Crisi, ma quale crisi? (appunti da un'estate low cost)

È un’estate strana, anzi sembra già un fine estate. La sensazione è che la crisi, parolina magica che spiega tutto e niente, abbia ferito anche il divertimento e il relax, le nostre vacanze e la notte.

Ci sono stati periodi d’oro, ristoranti pieni e discoteche in sold out senza che nessuno ce lo scrivesse sui social network. Giravano soldi, opportunità, posti. La comunicazione si faceva con il passaparola e i flyer e tante opportunità di muoversi non esistevano.

 

Come è stato possibile perdere tutto questo? Qualcuno dice crisi. Io rispondo: non solo. Anni di scelte scellerate, errori, presunzioni, finanziamenti buttati all’aria, capitani mediocri al comando, amministrazioni incompetenti, truppe cammellate di collaboratori ammaestrate ma incapaci di fare qualcosa oltre a dare un invito e versare acqua in un bicchiere.

 

Quando le cose sono andate (benino, sia chiaro) tanti imprenditori si sono seduti, smettendo di programmare e pensando che la bambagia durasse a lungo. Problema di sempre: quando uno vede il successo, smette di fare sacrifici, va avanti fino ad erodere quel poco di buono che ha costruito. E ora che c’è davvero da rimboccarsi le maniche, trovare nuove soluzioni (aperture domenicali, zone pedonali, coordinarsi con le crociere) pochi hanno voglia. Ho visto negozi andare in ferie nei periodi migliori: legittimo, ci mancherebbe, ma allora perché lamentarsi?

Ricordate la famosa orchestrina del Titanic? Suonava mentre il transatlantico andava a picco e i ricchi signori tiravano fuori l’abito migliore. Affondare in questa nave? Impossibile. Eppure…

 

Da poco sono andato in uno dei miei locali preferiti. L’ho sempre scelto perché mi trovo bene. Uno dei pochi posti dove vado anche se è pieno facendo eccezione alle mie abitudini. Eppure, da un po’ di tempo, il servizio è diventato scadente. I camerieri non si fermano più come prima a coccolare il cliente, mancano tante piccole cose che ne avevano fatto la fortuna quando aveva aperto. Perché? Ha conosciuto il successo, la fama, l’incasso.

 

Io stesso quando raggiungo un obiettivo tendo a cullarmi sugli allori invece che continuare a tener duro. Mi fido di me, ma il lavoro presuppone costanza e non appena mollo la presa prendo cantonate. Una vita senza relax? Il relax ci dev’essere ma la tensione non deve mancare, così come la voglia di migliorarsi.

 

Nelle disco è in scena la peggior stagione di sempre: c’è aria da smobilitazione, anche se tutti negano. Si apre poco, c’è sempre meno introito, si cambia velocissimamente o spesso si parte senza avere un’idea chiara di quello che si farà in stagione (così si alternano ospiti e temi che non hanno un filo logico). Gli staff cambiano di continuo.

Si è perso un patrimonio di clientela enorme e si continua ancora a vantare l’eleganza e l’esclusività del locale. Non importa chi lo fa e come lo fa, non importa se la gente non ci crede più. Tanto, pensano, se sei in città e vuoi divertirti “vieni solo da noi”. La mentalità dell’esclusiva ricattatoria con i clienti e con i lavoratori: non hai altra opportunità all’infuori di me, quindi posso alzare i prezzi, trattarti male, ma non hai altre alternative.

 

Invece le opportunità ci sono: si va via con una facilità mai vista prima. In un’ora di volo si è a Ibiza, in Grecia e a Barcellona dove si spende di meno e ci si trova in località a misura di turista. Si sceglie di lavorare a Londra in un ristorante per non mendicare uno stipendio tra Poetto e piazza Yenne. La conferma c’è: la crisi è una falsa risposta o comunque non giustifica tutto.

 

Altra storia: ci sono due chioschi per un tratto di spiaggia di 100 metri. Ci vanno sì e no una cinquantina di bagnanti al giorno. I due proprietari si fanno la guerra, poi a fine stagione non coprono le spese e magari non pagano il personale. Chiudono prendendosela col vicino scorretto, con il dj che non ha messo la musica giusta all’aperitivo, con il maestrake e ovviamente con la crisi. Sarebbe bastata un po’ di lungimiranza in più, un’analisi di mercato più che un’ubriacatura di orgoglio. Colpa della crisi o della stupidità?

 

È questo il momento in cui bisogna trovare strade nuove, mettersi in gioco e ripartire, studiare e rimboccarsi le maniche, unirsi e trovare punti di raccordo. Lo devono fare gli amministratori, troppo indietro rispetto alle dinamiche, ma anche e soprattutto gli imprenditori e gli operatori. Ciò che era ieri è già passato e sepolto. Aprire la mente, ascoltare i clienti e i fedelissimi, investire sul sapere, dosare le risorse con intelligenza, formare personale, essere sempre più umili e ricettivi. Essere devoti ai vostri clienti, non supponenti.

 

Nel momento in cui credete di essere arrivati, siete sull’orlo del precipizio. E di questi tempi vediamo tanti cadere dopo che un attimo prima si vantavano ai quattro venti, raccontavano di locali strapieni e continuano ad accusare sempre e solo lei, la panacea di tutti i mali: la crisi. Ma c’è anche chi ha capito la situazione e si è mosso: con qualche ammaccatura e livido, qualche vacanza in meno, ne uscirà alla grande.

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