della spesa di gustosi prodotti, tornano nella case perdendosi in questo intricato dedalo dove ora fanno da padrone i rumori di artigiani e lavoranti.
Al Bar Raju Ruiu – modernissimo e caldo – mi fermo per colazione osservando un po’ di vita, gli operai che asfaltano la strada, i passanti, incrociando un gruppo di ragazze universitarie che prepara un esame al tavolo vicino, chiacchierando anche dei docenti e del futuro del proprio corso. Studiano scienze sociali, così ho capito.
Dal ristorante Bellavista al primo piano si gusta un menù di terra, con un sottofondo musicale jazz che rompe il silenzio.
“Una tagliata di sardo modicana con patate” mi consiglia la giovane cameriera con i capelli a spazzola. Di fronte al mio tavolo si apre una veduta speciale che abbraccia i tetti del paese, su cui il fumo dei comignoli si eleva, quasi volesse difenderli dalle intemperie di questo 2020 o forse dalle ansie e dello stress del mondo che corre a pochi chilometri da qui.

CONSIGLI
Dove alloggiare: bnb Templars Guest House
Dove mangiare: ristorante Bellavista | bar Raiu Ruiu | Locanda del Convento

TUTTE LE FOTO https://www.facebook.com/media/set/?set=a.10221533550502158&type=3

Viaggiatori contemplativi

L’amica Giulia Loglio, esperta di turismo contemplativo, mi ha insegnato tempo fa una parola nuova: flaneur, che vuol dire “passeggiatore svagato e a momenti curioso”. Le parole aprono mondi e suggestioni infinite, che puoi riempire poi di contenuti.
Ho finalmente trovato qualcosa che riassumesse un modo di viaggiare che adoro, disincantato, leggero, scazzato, curioso e senza ritmi turistici.
Pochi punti di riferimento, molta casualità, vicoli incerti e luoghi meno battuti.
Si rischia di sbagliare, di perdere tempo, ma forse il genius loci o il dio dei viaggiatori ci trova sempre una soluzione!

Oggi mi son inerpicato per le vie strette di Coimbra senza una direzione particolare, se non quella di salire e salire, non senza fatica, incuriosito dal silenzio e dai vicoli senza fine che nascondevano giardini e case abbandonate, fichi e piccole taverne. E trovare poi tante cose interessanti da vedere, non sempre scontate!
Grazie ancora Giulia!

Aveiro e Costa Nova, dove la laguna diventa oceano

Ci vuole un’ora per arrivare da Porto ad Aveiro. C’è un trenino diretto, con soli 4 euro, che parte ogni ora dalla meravigliosa stazione di Sao Bento, e nonostante gli sbuffi e la lentezza ti regala bei fotogrammi, come rivedere ancora una volta Porto da punti di vista inattesi.
Poi è subito oceano e campagna, scendendo lenti verso Lisbona.
La stazione di Aveiro è lontana un chilometro dal centro, che si copre passeggiando su pavimenti lastricati di sampietrini della Avenida de Peixinho.
Quando pensi che lo stradone non finisca più, lo scenario davanti cambia, i primi specchi d’acqua sono i canali che raccontano un’altra anima, quella di una cittadina che vive a contatto con la laguna, non a caso chiamata la Venezia del Portogallo.
E allora ecco, i barcos moliceiros, le gondole. Moliço è proprio l’alga che una volta veniva raccolta nella laguna di Aveiro, utilizzata per la fecondazione dei campi. Ogni moliceiro ha molti colori e sul lato davanti c’è la pittura di qualche santo, celebrità o motivo divertente e a volte un po’ lascivo dalla vita di tutti i giorni.
Luis ci racconta la storia del Ria de Aveiro, e cita una parola che mi incuriosisce, “ovuli”. Ovuli, cosa? Ecco a cosa si riferiva! Ovos moles, questa scritta l’avevo vista appena uscito dalla stazione!
Scopro che sia il dolce tradizionale della città, piccole ostie dalle forme più svariate con tuorli d’uovo crudi e sciroppo di zucchero. Deliziosi!

Il centro è fatto vicoli stretti e lunghi, che subito dopo pranzo diventano silenziosi intrecci di un labirinto di edifici stile art noveau. Non è casuale sbirciare dentro qualche casa e sentire i profumi del pranzo appena preparato.
Minute botteghe e caffè conquistano il cuore del viaggiatore che vorrebbe fermarsi qui a lungo. Ma Aveiro, posso dirlo, vale una giornata, apprezzandola di primo mattino quando, dopo una ricca colazione, bisogna farsi travolgere dal vociare allegro delle prime conversazioni colorite del mercato del pesce.
Nel quartiere dei pescatori c’è anche il grande Jardim do Rossio e la cappella di San Gonçalinho, a cui gli abitanti dedicano ogni anno una festa speciale.

Il rapporto col mare, oltre alle gondole e la pesca, ha un altro motivo: il sale. Le saline di Aveiro sono alla periferia e pare siano la vera essenza della laguna. L’acqua salata del Ria de Aveiro fa sì che diventata sia la patria dei collettori di sale.
Il sale è detto “flor de sal” ed è un prodotto finissimo oltreché altamente rinomato. Lo trovate in vendita in ogni dove. Sale, ovuli, gondole e… oceano! Perché non approfittarne per una bella corsa magari all’ora del tramonto?
Costa Nova è la destinazione!
Ci vuole mezz’ora per raggiungerla. Dopo molte ricerche, trovo una linea diretta di bus con fermata fuori dalla Scuola di inglese, all’imbarco dei moliceiros. Aspetto il pullman, leggendo recensioni non proprio incoraggianti su google. Nulla, non arriva. Mi chiedo cosa aspettino tutti!
Guardo nelle app del telefono e mi accorgo che c’è ancora Uber da queste parti. Eureka! E allora con 7 euro posso toccare l’oceano e magari conquistare il tramonto.
L’autista arriva puntuale, mascherina e attenzione, l’auto è una Opel tenuta bene, profuma di pino, interni lucidi. Andiamo verso il mare attraverso una superstrada. Si scusa per il non perfetto inglese mentre prova a raccontarmi il posto dove siamo diretti. Non nego di avere un po’ di emozione, specie per aver visto
le foto. Che diventano realtà davanti a me, dopo pochi minuti: sono le casette a righe color pastello, le palheiros, che si affacciano sulla laguna. Un clima balneare, la gente che corre e va in bici, i bimbi che giocano davanti a casa sorvegliati da solerti nonne e poi ancora, dall’altra parte le dune, la sabbia dorata.
Son arrivato a Costa Nova do Prado, dura non farsi sorprendere per i suoi colori e la sua allegria. Decido di fermarmi a godere le onde del mare, il profumo ella salsedine e il tramonto. La spiaggia è fatta di sabbia finissima, difesa da alte dune che si superano con camminamenti che permettono di spostarsi da un baretto all’altro.
Non vedevo da tanto l’oceano e non lo nego, son emozionato. Mi tolgo le scarpe per provare l’emozione di sentirne il freddo della sua onda, avanzo ma resto sempre a distanza, come impaurito da tanta forza. Un bimbo costruisce scatelli di sabbia vicino alla (forse) nonna, intenta a scrivere qualcosa. Se solo potessi curiosare tra quelle pagine! i son due anziani che fissano il mare. Sono davanti per minuti e minuti. Non parlano, non si muovono. Come se fossero sull’attenti, quasi in segno di rispetto. Sono quasi commosso da questa scena. Penso all’immensità e alla forza di un oceano, seguo con lo sguardo un mercantile che si perde nel nulla, forse diretto alle Americhe.

Il sole scende piano e continua a regalare gioia e ristoro. Ho tempo per una corsa, magari fino al faro di Praia da Barra, proprio alla foce del Ria de Aveiro. Ricordo che sia il faro più alto in Portogallo, in difesa delle tempeste e per aiutare o naviganti in un tratto difficile. Ma oggi c’è un bel sole che scende sull’orizzonte e il mare diventa meno scontroso al calar della sera. Il tramonto, il miglior premio per una corsa sull’oceano. 

In collaborazione con I sarti del viaggio

Il mercato di Sofia

Gli spruzzi di neve della notte sono già diventati acqua. La mattina è fredda a Sofia e in due giorni la temperatura è scesa di dieci gradi. Le persone accompagnano indossano vistosi cappelli che coprono anche le orecchie.
Pochi, davvero pochi, quelli che mostrano il capo. Annuncia neve ancora nel pomeriggio.
Camminare oggi non è proprio il massimo. Sul Bulevard Maria Luiza, vicino alla moschea Banya Bashia e alla concattedrale di San Giuseppe c’è il mercato centrale.
Un mercato atipico, ordinato e curiosamente silenzioso. I banconi puliti invitano assaggi di cibi dolci e salati. Una scolaresca viene messa in fila dalla maestra di fronte a un venditore di chincaglierie. Una donna mescola un contenitore di olive nere in attesa del prossimo cliente. Il kebab comincia a rosolare lento sul fuoco mentre gli anziani presidiano i tavolini del centrale Tosca Cafè che sforna con lentezza cappuccini e caffè da una macchina che sbuffa calore.
Al piano di sotto c’è un grande negozio che vende abiti usati a peso. Scorro magliette di altre epoche, giubbotti e maglioni che il tempo ha violentato, pantaloni sdruciti, presentati pulito e stirati nel tentativo di essere utili per qualcuno.

Sofia, mattina nella città che non conosci

Sofia, mattina nella città che non conosci.
Gli odori della cucina dell’albergo della prima colazione dolce e salata salgono fino alle camere impregnando le polverose moquette di questo albergo che sente ancora i postumi di un comunismo mai completamente rinnegato.
Sofia è così, sonnolenta, abulica, poco incline al turismo di massa. La devi scoprire, la devi respirare e vivere. Troppo per un turista che vuole tutto e subito e allora non ha altro che fare che cercarsi il primo H&M rassicurante. I palazzi istituzionali e le belle e ariose vie del centro fanno da contraltare ad angoli dimenticati dal tempo in cui palazzi maltrattati si affacciano su cassonetti della spazzatura, tram e autobus che spuntano stanchi con il segno di un’epoca diversa dalla nostra ma che qui ancora porta segni visibili.
La gente parla piano, i rumori della città sono impercettibili. Le auto scorrono lente, qualche stereo con musica dance ruba il dimesso silenzio di clacson inutilizzati e il fluire morbido di donne bellissime e uomini dall’aspetto spesso trasandato e dallo sguardo non sempre amichevole.
“Domani snow”, mi ricorda il venditore di spilline che dispone con razionale e severo ordine i suoi oggetti nel mercatino vicino alla Chiesa di Alexander Nevski.
Mi fermo a un caffè in un parco di città dove la giovane cameriera si alza dal tavolo dove sta studiando degli appunti per servirmi. I divanetti sono i classici da bricocenter, quelli che trovi in qualsiasi locale che prova ad essere elegante. Chiedo caffè, specifico espresso italiano e una bottiglia minerale. Anche qui l’aggiunta no gas evita di aver sorprese.
La tipa dopo due minuti e mezzo torna, prova a sorridere presentando un caffè che sa di non poter essere all’altezza di questo italiano, mi avvicina lo scontrino. Quattro lev. Trovo nella tasca l’importo esatto, glielo porgo e la tipa riesce a stiracchiare un altro sorriso.
Accendo il computer per controllare la posta. Scrivo e preparo la presentazione per qui. Poi ci sono altri punti nella mia immensa todolist.

La sorpresa di Strasburgo!

Strasburgo é stata una sorpresa, specie quando pensi di trovare una fredda e burocratica città. Nulla di questo, per fortuna!

Ed è sorprendente vedere come la vita si snodi in un immenso centro storico e pedonale ricco di scorci che ha il suo cardine sull’Ill, il fiume

Puoi estasiarti guardando la Cattedrale di Notre-Dame. Il monumento è imponente e bellissimo. Costruito in arenaria rosa dei Vosgi, ha una facciata con un magnifico rosone che sormonta il portale centrale. Ha una sola guglia, alla sinistra, alta 142 metri e terminata nel 1492.

Curiosità: durante la Rivoluzione Francese i rivoluzionari volevano abbattere la guglia perche’, con la sua altezza, offendeva l’ ideale di uguaglianza. Un fabbro pero’ ebbe la geniale idea di coprirla con un enorme berretto frigio in lamiera rossa, rimasto fino al 1802, salvandola in questo modo dalla distruzione.

Il prezioso orologio astronomico, opera del Rinascimento, è il risultato della collaborazione di artisti, matematici e tecnici fra cui orologiai svizzeri, scultori, pittori e creatori d’automatismi. Una delle sette meraviglie della Germania (così venne giustamente considerato nel XVI° secolo), illuminata da oltre 70 vetrate policrome costruite fra il XIII° e il XV° secolo che la rendono un capolavoro: grazie a un preciso meccanismo, il rintocco del mezzogiorno (ma l’orologio è in grado battere anche le 13) fa sfilare in corteo i dodici apostoli davanti a Cristo.

La piazza davanti alla facciata è molto ristretta mentre si allarga ai lati, in particolare dalla parte destra dove si può ammirare il Palazzo Rohan, ora sede dei musei di Arti Decorative e Belle Arti.

Per capire meglio Strasburgo non basta solo girare a piedi, si può prendere un battello (servizio Batorama) che farà ancora di più apprezzare la città toccando alcuni punti interessanti come il palazzo della vecchia dogana, la chiesa di Saint-Thomas, il bellissimo quartiere La Petite France con le case in graticcio molto ben conservate, in passato abitato da pescatori, conciatori e mugnai. Deve il nome all’ospedale che fu istituito nel XVI secolo per i soldati di Francesco I.

Mica finisce qui! A dopo!

Lisbona, malinconia e allegria!

Dopo Porto a Lisbona ci vogliono tre ore di treno. Tre ore toccando l’oceano e poi inoltrandosi nella pianura, toccando perfino Coimbra. Il salto è tanto perché cambia il senso, si va da una città che domini e controlli come Porto, strutturata attorno al fiume Douro e al quartiere storico a una città cosmopolita, ricca di arte e di cultura, estesa e con più punti di richiamo.

Leggevo che in questa terra bagnata dall’Oceano Atlantico fossero passati tutti, i fenici, i romani, i vandali, gli svevi, i visigoti, gli arabi, gli spagnoli, i francesi di Napoleone e tutti hanno lasciato le loro tracce nella formazione e nell’aspetto della città.

Il periodo di Capodanno non è il massimo soprattutto perché la sera l’umidità prende il sopravvento e se il tuo alloggio non ha il riscaldamento – cosa non sempre scontata – qualche sofferenza la potrete sentire! Optare per una delle tante pensioni in centro ti agevola negli spostamenti evitando l’uso dei mezzi pubblici, che comunque funzionano bene, specie la metro (biglietto da ricaricare giornaliero, costo base di 0,50 e 6,50 circa al giorno, o una corsa a 1,60 euro). Eppure in certe pensioni, oramai necessarie di ristrutturazione, poi ritrovare l’atmosfera un po’ retrò. De gustibus, si direbbe! Poi c’è la piacevole brezza marina compagna ideale quando il sole si fa alto e vuoi come me, goderti il fiume Tago e la zona portuale. Anche qui, questione di gusti. Adoro le città di mare e quindi sono assolutamente di parte!

Lisbona è una città da vivere, da assaporare, magari seduti ad uno dei tanti caffè gustando una Pasteis de Nata, un delizioso dolce tipico che non si può perdere. Pessoa chiamava Lisbona la città della luce e dei colori ed è anche questo che vi sorprenderà, l’aspetto decadente ed elegante, ma anche dagli angoli malfamati in cui la crisi prende il sopravvento e gli incontri non possono essere sempre gradevoli. Non è mancata nelle passeggiate qualche sensazione di essere osservati e la pressione insistente dei venditori di fumo ma quando sei da queste parti ti prende un misto di allegria, leggerezza e sottile malinconia. La musica invade gli angoli, la lentezza della vita portoghese ti fa ripensa all’ansia dei nostri tempi. Insomma, sensazioni contrastanti bellissime!

Si può partire dall’eleganza di Baixa, con i suoi ampi e ordinati viali, ricco di negozi, caffè e ristoranti. Fu costruito dopo il terribile terremoto che colpì la città nel 1755. Dalla Rua Augusta, la strada principale di Baixa passando sotto l’ottocentesco Arco Trionfale o Arco do Bandeira arriverete nella famosa Placa do Commercio, una bellissima area quadrata che si affaccia direttamente sul Tago, il fiume che bagna la città.

La piazza dopo la sua ricostruzione divenne fondamentale per la gestione dei rapporti commerciali di Lisbona, uno sbocco sul mare e una spiaggia che vi pensare a una grande zona di passaggio. Abbiamo preso Placa do Commercio proprio come punto di partenza delle varie passeggiate o per il lungomare, direzione Belem, o per andare verso l’antico quartiere dell’Alfama, l’antica Kasbah araba, poi diventata la casa di poveri pescatori.

Alfama, che domina su Lisbona, anche qui da godersi quando ci sono meno turisti. Si può arrivare con i tram, dal classico 28, che fu raccontato da Pessoa, o il 12 (si prende da Piazza Figueira). Le file sono spesso lunghe, ma vale la pena godersi lo sferragliare del mezzo che, come di incanto, riesce ad aver la maglio sulle ripidissime salite.
Ciò che ti stupisce, come per ogni quartiere storico, sono le sue stradine strette, i panorami stupefacenti, i bambini che giocano a pallone, i profumi di cibo che invadono le strade, le case bianche, decorate dalle tipiche azulejos, le mattonelle celesti. Tutto di questo quartiere merita di essere visto. E mentre vi arrampicate su e giù per i vicoli, potete osservare Cattedrale del Sé, una bella cattedrale fortificata, nonché la più antica di tutto il Portogallo e raggiungere il Castello di Sao Jorge, da cui si gode di una bella vista sulla città e sul Tago (controllate gli orari e i prezzi).

A questo punto puoi scendere dal versante del quartiere di Mouraria (tra il Castello di Sao Jorge e la piazza di Martim Moniz), dove sarebbe nato il Fado e che è sempre stato il quartiere ghetto di Lisbona, quello del malaffare.

La notte è un’altra bella arrampicata. Si va al Barrio Alto, quartiere della movida lisbonense, ricco di ristoranti e localini dove si ascolta musica dal vivo e i prezzi dei drink sono anche bassissimi tanto da invogliarti a fare più di un giro. Siamo stati al Puertas Largas, locale di musica dal vivo noto e ben frequentato. Anche qui, al Barrio Alto, il bello e il brutto: tanta gente, molto caos, decidete voi se ne valga la pena. Sconsigliato di giorno, dove vedrete la sua nudità, e per dormirci la notte. Io ti ho avvertito… 😉

Un’altra puntata interessante è nel quartiere di Belem, simbolo dell’era delle grandi esplorazioni lusitane. La distanza dal centro è importante, quindi va programmato un pomeriggio per godersi il tramonto. Qui ci si può arrivare con tram, bus o treno, o anche camminando per circa otto chilometri nel lungoporto, dove incrocerete locali notturni e ristoranti chic.

Arrivare a Belem significa trovare il punto in cui il fiume Tago diventa oceano, con tutte le suggestioni che potrai trovare, ma anche passare sotto il grandioso Ponte del 25 aprile, costruito dalla stessa società che si è incaricata di fare il celebre ponte di San Francisco. Noterete la somiglianza e sentirete un sibilo, col passaggio delle auto, che viene raccontato come il “respiro” del ponte. La torre di Belem chiudeva il Tago dal rischio possibili attacchi. Con il tramonto i colori del mare e del cielo diventano suggestivi Poco distante si trova il Monastero di Los Jeronimos, costruito per celebrare l’arrivo in India di Vasco de Gama, che è sepolto nella chiesa interna.

Qualche altro consiglio pratico? 🙂
– Evitare di parlare spagnolo, che poi anche a me viene automatico da fare. Questo è il Portogallo, non la Spagna e per quanto ci siano affinità non ha gran senso omologare i due paesi!
– Preparati alle attese nel servizio nei locali, spesso anche di ore!
– Evita le zone malfamate o certi orari
– Stare attenti ai borseggiatori, ma mi pare sia ovvio nelle città turistiche (e non!)

Bucarest, ultimo giorno!

Ultima giornata a Bucarest. Il centro storico si rianima dopo il sabato notte peccaminoso. Eccolo, intonso e immacolato si concede ai fantasmi della domenica mattina, i turisti che sfidano l’aria di neve e trascinano trolley da colori più vari.

Il clima e la stanchezza suggerirebbero una soste prolungata a letto ma il check out non ce l’ha concesso. Infilarsi nel primo caffè a godersi un cappuccino o coccolarsi dei termosifoni a palla.

L’aeroporto dista circa mezz’ora dal centro. Costa poco, e prendo il taxi. Guida un uomo che prova a raccontarmi la storia della sua vita, zoppicando tra inglese e italiano. Ha una famiglia numerosa, tre figli, rimpiange Ceausescu perchè dice che ora c’è troppa povertà. L’Italia? Bellissimo paese, mi dice, calcio, Totti e la musica. Laura Pausini ma mi stupisce ancora di più quando esalta Toto Cutugno. Lo ripete talmente tanto che credo che il noto cantante sia ibernato qui da qualche parte o abbia fatto qualche magia per essere così amato.

Mi chiede qualcosina in più rispetto ai prezzi previsti ma non me la sento di trattare. La macchina è ridotta male e lui mi spiega che vive un periodo di difficoltà. Poco importa se stia mentendo. Mi propone anche due donne per la prossima volta, spiego che ne terrò conto. Mi lascia il numero prima che ci salutiamo proprio all’ingresso dell’aeroporto, quando due vigilantes lo intimano a spostarsi.

Titoli di coda, ultima palinka da gustarsi tutto d’un sorso prima che la magia del viaggio finisca. Anche stavolta un contorno di storie e ricordi da custodire, mille sorprese che tengono aperta la voglia di visitare con più calma la Romania. E, come per ogni viaggio, la soluzione ad alcuni blocchi di idee e scrittura che avevano fermato dei lavori in sospeso.

Bucarest è una tappa da fare, cari amici, troppo sottovalutata!