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Domenica a Palazzo Doglio

Dopo la Birra… il vino. Ci vediamo domenica 20 novembre al Palazzo Doglio a Cagliari per un nuovo evento di “Domenica a Corte” dalle 12 alle 19 con un djset speciale funky/house per accompagnare la degustazione e lo street food.

L’evento è organizzato in partnership con la Cantina Argiolas, Sella & Mosca, Tenute Faragò, Cantina Santadi e Olianas.

La Festa del Vino alla Corte Doglio è aperta a tutti.

Marsiglia è familiare, fin dal primo sguardo

“Marsiglia è familiare. Fin dal primo sguardo”.
È bella per questa familiarità, che è come pane da spartire tra tutti“.
Dopo aver copiato impunemente queste parole dallo scrittore Jean-Claude Izzo (Ciro Auriemma e Renato Troffa mi odieranno) confermo che tutto è vero.
Stava in agenda da tempo: Insieme a Napoli e Barcellona è una di quelle città che si aprono al viaggiatore nella loro bellezza e nelle loro ferite, che offrono ancora spunti di vita non compromessa dall’urgenza di apparire città turistiche perfette.
Marsiglia fa rima con melting pot. Il cosmopolitismo in ogni angolo ha un legame indissolubile col mare, profumato e scuro, che ne fa una città aperta, un grande bazar di anime in pena ma anche di giovani studenti e bimbi in mezzo alle strade.
Una simbiosi che la rende meritevole di amore. In ogni strada, si respira la mediterraneità fatta di profumi, facce, aromi, suoni, gente. Una mediterraneità che va dall’Europa al Nord Africa abbracciando la storia di una Francia diversa, di uno specchio di mare che ha visto tante battaglie e tanti sogni.
No, Marsiglia non è una città semplice. Belle chiese e palazzi, zone urbane completamente rifatte fanno da paio con poveri in angoli della strada, sbandati e sguardi non sempre amichevoli. Un orologiaio sistema un meccanismo guardando con una lente, sotto gli occhi invidiosi di un cliente. Due uomini discutono animatamente alla fermata mentre una donna ripiega il cartone che sarà il suo giaciglio notturno.
Nei ristoranti sul porto il piatto più richiesto è un corposo tegame di cozze alla marinara con patate fritte che i turisti mangiano con voracità estrema, incuranti degli sguardi curiosi di gente come me. E poi ancora venditori di popcron, dolciumi, zucchero filato, suonatori di fisarmoniche e chitarre, rappers, ballerini e famiglie allargate di fede musulmana. Sui moli i pescatori che preparano le barche per la prossima uscita e mercatini di Natale non ancora aperti anticipano le festività.
A le Paniere un graffittaro sta disegnando una grande piovra colorata con una calma olimpica. Intorno altri graffiti passano tra protesta e poesia. Dal bel quartiere dalle vie strette arrivo alla Cattedrale di Marsiglia, colorata dal tramonto che ha deciso di regalare all’orizzonte una perfetta composizione. I bimbi giocano a palla sotto la grande chiesa bizantina, un uomo passeggia con un libro in mano fermandosi ogni cinque passi a guardare attorno, mentre una nave sta lasciando il porto col suo luccicare le to.
In questo angolo di mondo che sa di Francia, Italia, Napoli, Genova, Barcellona e Africa c’è ancora spazio per il viaggiarore che vuol farsi trascinare dalle diversità e dai colori del mondo. Dovrà accettare bellezza e asperità insieme.

Una sera a Tirana

Tirana, ore 18:55, forse ho scritto già troppo e non mi godo il viaggio ma il roaming inesistente mi aiuta a concentrami su pensieri e progetti. Ma ogni tanto mi sento debitore di chi mi segue con affetto

L’arrivo della sera è sancito del canto dei muezzin che inonda l’aria. Mi riportaalle atmosfere di Istanbul e poi Beirut dove ho vissuto questo rito. Vai da quelle parti e scoprirai l’effettocheffffa!

Per uno come me, che crede nella conciliazione delle religioni, curioso di conoscere la storia e di avvicinare le persone attraverso un’unica spiritualità è una carezza profonda.

Quando esco dal mio alloggio, dopo un delizioso sonno ristoratore, è già sera, luci e colori nuovi, il passo che si allenta e tutto diventa leggero.

Cammino lento, seguo il ritmo del mondo, cercando di registrare angoli, vetrine, particolari come una donna al chiosco che aspetta un cliente e una conversazione tra due autisti di taxi. Peccato non capire nulla, potessi sapere che si dicono! Sorridono, questo lo vedo, ma quale sarà il motivo? Il non sapere mi affligge più che mai.

Lascio la strada maestra e mi butto in quelle laterali dove le boutique e i negozi occidentalissimi, la banale riedizione di ogni centro città, vengono sostituiti da negoziati sgangherati, mercatini e bancarelle ricavate da garage, piene di contraffazioni di grandi marche, parrucche, magliette del Manchester e ancora cover di telefonini e reggiseni.

I palazzi mostrano nelle rughe del tempo e della povertà, tra fili elettrici e telefonici che si inerpicano come crocevie incomprensibili, parabole tv e motori dei condizionatori. I vicinati raccontano una Tirana diversa, popolana, popolare, povera e semplice, le macchine sono residui di tempi andati, i rifiuti sono parcheggiati non sempre con ordine, i palazzi non sono ancora finiti (e resteranno così, a vita).

Il senso di ogni viaggio: correggere il cammino previsto e virare oltre, senza paura di qualche sguardo minaccioso mentre scatto una foto e di qualche strano movimento che intercetto con la coda dell’occhio.

Sono i rischi del viaggiatore curioso, ma che porta rispetto per i luoghi e le persone. Non ci son dubbi che ho attirato l’attenzione di qualcuno col mio procedere curioso.

Quando riesco dal dedalo mi ritrovo in un’altra strada commerciale – Rurga Ismail Qemali – dove le vetrine tirate a lucido non mi emozionano più come quando ero piccolo e i macchinoni che sputano fuoco e fumo fanno la fiera del trash. Sento tutto questo banale, ma sono ben allenato a questo sfarzo volgare, non mi è nuovo.

Ragazzi e ragazze che vestono di marca si mischiano a uomini e donne con vestiti semplici e poveri, tute mal indossate e jeans portati male, in uno scontro generazione che racconta troppo. L’ansia dei più giovani di apparire e quella della mezza età di non aver nessun obbligo sociale da difendere, se non la macchina di grossa cilindrata come trofeo sociale. Ma tutto il mondo è paese.

Nei bar e nei locali non accettano carte di credito, il nero sommerso la fa da padrone. Così ho capito in una mezza giornata. Me ne faccio una ragione anche se devo cercare di evitare di farmi fregare dalle commissioni.

Un muezzin ricanta da un’altra moschea. I fedeli entrano composti, si tolgono le scarpe, le ripongono in un piccolo armadio di lato, salutano il custode e poi si perdono dentro ampie sale illuminate.

Una giostra illuminata gira con un bimbo a bordo e il papà che lo sistema, nell’attesa che ne salga anche qualche altro passeggero. Il bigliettaio è triste, sa che stasera non farà affari e la ragazza che dovrebbe smistare la folla ha il viso deluso e si accontenta dello smartphone. I bimbi a terra, invece, controllano in quale posto salire. Ce ne sono due. Appena la giostra si ferma, hanno le idee più chiare dei genitori che hanno appena pagato il biglietto. Uno sceglie il cavallo, l’altro, più piccolo, la carrozza magica.

Una strada lunghissima porta al Politecnico. Attorno ci son grattacieli allumati dalle geometrie curiose e altre che aspettano di illuminarsi. I semafori sono colorati anche nella struttura con dei led luminosi. L’effetto è suggestivo, come una camminata al freddo di una capitale europea avvolto da luci e da persone che mai incontrerò. Quella bellezza che si chiama viaggiare. Magari con Battiato in cuffia che canta Up Patriots to arm.

Mi guardo attorno. Tirana, Albania. La vedevo in tv, lo leggevo nei libri. Nei TG questo posto era storia: la dittatura, le migrazioni. Da piccoli era tutto troppo lontano e diverso. Oggi è emozionante essere qui. Cercare di capire. Un palazzo, un edifico, uno sguardo, una conversazione. Quel poco che basta, perchè ci vorrebbe tanto altro. E non ho pretese di capire in questo piccolo di giorni. Ogni città ha una vibrazione. Percepisci. Ti emozioni stupidamente anche sedendoti in una delle panchine e osservando il mondo che scorre, i parchi, le piattaforme, le coppie che si nascondono, gli anziani che si godono la pace di un parco.

Questa è che beatitudine, ma non dirlo in giro. Qui su Facebook, come diceva l’amico con voce squillante di Chia, non ti capiranno mai.

(le foto son volutamente poche per farvi immaginare)

Il viaggio in Albania: l’arrivo a Tirana!

L’aereo della compagnia Wizzair arriva puntuale nel piccolo aeroporto internazionale di Tirana. Controlli attenti – scambiano i miei notes per soldi contraffatti – e sorrisi di scusa e comincio l’avventura!

Terminata l’atmosfera ovattata dello scalo, riproponibile ad ogni latitudine del mondo, si apre un mondo più verace e caotico: tassisti che contrattano, la fiera degli autonoleggi e, in fondo alla mischia, gli autobus che portano alle varie destinazioni.

Scelgo quello con la scritta Tirana. L’autista ha il volto di Paul Newman, mi dice che costa 4 euro il trasporto, di salire subito con un cenno di intesa. Parla con altri tipi che poi scoprirò siano collaboratori: uno chiude le porte, l’altro accompagna l’autista. Nessun pagamento anticipato. La vettura è vecchia, un salto nel passato: ha i sedili con una stoffa appassita, un servizio bagno (che poi scopro sia un deposito per spazzoloni), un orologio che segna l’una. Ci son viaggiatori solitari, albanesi, una coppia di cinesi – lo vedo dal cellulare – un americano e altre persone.

Una donna sull’ottantina con capelli raccolti e abito nero – potrei associarla a una classica nonna di paese – è in videochiamata alla figlia che le mostra i bimbi che giocano. Sorrisi e urla. Capisco che stanno parlando anche di lavatrici e detersivi. Il marito sale dopo, sfoggia un impeccabile abito blu con una bella camicia bianca e colletti larghi, ha capelli brizzolati lunghi e un viso abbronzato sembra pronto per le nozze d’argento.

Quando l’autista accende i motori, dopo un’ora di forzata pausa, posso tirare un sospiro di sollievo. Il bigliettaio ha la polo rossa aziendale, sguardo freddo e tiene i soldi in mano: accetta moneta albanese o euro.

L’autobus dopo appena cento metri rallenta, recupera altri passeggeri appena scesi dai voli. Ma farà altre fermate curiose, quasi casuali, di cui una in aperta campagna in cui salgono due contadini che ringraziano e si siedono dietro. Poi ancirs due giovani viaggiatori.

Il tragitto aeroporto-centro dura mezz’ora, un film che mostra sviluppo e limiti di Tirana: case non ancora finite lasciano la vista a moderne fabbriche, aziende, noiosi centri commerciali da scritte inglesi e sedi distaccate di multinazionali. I nomi italiani son ricorrenti.

Tornando alle fermate, nemmeno io comprendo quale sia la ratio tant’è che la richiesta di fermata è semplicemente alzarti e far capire di voler scendere alla prossima. Lo faccio, ma la prossima è il fine corsa. “Cinque minuti”, dice l‘autista in un malandato inglese. Purtroppo diventano venticinque perché il centro è un inferno di traffico, incroci con precedenze indecifrabili, motorino e bici.

Arriviamo fino al terminal tagliando in due Tirana e non tutto quel che va storto è un problema reale: mi godo la città in un inedito tour a bordo, sono a due passi da piazza Skandebeg in cui si arriva con una breve camminata con la chiesa ortodossa e il palazzo dell’Opera.

Intorno è un fluire caotico e disordinato di auto, persone e autobus. Giardinetti incolti, panchine disseminate in maniera casuale, chioschetti, anziani che giocano a scacchi e sorseggiano un caffè turco e ragazzi che gioscono per l’uscita da scuola. E poi ancora suonatori di flauto, donne con la spesa, mendicanti, studenti universitari. Una coppia litiga, dei motorini passano impuniti nell’imponente e lucida piazza dove sventola una grande bandiera albanese.

Intorno case decadenti, palazzi sovietici si ripropongono vicino edifici nuovi e colorati dal gusto moderno, chioschetti attempati con giovani lounge bar.

Il mio alloggio costa 20 euro a notte solo contanti. Una guest al house a dieci minuti dal centro in un quartiere popolarissimo, dove si sentono le urla di una scuola media e le botteghe sono prefabbricate e i panni stesi in palazzi malridotti fanno bella mostra.

Questo mix tra moderno e vecchio, con una devastante semplicità di vita ed energia, un fluire continuo di gente e rumore, mi strappa un sorriso. Curioso alla ricerca di qualcosa di diverso, ma è questa semplicità a disorientarmi.

Questo perdere certezze occidentali e trovarmi davanti botteghe precarie e marciapiedi rotti.

L’Albania ha sofferto tanto. Dittatura efferata, persecuzioni, povertà, influenze politiche e culturali. Televisioni italiane con il loro degrado, migrazioni per cercare un eldorado.

Come non ricordare la nave straripante di albanesi che arrivò a Bari? Ferite che ogni uomo dovrebbe sentire quando parla di storia e politica.

Ma oggi quell’Albania cammina sulle proprie gambe. Tremano ma son proprie.

Forse è davvero dalla sofferenza che i popoli tirano fuori il meglio. Quel meglio che si chiama speranza, quella che altrove è andata perduta, violentata dalla banalità di una vita senza drammi.

Il giovedì al Colonial del Palazzo Doglio 100% vinile

I miei Technics ci sono e pure i vinili ansiosi di essere riproposti!

E ci sarà St-Germain, nell’ambito di una collaborazione/evento supportata da Casa Martini – Martini & Rossi che presenta per cinque giovedì alcuni dei suoi brand più iconici, con cocktails studiato ad hoc dal barman di Colonial e i loro brand ambassador, abbinati ai piatti della cucina del locale.

Ci vediamo giovedì 27 ottobre al Coloniàl del Palazzo Doglio dalle 19 in poi!

Thich Nhat Hanh e il suo Trattato di Pace

Ho appena finito di leggere Spegni il fuoco della rabbia di Thich Nhat Hanh, monaco vietnamita, grande maestro spirituale del nostro tempo.

Un meraviglioso libro con riflessioni sulla rabbia e sull’origine dell’infelicità che ha tra le cause l’errata conoscenza (ignoranza), il desiderio ossessivo e la rabbia stessa.

Thich Nhat Hanh afferma che la felicità è una pratica che ha a che fare con la trasformazione della sofferenza e del dolore che alberga dentro di noi. Ma non c’è conflitto, quanto convivenza, consapevolezza di quel che succede. Non si può annientare la rabbia, ma bisogna riconoscerla e conviverci. Questo è l’unico metodo per poterla superare.

IL TRATTATO DI PACE

Tra i tanti spunti, alla fine del libro, c’è un Trattato di Pace fatto firmare alle famiglie di Plum Village nel corso di una cerimonia alla presenza della comunità. Il consiglio di Thich Nhat Hanh è di adottarlo e adattarlo, sentendoti libero di modificarlo.

Perché possiamo vivere a lungo e felicemente insieme, per sviluppare e approfondire costantemente il nostro amore e la reciproca comprensione, noi sottoscritti facciamo voto di osservare e praticare quanto segue:

Quando sono arrabbiato mi impegno a:

1. Astenermi dal dire o fare qualsiasi cosa che possa causare ulteriore danno o intensificare l’ira.
2. Non reprimere la mia rabbia.
3. Praticare la respirazione e prendere rifugio nella mia isola interiore.
4. Con calma, comunicare entro 24 ore a chi mi ha fatto arrabbiare che sono irritato e sofferente, sia verbalmente sia consegnando un ‘Messaggio di Pace’.
5. Chiedere un appuntamento, sia verbalmente sia tramite un ‘Messaggio di Pace’, per un successivo giorno della settimana per discutere la questione in modo più esauriente.
6. Non dire: ‘Io non sono arrabbiato. Va tutto bene. Non sto soffrendo. Non c’è nessun motivo per essere arrabbiato, niente che meriti di suscitare la mia ira’.
7. Praticare la respirazione e il guardare in profondità nella mia vita quotidiana, mentre sono seduto, sdraiato, in piedi e mentre cammino, per vedere:

a) i modi nei quali anch’io, a volte, sono stato maldestro.
b) come ho ferito l’altra persona a causa delle mie tendenze abituali.
c) come il seme della rabbia, che è presente in me, sia causa primaria della mia ira.
d) come la sofferenza dell’altra persona, che innaffia il seme della mia rabbia, sia la causa secondaria.
e) come l’altra persona non stia cercando altro che il sollievo dalla propria sofferenza.
f) che io non potrò essere davvero felice fino a che l’altra persona continua a soffrire.

8. Scusarmi immediatamente non appena mi rendo conto della mia mancanza di tatto e di consapevolezza.
9. Posticipare l’appuntamento nel caso io non mi senta abbastanza calmo per incontrare l’altra persona.

E dopo il malware… il sereno!

Un brutto malware ha mandato in tilt il sito per diverse settimane.

Cos’è un Malware: da wikipedia “abbreviazione dell’inglese malicious software, lett. “software malevolo”), nella sicurezza informatica, indica un qualsiasi programma informatico usato per disturbare le operazioni svolte da un utente di un computer. Termine coniato nel 1990 da Yisrael Radai, che è andato a sostituire il virus.

Per settimane non avevamo accesso al pannello utente (il dietro le quinte, per intenderci, per modificare il sito) e chi arrivava su Tixi.it si trovava di fronte un pop-up poco rassicurante.

Ringrazio Jaime Lai che ha risolto al meglio tutto ed ora tocca a me rianimarlo!

Ci vediamo agli Europei e Mondiali di Beach soccer

Dopo le Final eight del Campionato italiano che si sono giocate lo scorso agosto proprio all’Arena Beach dell’Ippodromo del Poetto, arrivano in città altri due eventi di altissimo livello, organizzati dal Beach soccer worldwide e supportati localmente dal Comitato regionale Sardegna Figc LND, con il patrocinio della Regione Sardegna e del Comune di Cagliari.

Un appuntamento importante dove sarò nello staff di Comunicazione e responsabile locale dell’animazione.

Si parte giovedì 8 con il Campionato europeo “Euro beach soccer league” maschile e femminile, in programma fino all’11 settembre. E sarà proprio lunedì 11 la sfida finale che incoronerà i nuovi Campioni europei.

Saranno 16 le Nazionali in gara, 10 maschili e 6 femminili, tra cui le Azzurre e gli Azzurri che saranno impegnati nel pomeriggio di giovedì, rispettivamente alle 16,15 e alle 17,30. Venerdì spazio alle qualificazioni per la finale dell’11 del mattino.

Al termine degli europei partirà il mondiale per club, la “World winners cup 2022”, con due tabelloni, dal 13 al 18 settembre, sempre all’Arena Beach.

Vi aspettiamo!

Un nuovo sito, sì, lo stai vedendo già

A che serve un sito personale, si chiedono tanti e me lo chiedono quando parliamo di comunicazione. A raccontare chi sei, cosa hai fatto in passato e cosa fai, a farti conoscere e a trovare nuovi contatti in giro, oltre i social. Anche e soprattutto se sei una persona e non un’azienda, perché sei arrivato a un punto della vita ti accorgi di dover mettere ordine anche agli obiettivi raggiunti e ai lavori fatti.

Per me è giunto il momento di investire in un nuovo – il quarto! – completo restyling del mio sito – nato nel 1997 per raccontarmi e raccontare le feste – e ho scelto un altro amico e professionista, conosciuto tanti anni fa in quella esperienza bellissima che fu il settimanale Week, Jaime Lai di Strategia Digitale (le foto sono sempre di Davide Sionis).

Ringrazio anche Gian Marco Tocco per il grande lavoro fatto fino ad oggi

Alert! Il sito è in lavorazione!

Direzioni artistiche e Djset

Sono felice, lo dico da dj e da persona che si occupa e collabora nella direzione artistica.

La soddisfazione maggiore al Bacan è aver contribuito a creare un luogo nuovo e diverso, per mood e musica, dal resto dell’offerta notturna. E questo vale doppio se succede qui, dove di solito è quasi impossibile smarcarsi e bisogna sempre restare allineati e coperti con la Musica – e non solo – per timore di perdere e non essere compresi.

“La gente non capisce” è una delle frasi che sento più spesso ripetere in tanti campi della vita sociale e culturale, come se la gente fosse tutta sempre e solo ignorante e abulica e nessuno dovesse mai provare ad alzare l’asticella. E allora giustifichiamo e accettiamo il trash e condanniamo come presuntuoso chi prova a smarcarsi, pratichiamo la mediocrità perché è più comoda.

Mi son rimesso brutalmente in gioco!

Ora l’obiettivo è continuare a contaminare, con tanto lavoro e costanza, studio e ricerca, senza presunzione di avere ricette miracolose e col massimo rispetto del pubblico e della musica.

Adelante!