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Si ricomincia la settimana

Un’altra settimana comincia, a Milano come per miracolo si respira, il termometro segna 23, ma promette temporali. Poca stanchezza, anche se come sempre non ho dormito durante il volo. Scendo le scale dell’aereo, la valigia pesa, c’è un weekend ricco di bei ricordi e incontri, musica e aria di campagna.
Grazie a chi in qualche modo ne ha fatto parte 🙏

C’era una volta…

Lei è Anna Rosa, gestisce una lavanderia vicino a casa mia, a Milano. Dall’accento direi calabrese o pugliese ma potrei sbagliarmi come sempre. Una delle tante persone che rendono questo posto un magnifico concentrato di appartenenze, di lingue e culture. Sud, Oriente, Africa, Est, Ovest, colorano e danno un cosmopolitismo che ti affascina e ti stupisce. Perchè accade che puoi sempre incontrare persone diverse da te e mettere in gioco il tuo presunto etnocentrismo.

Anna Rosa, abiti fantasia, poco trucco, occhiali per vederci da vicino,bicipiti pesanti, collane e anelli, mi ha ricordato le vecchie lavanderie sotto casa, come quella in via Val d’Elsa, con loro inconfondibile profumo, gestite da signore che hanno speso un’esistenza per farle vivere, di cui ti fidi perché sai che lavorano con amore e non solo per guadagno.
Non hanno insegna e sollazzi, solo profumo che invade il vicinato.
Entrare nel suo regno, concentrato di abiti ordinati e piegati con grazie e poi appesi con nylon e numerino di riferimento celeste in ogni pertugio possibile, santini di madonne e protettori beati e cartelli con un italiano approssimato è un po’ tornare indietro nel tempo.
I suoi modi cordiali e tranquilli così come la sua calma nello stirare, fare i conti con il registratore di cassa, decidendo poi l’arrotondamento e nel compilare le ricevuta raccontano di chi non si è fatto ancora coinvolgere e cambiare dalla velocità dei tempi.

In questi piccoli negozi, nati in tempi lontani e rimasti sempre uguali, resiste ancora il rapporto personale, l’attesa, la fiducia, il tempo che non passa mai.
È come un piccolo flashback che mi ritrovo a fare, con piacere, ogni tanto. E resto estasiato da come comunque questi luoghi nascondano una semplice magia, una resistenza senza rabbia e forza al cambiamento.

Lavoro?

LAVORO
La mia sensazione ed esperienza di questi tempi è che il lavoro, è vero, sia poco, ma le persone sottovalutino le occasioni e lavorino con molta sufficienza in attesa del superlavoro e del ruolo da dirigenti megagalattici che mai arriverà.

Circondati da notiziole e cazzate, falsi miti e bugie,sottovalutano la gravità della situazione occupazionale. Per molti, terminato il tempo dei selfie e della vida loca a spese dei genitori, comincerà la precarietà: doversi accontentare, quando va bene, di umili lavori, trattati da schiavi e senza diritti. Già molti lo sono diventati ma no lo dicono per vergogna.

Poi manca l’onestà di capire cosa si può fare con i propri titoli e competenze. Molti si sopravvalutano e sottovalutano e sottovalutano quanto sia duro raggiungere certi obiettivi (vedono solo i risultati dei successi altrui). Pensare senza diploma o senza laurea o senza sacrificio di ambire è davvero da idioti.

Il mio suggerimento? Ogni occasione di lavoro va presa sul serio perchè può aprire, magari, qualche opportunità. E’ vero, specie il mercato sardo (e per buona parte quello italiano), non prevede illusioni. Pagano poco e male. Non ci sono occasioni di crescita. Molti datori ricattano e ti imprigionano in gabbia. Non si può facilmente cambiare. Ma se alla lunga lavorate bene e siete puntuali, precisi, efficienti e attenti qualcuno se ne accorge sempre. Se accumulate esperienze, iniziate ad avere contatti e conoscere persone, e quindi occasioni. Guardarsi attorno è un altro consiglio. Ipotizzare pure di trasferirsi.
Ci vuole comunicazione e pubbliche relazioni.

Bisogna aprire gli occhi o si rischia davvero una vita di merda. Gli indicatori non danno segnali positivi per presente e futuro.
Non dico di accontentarsi sempre, ma trovare il giusto equilibrio tra sogno e possibilità. E lavorare, lavorare duro…quello che non tutti vogliono fare. Spesso anche capire come si lavora è un lavoro!

Tixi ci manchi

“Tixi ci manchi”. Ho ricevuto negli ultimi giorni tanti messaggi così. Io sono social, spesso anche troppo, e vivo perennemente in giro, ora anche a Milano.
Mai come questi tempi, di fronte alle possibilità di essere sempre connessi, sentiamo più il bisogno di vedere, abbracciare, guardare negli occhi e incontrare le persone. Ed io che bazzico tra social e la gente (pensate a quando faccio il DJ, che immersione!) son sempre più consapevole della ricchezza di un incontro e dell’amarezza per chi, giocoforza, non vedi. E quante occasioni si aprono in un incontro.
E’ un paradosso, ma anche se la tecnologia ci rende “presenti” ovunque, questo bisogno non finirà mai.

Fare il Dj

Fare il dj non è solo salire sulla consolle, essere conosciuto e mettere tutto il tuo intuito e genio per far divertire la gente (e non è detto che si riesca). Delle serate mi piace notare i particolari e ricordarmi gli intrecci: i genitori che aspettano con ansia i figli all’uscita, i miei litigi con il computer, vedere in azione i colleghi amici dj e la loro diversa concentrazione e linea musicale, gli abbordaggi spesso improbabili in pista dei clienti, il mare che luccica e la luna sullo sfondo di ogni notte d’estate, i profumi dei paninari all’uscita e le tante persone che ti fermano in serata, un saluto nella loro gestualità e due parole sempre da condividere, o una foto, spesso anche chi non ti aspetti che pure ti segue e sa tutto di te tramite i social.

La musica e quella euforia poi si dirada quando accendi il motore e la serata diventa un file da archivio dei ricordi. E non puoi che ringraziare che tutto questo continui ad accadere.

Tixilife

Mal di schiena regolare post DJ set, primo weekend di scuole chiuse e venerdì in Darsena, tra musiche, suonatori di bonghi, chitarre, pischelli in uscita libera, bolidi di passaggio, profumi di cannabis e bottiglie sparse. Il motorino mi attende parcheggiato a due passi.
Domani parto e quasi mi dispiace andarmene. Queste notti parlano di me, più di quanto pensi. È come essere a casa senza averci mai vissuto, è amore della novità che rassicura più delle certezze, è insoddisfazione tale da renderci vivi. #tixilife

 

Mi dispiace

Che parole ci sono quando un amico, di primo mattino, ti racconta che la persona più importante della sua vita ha un male incurabile? Che cosa puoi rispondere, pensare, dire, suggerire? Per una volta tanto, la tua incontinenza verbale non trova più vie d’uscita o flussi capaci di produrre un sentimento che sia parola, frase, espressione. Solo un semplice e banale “mi dispiace”. E l’idea che siamo sempre in balia degli eventi, più di quanto pensiamo distratti dalle cose della vita.

La strategia del silenzio

Ieri chiacchieravo con un amico imprenditore. Riflettevamo su quanto sia complicato oggi interfacciarsi con persone serie, al punto che ti viene il dubbio anche su te stesso. Cosa vuol dire serie? Semplici, sincere quanto basta per parlare chiaro e che non ti facciano perdere tempo ed evitino i tatticismi nel lavoro come nella vita. Che non se la tirino credendosi esperti o superfighi di fanculo, come fanno molti nel loro piccolo orticello.
Ci si può capire senza parlare. Invece affronti lunatici, strateghi del silenzio, persone che sono sempre eterne vittime, che si offendono per una parola e un gesto fuori posto, e mai pensano che anche gli altri, oltre i momenti di leggerezza e svago, che non sono vietati, si facciano il culo per realizzare qualcosa e non siano automi perfetti, ma provino a migliorarsi e comprendere che siamo tutti nel mezzo di una lotta per sopravvivere, e questa sopravvivenza non si raggiunge a discapito degli altri ma collaborando e condividendo idee e risorse.
Poi ho letto una bella riflessione di Riccardo Martucci a cui mi son collegato.
La torbidità, il tatticismo, le lune non mi vanno a genio. A quel punto dò il mio minimo sindacale fino a esaurimento scorte, cioè subito.

Piazza di Ponte

“Dove eravate finiti tutti ieri notte”, mi son chiesto. La piccola piazza ventiquattro novembre di Ponte di Legno si rianima di persone che si godono questo strano sole non previsto dal meteo.
Un gruppo di coppie di amici sui sessanta si saluta e dialoga su cosa hanno fatto a pasqua, oltre a dibattere sulle altezze sul livello del mare dei vari paesi e ancora sul meteo. Dieci minuti di meteo, ed è assurdo come riescano a tenere a galla la conversazione.
“Stai in piedi!” urla decisa una mamma a un bimbo che si avvicina e mi saluta con un flebile ciao e poi casca buffamente mentre come una lucertola trovo il mio posto al sole e mi godo un libro. Il mio pullman partirà tardi, c’è tanto tempo ancora, nessuna fretta.
Un rintocco del campanile cinquecentesco che fa a pugni con una gru e ancora un bimbo che mi invita a calciare un supertele neroazzurro. Il gruppo di amici conclude il dibattito con “oggi comunque si sta bene”, solo un presagio per i prossimi argomenti: malattie e operazioni ospedaliere.
“Il terzo giorno alla una e mezza l’han mandata a casa”, i racconti si sprecano nel crogiolo di gente. Una bimba decide se il suo palloncino preferito sarà quellp blu o rosso. Il bimbo del pallone ha preso la bici, e gira felice attorno a questa fontana imbastita di ciclamini, orchidee e altri fiori che non conosco.
Il libro mi aspetta, stacco. #tixilife

Buonanotte da Milano

Quello che vedete delle persone spesso è la minima parte dei loro sforzi e sacrifici. C’è tanto altro che non si vede e conosce o magari pur notandolo si capisce. O si fa finta di non capire. Fatto di ore, minuti, problemi, complicazioni, paure, silenzi, pazienti attese.

Troppo presto si giudicano e liquidano gli altri, come fossero capi alla moda, da indossare una stagione e poi quando non servono o cambia il tempo riporli in un armadio.

Se c’è qualcosa che ferisce si chiama cinismo e calcolo. E spesso colpisce le persone che meno se lo meritano, quelle disposte generosamente a dare sé stesse e che proprio per quel dare senza limiti vengono escluse dal gioco.

Buonanotte da Milano 🙏