Parole come pietre anzi coltelli

Il caso della ragazzina suicida, se venissero confermati i motivi, ma anche se non fosse così ricorda una grande verità: le parole sono pietre.
Molti non le sanno usare e fanno danni enormi. Pazzi e ignoranti in servizio permanente effettivo, li vedete? Io sì.

È preoccupante che nella categoria ci siano, oltre che gaggetti, ragazzini/e, fintivip e nullafacenti, giustificati dal loro nulla esistenziale, figure come genitori, impiegati, allenatori, militanti politici, politici, giornalisti, persone con cariche pubbliche, laureati ecc. figure che dovrebbero avere in dono il buon senso e un po’ di educazione e cultura.

Si nascondono anche tra i nostri amici, commentano le bacheche, scrivono stati senza curarsi degli effetti che provocano, incoraggiati dai ‘like’ di altri. Chiacchiere, veleni, accuse, offese, denigrazioni, confidenze spiattellate al pubblico, senza curarsi di nulla. Nessuna regola, nessun pudore: bisogna attaccare, azzannare, aizzare specie per invidia, specie se l’obiettivo è alla portata di mano, debole e non si può difendere, oppure se incarna quello che saresti voluto essere, oppure se non la pensa come te. Ogni discussione prende questa piega: fuggono gli utenti intelligenti ed entrano a gamba tesa gli utonti (e le utonte) desiderosi del loro momento di notorietà pubblica che la sfortunata vita non ha mai dato. Truppe cammellate di idioti all’attacco di qualsiasi oasi di buon senso. Ruttatori che rovinano bei confronti di pensiero e idee. Io stesso rispondo sempre meno e poco mi frega se appaio asociale, antidemocratico e classista. In rete sono diventati tutti coraggiosi, combattono battaglie in nome di chissà che cosa, in realtà nella vita sono solo dei poveri cuccioli abbandonati in cerca di sé stessi. Poi arriva l’ipocrisia di scrivere scrivere “rip” quando le tragedie arrivano.

Perché di Facebook o Ask si può anche morire, una connessione e una tastiera non ti regalano un cervello. Ci vuole ben altro.

Meglio saperlo.

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