Una notte per ricordare (e l'anima che vaga)

Finalmente a casa, finalmente a chiudere questa settimana intensa.

Domani ricomincia la vita di tutti i giorni e le immagini di Londra, Amsterdam, Bruxelles e del concerto di Campovolo saranno un ricordo.

Oggi è domenica, il giorno dopo un sabato intensissimo. Ero a Londra alle 6 del mattino, scalo a Bergamo per alcune ore in attesa del volo per Cagliari e poi due serate in discoteca in consolle. Roba da pazzi.

 

Fuori tutto tace. Ho ancora voglia di scrivere, ho voglia di graffiare questa notte finché posso. Una notte come tante. Lascio che la mente vaghi. I pensieri non sono sempre bellissimi.

 

È passato quasi un anno da quella fredda mattina di ottobre. Perché sí, quella volta ho sentito freddo nella mia vita.

Un freddo diverso dal solito. Una telefonata ha rotto una finta tranquillità di un giorno come un altro, che andava avanti con te in ospedale con una fine scritta: una malattia irreversibile. Quello squillo ci fece correre all’ospedale e vederti senza vita e senza poterti dare l’ultimo saluto.

 

Ancora ricordo le parole che scrissi quel giorno sul mio iPhone

“Non avrei mai pensato che con l’alba saresti partito senza darmi tempo di un ultimo saluto e di un abbraccio prima di questo viaggio. Come sempre hai fatto di tutto per non disturbarmi e lasciarmi riposare. Ma sono sicuro che prima o poi ci rivedremo e allora tutto sarà eterno…”

 

In questo anno è successo di tutto: non so se io sia migliorato o peggiorato, se sia il figlio di cui tu possa andare fiero o meno. Ho fatto tante cose, alcune sono stati successi altri sono stati errori colossali, mi sono giocato opportunità, qualche volta ho seguito i tuoi soliti consigli, altre volte ho fatto di testa mia. Ho conquistato persone, ho lasciato altre. Ho vinto e perso mille battaglie. Mi sono fidato di persone che reputavo amiche  e mi sono sorpreso di altre che non pensavo.

Forse sono diventato più arrabbiato, incazzato e stronzo ed esigente dalla vita, meno pronto ai compromessi, più deciso e più coraggioso, forse no. O forse semplicemente vedendo la vita passarmi davanti in quel giorno di ottobre e la morte da così vicino, vedendo e sentendo il mio primo grande dolore (io arrivo sempre tardi a tutto) ho imparato che la vita non ti dà tante chances se non sei bravo a coglierle senza pensarci troppo. Ho deciso di non rinunciare a nulla, errori compresi. Ho deciso di vivere la vita e lasciare tutto il resto.

Forse il dolore non l’ho ancora realmente sentito, forse non é ancora successo nulla dentro di me, e forse me ne vergogno: ti vorrei raccontare di quelle tante notti tornando a casa, guidando tra le luci di città, quelle notti in cui ogni volta, maledettamente, ti aspetto e ti cerco e ancora non ci credo che sia successo, che non ci sia più.

Ti vorrei raccontare di mamma, sola in casa, che non posso più lasciare, dei progetti rivisti, della sensazione che deve avere lei, una donna quando l’uomo della sua vita, colui con cui condivideva il letto, il pranzo, la cena, le passeggiate, le gite, le sfuriate, non sia più al suo fianco. Questo è il dolore più forte e insopportabile, la solitudine di mamma, prima ancora del mio egoismo. Io non sono abbastanza bravo per farmene carico, per colmare questo vuoto. Cerco, ma capisco tutti i tuoi limiti.

 

Mi mancano le discussioni, le porte sbattute, i ritorni dai viaggi, la sicurezza di averti a casa quando mi dimentico qualcosa, e tante altre cose, anche. Film di guerra, le partite del Milan, le sorprese. Solo quando le perdi capisci quanto siano importanti.

Ogni volta le rivivi come fosse appena ieri.

 

In tutto questo, però, ho trovato tante persone vicine, persone incredibili, alcune delle quali non credevo avessero avuto lo stesso dolore e io non ci ho fatto caso, o altre che sapevo l’avessero vissuto e ho ammirato per come l’hanno saputo sopportare e diventare grandi.

Una parola, un messaggio, un abbraccio, la presenza, hanno costruito un puzzle formidabile che mi ha permesso di restare sempre forte e lucido anche quando la tristezza avanzava, anche in quelle sere di cui ti parlavo. Mi hanno salvato le mie parole, le mie passioni, la musica, la scrittura, il calcetto. Mi hanno dato energia. Poi ho viaggiato, tantissimo: so che ti saresti incazzato alla sola idea che buttassi soldi così. “Ma che ci vai a fare?” avresti commentato. Ma ho viaggiato per il mondo, zaino in spalla, conoscendo gente nuova, dormendo in giro dove andava, perché sentivo il bisogno di uscire un po’, di cercare la mia anima, di portare la mente altrove, di vivere e provare, di sentire qualcosa di diverso o forse solo di trovare temporanee e codarde vie di fuga dalla tua mancanza.

 

Mi son battuto per le mie idee spesso e volentieri, anche troppo, e so benissimo che mi avresti detto “ma chi te lo fa fare?”. Ma sai come sono: testardo, incazzato, spesso irrazionale. Uno scorpione, molto diverso da te, pacato e saggio. Io sono l’irrazionalità allo stato puro, cenere che cova, un tornado, un kamikaze.

 

È rimasto tanto di te, tutto il tuo lavoro, tutti i tuoi silenziosi sacrifici, e noi figli a riconoscere tutto questo solo ora che non ci sei.

 

Ho scritto tanto quest’anno, ho avuto una creatività e una voglia di inondare il web e i blog con le mie riflessioni (alcune le avrei anche potute evitare) che non avevo mai sentito dentro. Che figura! Qualcuno mi ha preso per pazzo e drogato, qualcuno mi ha rinnegato da amico, qualcun altro ha capito: forse è un semplice sfogo a un dolore che ho dentro, forse è la vita che parla, la mia anima, forse ho capito che solo queste passioni mi salveranno. Scrivere, fare il dj, il calcio.

 

Non c’è alternativa. Non diventerò mai grande, non amo il posto fisso, le certezze, la stabilità. Sono fatto così, innamorato dell’impossibile, sempre in preda a nuovi progetti e idee e non sempre dopo aver concluso altri.

Forse riuscirò a finire quel libro che tanto volevi che scrivessi, ma sono pigro lo ammetto: sai benissimo che la prima dedica sarà per te, giusto un piccolo gesto rispetto a tutto quello che mi hai saputo dare in questi anni.

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