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Esperienze che lasciano il segno

Due anni fa più o meno cominciava una di quelle esperienze che avrebbe cambiato tante cose della mia vita, il Cammino di Santiago. Ho ritrovato un po’ di me stesso, ho scoperto tante nuove strade, ho capito qualcosina in più del mondo, ho conosciuto persone bellissime come Erika e Giorgio Zannoni.
Spero che la vita mi riservi ancora mille di queste avventure e vi consiglio: investite in esperienze più che in oggetti.

Le prime restano per sempre.

Il rientro

Le mie note nascono a cavallo tra trasferimenti, ritagli, attese, voli e viaggi in treno. Ora sono in un bed and breakfast a Orio al Serio, vicino all’aeroporto di Bergamo: sono partito da Londra stamattina e visto che ho fatto la notte in aeroporto e il volo per Cagliari è nel primo pomeriggio, ho deciso di fermarmi qui a riposare, fare una doccia, rilassarmi. Volevo dormire dopo aver rateizzato il mio sonno tra l’aeroporto e il volo, ma non ce la faccio. Scrivo, tanto per cambiare. Read More

Ringraziamenti e bilanci tra Santiago, Madrid e Cagliari

Mentre sono tra le nuvole del volo Santiago-Madrid, prima di puntare verso Cagliari ripenso un po’ a questo viaggio, e parto proprio dalla fine. I fuoriprogramma, le cose più belle della vita. Eppure li temo, perché barcollo sempre tra desideri di liberazione e ansie da cagliaritano.
Non dire, non fare, non pensare, chissà cosa accadrà? Poi scopri che regalano sorprese e cambiano serate altrimenti destinate a raffreddarsi tra noia e sbadigli, come ieri sera.
Stamattina sveglia alle 7, doccia e corsa all’aeroporto (finalmente non otto ore prima come mio solito per le mille paranoie). Tempo per una colazione carissima (7€ per spremuta, cappuccino annacquato e una napoletana… Esiste frastimiamo e lodiamo?) e si parte. Ho sempre pensato che consumare in aeroporto sia un errore grossolano ma, stupidamente, ci casco sempre. Come in tante altre cose in cui dimostro di essere uno scemo patentato. Persevero. Come nel mandare sms dall’estero o usare l’iPhone e sprecare batteria quando poi mi servirebbe per cose serie.

Facciamo un po’ i bilanci di questo viaggio dopo circa 150 km percorsi a piedi in totale (113 di cammino e altri sparsi), 11 bus presi, 4 voli aerei.

Cose positive:
– la capacità di fare amicizia con gente che non ho mai visto e mettermi in gioco. Adattativo
– meno vergogna nel chiedere le info all’estero (orari bus, strade), mio grosso cruccio (rideranno di me?). Invece, tutti disponibili
– curiosità sui piatti locali (tranne il polpo, sia chiaro)
– sono rientrato in una chiesa dopo tanto tanto tempo
– numero di oggetti portati quasi perfetto
– risposta fisica più che sufficiente: ho usato giusto qualche anti-infiammatorio, ma nessun cerotto o altro strumento. Giusto qualche dolorino serale (sembravo Pinocchio)
– i cambi programma (andare in ostello invece che in hotel)
– il sacco a pelo
– l’iPhone, un vero compagno di viaggio utilissimo in tanti casi per prenotare, prender appunti, scrivere, fotografare, leggere libri e cazzeggiare
– aver usato una sola scheda telefonica lasciando l’altra (e mi scusi chi mi ha contattato al 392)
– ho capito che mi piace la Spagna e la lingua spagnola. Anzi, me gusta
– mi son appassionato di piccole cose: panorami, persone, mangiare le more in cammino, saltare un ruscello, incrociare un contadino, mangiare nelle taverne, lavare la roba col sapone. Low Tixi
– mi son sporcato sentendomi fiero di me. Er zozzone
– facoltà di adattamento inattese. Macgyver
– ho rispolverato gli occhiali da sole Bollè che usavo nell’estate del 2000: revival
– look trasandato e poca attenzione al vestiario: vagabondo
– mi sono ingegnato per risolvere la mancanza della scopetta del cesso nella camera a La Coruna con il getto dell’erogatore della vasca: geniale
– il bagno e il tramonto a Finisterre, sull’oceano: eccitante
– ancora una volta mi hanno scambiato per un 25enne e per uno studente Erasmus
– la colonna sonora scelta: Enya, Mannoia e colonne sonore varie mi hanno accompagnato

Cosa non mi è piaciuto:
– tutte le paranoie iniziali: sono il solito
– potevo risparmiare qualcosa di più sulle spese, organizzandomi meglio. Sprecone
– potevo portare ancora meno roba: due bermuda invece di tre, ad esempio.
– ho acquisito almeno 3 chili: inutile camminare e poi cenare a distruzione (ma non si poteva dire di no)
– a Ferrol ho sprecato una giornata (programmato male e tardi).
– ho letto le notizie provenienti dall’Italia: potevo evitare. Stupido
– due colazioni carissime a La Coruna e oggi. E poi ti lamenti di chiagliari?
– ho rischiato di svenire e morire alla prima tappa dopo aver bevuto una coca ghiacciata al termine di 20km di cammino. Un funerale a Portomarìn non sarebbe stato il massimo
– ho perso l’asciugamano, anzi me l’han ciulato, proprio prima del bagno sull’oceano
– ho perso gli occhiali ma, dai, ne ho fatto a meno alla grande. Zurpo

I ringraziamenti vanno, oltre che ai miei compagni di viaggio Giorgio, Erika, Guido, Ercole, alle due amiche brasiliane di ieri (Jaqueline e non ricordo l’altra!), a tutti quelli incontrati nel percorso.
Ringraziamento offline specialissimo per tre consiglieri d’eccezione: Antonello Lai (non quello di Tcs ma quello di Match e diario sportivo) per la prima spinta motivante; Pippo Pirisi per le preziose informazioni tecniche, i segreti e il prestito della mochila, Emanuele Angius per la segnalazione e Matteo Lecis Cocco Ortu (che tra l’altro è anche un bravo consigliere comunale) per gli ulteriori consigli prima del Cammino.

E poi dico grazie a chi ha seguito questo Cammino, letto il blog, si è sentito al mio fianco, si è ispirato e lo sta progettando e mi ha mandato messaggi e scritto su fb. Se avete bisogno di consigli e idee per fare anche voi questa esperienza, potrete contare anche su di me!

Bagno nell'oceano

Risvegliarsi col rumore dei gabbiani in un piccolo albergo ed avere vicino a sé un bel porticciolo sull’Atlantico con le sue barchette e le sue ridenti case affacciate sul mare: siamo a Finisterre, estremo ovest dell’Europa, ultima tappa del Cammino, un po’ meno spirituale ma ugualmente degno di esser vissuto. Qui si pensava finisse il mondo. Qui tante navi, sorprese dalla furia del mare e dai venti, sono naufragate. Non a caso vien chiamata anche Costa della morte.

Ci siam arrivati ieri sera per compiere il rito finale: quel tramonto meraviglioso sull’oceano che è arrivato intorno alle 21.30.
Ma torno ancora indietro: ieri mattina a Santiago abbiamo partecipato alla messa del pellegrino, toccante benedizione di tutte le persone che hanno terminato il Cammino. Uno dei momenti più suggestivi è stata l’accensione e la messa in movimento del butafumeiro, un enorme incensario che domina sull’altare maggiore e che per essere mosso ha bisogno della forza di 5 persone che attraverso un sistema di cavi, carrucole lo fa muovere in maniera spettacolare.
Ho pregato per tanti, parenti, amici, conoscenti, come ho scritto ieri, sperando che quel pensiero sia giunto a destinazione, da chi solo guarda i nostri destini e le nostre vite dall’alto.
Dopo uno spettacolare panino in un market, abbiamo preso il bus per Finisterre. Tre ore di viaggio costeggiando la bella parte atlantica della Spagna fino ad arrivare al paesino sul mare. Neanche il tempo per rilassarci, siam corsi al capo Finisterre, al faro, per goderci il tramonto. Tre chilometri di strada a piedi (ma oramai siam allenati) per un gran spettacolo finale.
Tradizione vuole che questa sia l’ultima tappa dei pellegrini che bruciavano le vesti e facevano un bagno purificatore nell’oceano.
Per alcune ore ci diamo seduti sulla roccia che terminava ripidamente sul mare ad ascoltare il vento, l’oceano che sotto frangeva la sua forza sugli scogli e a vedere il sole via via scendere giù. Una cena in un ristorantino (Cala Figueira, vi dice qualcosa?) con immancabile bevuta insieme ad altri amici e amiche italiane ritrovate qui hanno chiuso la serata in questo magico posto nell’estremo ovest del vecchio continente.
Il bagno è stato rimandato a stamattina, in una spiaggia deserta a un chilometro dal paese. Anche qui una di quelle situazioni in cui la mia anima si sente in perfetta armonia con il mondo attorno: il mare in tempesta, il suo rumore, il cielo nuvoloso, il vento tra i capelli. Rotti gli indugi mi son buttato anche io nell’oceano. La temperatura non era certo quella dei nostri mari, ma l’emozione era troppa per rinunciare. Momenti unici di questo viaggio per uno come me che si innamora di questi posti e queste sensazioni. Siam tornati giusto il tempo per prendere il bus per Santiago delle 11.45 da cui vi sto scrivendo.
Ho ancora un po’ di soldi e energia per restare qualche giorno in giro qui, anche se il ritorno si avvicina e un po’ di tristezza sale.

Mi piace l’idea di vagare senza un programma troppo preciso, vedere come va. In questi giorni ho lasciato perdere tante convenzioni : il look, il vestiario, i rituali del cazzo che ti fanno cittadino di una società per timore dei giudizi altrui. Il mio gruppo non ha questi problemi, non ci mettiamo problemi in nessun momento se non di esser educati e disponibili. Ah la disponibilità, altra parola chiave in un cammino in cui non ho trovato l’indifferenza che cammina nelle mie strade. Esistono altrove mondi così, dove la gente fa ancora per il piacere di fare? Dove arriva sempre un sorriso e una cortesia?
Tra poco saluterò gli amici che ripartono oggi per l’Italia e mi farò questi ultimi giorni di nuovo da solo senza meta o meglio dove  il cuore deciderà di portarmi. A sud o a nord. Verso il Portogallo o verso la Francia.

Todo se cumple (l'arrivo a Santiago)

L’alba del giorno più lungo. Todo se cumple!

Ci siamo, Santiago ci aspetta; è il grande giorno dell’arrivo dopo circa 110 km di cammino.
Dopo la tradizionale colazione – caffe con leche, zumo e pan tostado – si parte! Solito orario, 7.30 più o meno. Lasciamo Pedrouzo e la sua casetta con foschia e freddo per l’ultima tappa, quella che ci regalerà l’emozione della fine. Ci aspetta un bel bosco con alberi che coprono il cielo e vari scollinamenti, come dice il nostro Giorgio.
Un po’ come nella mia vita parto forte per poi esser raggiunto davanti. Al primo bar tiriamo dritto, nessuna sosta, anche perché ci aspettano quasi 3 chilometri di salita. La strada è tanta ma fugge via come i nostri pensieri. Oramai tutto è familiare, questo viaggio è una parte del nostro cuore.
Una bella salita ancora, con il cielo e i colli avvolti dalla nebbia, prima di sentire il rombo degli aerei in decollo, primo segnale che ci avviciniamo a Santiago! Ma è ancora salita finché non si incrocia una trafficatissima autostrada: il sole ci sorride in lontananza facendosi largo tra la nebbia. Costeggiamo le recinzioni dell’aeroporto, dove i segni di altri pellegrini sono tanti: soprattutto maglie, pezzi di stoffa e croci fatte con i legnetti. Ne lascio una, sottilissima.
Rientriamo nei boschi e ci riperdiamo nel percorso, fino a trovare una bella chiesetta. Ci fermiamo per timbrare la Credencial pensando a come spesso questi piccoli rifugi del culto ti avvicinino a Dio più dei grandi ed affollati santuari; subito dopo troviamo un piccolo ruscello, il rio Caracolla dove i pellegrini si cambiavano le vesti e lavavano prima di arrivare in città. Ora dobbiamo conquistare il Monte do Gozo, che ci regalerà la prima vista panoramica di Santiago, dall’alto. Ci fermiamo a un baretto con la musica a tutto volume (reggaeton e Jennifer Lopez) per un panino e un po’ di relax. Ultima pausa prima della tirata finale: la discesa infinita e le prime case di Santiago.
Il cartello ufficializza l’ingresso nella zona nuova fatta di moderni palazzi e piuttosto impersonale.
Ci addentriamo per qualche chilometro, tagliamo in due la città e dopo vari km ecco che intravediamo il campanile della cattedrale: sono le 12.30. Ci godiamo anche qualche rintocco. Acceleriamo il ritmo, la stanchezza non si può raccontare, scendiamo, ecco la Puerta del Camino, una via stretta che ci porterà nella piazza. Ancora piazze e vie strette, per qualche centinaio di metri, finché sentiamo il rumore di cornamuse da lontano, il santuario si erge enorme a sinistra, un altro sottopassaggio ed eccoci sulla piazza, a concludere il Cammino, come tanti altri, ad abbracciarci, a complimentarci per essere arrivati dopo tanta fatica.
Eppure quel giorno che siam partiti proprio da qui, dalla stazione degli autobus, sembra lontanissimo e quella città un’altra città. Stavamo alla larga da quella zona per tenerci l’emozione dell’ultimo giorno, oggi. E ci siamo, con tutti i nostri carichi, lo zaino, le ansie, i pensieri, le promesse.
Una parte del gruppo va in giro, io ed Erika ci sdraiamo davanti al maestoso tempio della cristianità e ci godiamo questo momento. Il freddo e il vento non danno tregua, ma è una sensazione unica che scioglie ogni stanchezza e fatica, l’energia che ti passa dentro in questo momento, che più volte ho sentito nei miei viaggi. Mi stendo per terra incurante di potermi sporcare, testa sullo zaino, mio fedele compagno, guardo per un po’ il cielo. Le nuvole vanno veloci. Penso solo a questo momento, anni fa un sogno, giorni fa un miraggio, oggi è arrivato.
Il Cammino è finito, o forse è appena iniziato, o forse ancora la vita è un continuo cammino e questa è una bellissima fermata.

Le domande nella vita non finiscono mai per gente come me, ma è la ricerca della verità e dei miei sogni a darmi sempre un motivo per vivere alla grande, per non limitarmi a sopravvivere.

A Palas de Rei in una mattina

La sveglia è fissata per le 6, dopo una colazione con l’immancabile caffè con leche a 8 mila gradi fahrenheit e pane con burro si parte.

Il nostro capogruppo è Guido, maratoneta in pensione. Fuori è buio, 15 gradi, immancabile felpa e kway. Si comincia, lasciato Portomarin, con una bella salita sul bosco e poi un sentiero tra campi di grano e girasole.

Pian piano si accende un nuovo giorno: di fronte 25 km!

Un po’ doloranti, siamo però motivatissimi. Io sto bene, ho voglia di camminare. I primi chilometri sono praticamente uguali, costeggiamo una statale poco frequentata, siamo nella Galizia celtica, case tipiche. Un caffè e si riparte. Il percorso è più dolce, nulla a che vedere con quello di ieri, più interessante ma più impegnativo.

Incrociamo una coppia di amici che per un po’ ci fa compagnia. Un francese che ha una ditta di infissi e un pescarese commercialista che sentono me e Guido parlare di politica. Il francese, che abita a Pescara, mi sfotte: non vuol sentir parlare di politica, per di più nel Cammino. L’amico (anche lui un deluso dalla politica, di “destra” come me) mi incita: “un politico che fa il Cammino non può che essere un buon politico. Non mollare”. Mi strappa un sorriso.
Chiacchieriamo per qualche km, poi li perdiamo. Cose normalissime al Cammino.
A Llegonde si materializza una piccola oasi: timbro sulla Credencial, the, acqua e caffè caldo gratis. L’uomo seduto davanti alla scrivania è un argentino: non risparmia sorrisi e battute e e ti ricorda che in omaggio c’è il portadocumenti, una guida e un braccialetto. Mi viene subito in mente l’idea che ci sia ancora gente che fa le cose per il gusto di fare. Sorseggio the alla menta, faccio riposare le gambe. Ci sono molti altri pellegrini con cui si parla e si scambiano consigli, molti sono italiani. Si dibatte se fare tutta una tirata o fermarsi lasciando qualche chilometro: decidiamo di accelerare.

Si riparte! Ancora tanto da fare, lunghe salite ma dolci, non si incontra anima viva finché non accade qualcosa che attira la tua curiosità, mentre comincia a piovere: un piccolo cimitero con le tombe che danno sulla strada e, a pochi metri, si materializzano due porte di calcetto che idealmente delimitano un campo. Vita e morte vicini, senza timore. Continuiamo a camminare per altri 500 metri e una mandria di mucche ci incrocia. Ci fermiamo e osserviamo senza disturbare.
Torniamo in strada. La pioggia si fa pesante ma ecco il cartello Palas de Rei“. Siamo arrivati! Il paese ci aspetta: 25 km a piedi bruciati in neanche sei ore. C’è tempo per un bel bocadillo (panino) e una cerveza fresca, per festeggiare la nostra bravura.

Ci siamo guadagnati un pomeriggio di relax. Domani si riparte per Arzua, circa 30 km: la più lunga di questo Cammino.

Se ci pensi il Cammino è una bellissima metafora della vita fatta di salite e discese, cose che accadono che ti sorprendono, altre sempre uguali, e nello zaino porti tutti i problemi e le difficoltà come un peso nella vita: maggiore è il numero più fatichi e solo lasciando l’essenziale puoi camminare spedito. Alcune volte sei veloce, altre sei lento. Gli incontri sul Cammino ti ricordano che ci sono persone che ti accompagneranno per tutta la vita, altre per un po’, alcune le perderai, altre invece le vedrai solo di passaggio.

E magari quando meno te l’aspetti scoprirai persone nuove che condivideranno con te qualcosa.

Da Sarria a Portomarin

A Sarria arriviamo alle 11. In programma il reperimento della Credencial al vicino monastero e la prima tappa del Cammino fino a Portomarin, più o meno 23 chilometri.
Recuperato il prezioso documento ci attende subito una bella salita, una delle tante che troveremo.
Cammino insieme ad amici conosciuti qui: papà imprenditore e figlia di Reggio Emilia, un ex direttore dell’ACI e un’altra donna che ci lascerà a metà strada.
Non ci conosciamo, abbiamo storie diverse, veniamo da posti lontani ma tutti ci troviamo in quel luogo e senza quasi accordarci ci incamminiamo insieme. Bellissimo. È lo spirito di questa esperienza: conoscere persone per caso, senza chiusure verso nessuno, fare tutto il cammino, solo una parte o brevi tratte con loro o semplicemente salutarsi, e augurarsi “buon cammino” che detto a un cagliaritano fa sorridere.
La freccia gialla ci segnalerà la strada: sarà lei a indicarci il percorso. La troverò nei sassi, nell’asfalto, nei muri.
Si comincia e subito attraversiamo un bel bosco, costeggiando una ferrovia. Poi si apre uno scenario che cambia rapidamente: paesini remoti fatti di gente semplice e case di pietra, radure e praterie, campi, boschi e sentieri aperti. I dislivelli sono tanti, si saltano ruscelli, si entra quasi nei cortili mentre le mamme stendono i panni.
Quando pensi che tutto sia monotono ti appare una croce dove i viandanti lasciano attaccato qualcosa (una foto, una maglia, una scritta, l’etichetta del biglietto aereo), una fontana, una chiesa, un piccolo cimitero, un rifugio oppure una casa dove ci sono fuori frutti di stagione e acqua in cambio di un’ offerta.
Tutti sorridono. Non esiste straniero. Non esiste sconosciuto. Chiunque vi veda vi saluta e nessuno specula sui pellegrini: i prezzi di tutto sono popolarissimi.
Dopo 5 chilometri (siamo partiti tardi) pranziamo con panini e acqua in un bel posticino con musica celtica in sottofondo. Abbiamo fatto pochi km ma siamo già stanchi. Mi tolgo le scarpe, ricarico il cellulare, ci sediamo a tavola e prendiamo panini squisiti e abbondanti e acqua. Dopo mezz’ora si riprende. Ancora campi, radure, piccoli villaggi, case povere, muretti. Sterrati o asfalto, pavimenti di pietra o cemento. Incontriamo anche tanti ciclisti.
A un certo punto una bellissima scena: un vecchietto seduto si alza e ci regala un bastone appena tagliato e un fiore per Erika. Chiede di pregare per lui a Santiago. Che emozione!
Momenti in cui la strada si perde chissà dove e distanze che sembrano solo sulla carta brevi ma che sono spazi immensi da conquistare chiacchierando o in silenzio. Profumo di campagna e sterco, spesso lo scenario richiama la Sardegna.
Ceppo dei 100 km di distanza da Santiago, foto di rito poi un caffè e un’aranciata a Morgade. Come se fosse un’oasi. Chiacchiere al volo con tutti, c’è una nonnetta in un tavolo con le gambe sulla sedia. Portomartin è lontano. Anzi lontanissimo. L’ultimo tratto non finisce mai e in più ci si mette anche il sole che batte. Teniamo duro. La stanchezza si fa sentire, di dolori non ne parliamo, si va a rilento per ore finché dopo una ripidissima discesa si va in strada e si trova l’agognata meta che domina su un lago artificiale, dove prima c’era il paese (di cui si vedono le rovine) costruito ora su un’altura. Un ponte di 350 metri alla cui fine c’è una scalinata e una salita.

Sembra non finire mai.

I miei amici sono avanti, Erika cammina con me. Mi soffermo su una piscina e bel campo di calcetto. Ci offrono una coca gelata non appena li raggiungiamo. Un premio, una bevanda che tra l’altro non bevo mai. La finisco in pochi minuti preso oramai dall’entusiasmo di aver “vinto” la prima tappa, incurante del fatto che fossi accaldato. Errore: dopo cinque minuti, nella hall dell’albergo, mi gira la testa e per poco non svengo. Una stupidata che poteva costarmi caro. Gli amici capiscono subito e mi tranquillizzano. Dopo qualche minuto è tutto passato, cena e ora mi preparo per dormire.

Lezione: mai abbassare le difese anche se pensi di aver fatto tutto bene e di aver vinto.

Il pericolo è sempre dietro l’angolo. Così come la sveglia domattina alle 6.

Destinazione Palais del Rei, 25 km.

Non è neanche l'alba…

L’atterraggio a Santiago è perfetto, fa un po’ fresco – almeno 15 gradi meno dell’Italia – mi metto la felpa da subito; un po’ meno il resto.

Avevo scelto un hotel vicino alla stazione, tranne poi confondere quella dei treni (dove è ubicato) con quella dei bus dove sono sceso dopo aver preso il pullman dal terminal aereo. Mi dividono 2,3 km, decido di farli a piedi, quasi come preparazione. La strada taglia in due il centro storico di Santiago e così (potere degli errori che ti offrono opportunità) mi butto senza volerlo nella festosa atmosfera della capitale della Galizia, tra musica dal vivo e gente in giro imbottigliata in viuzze strette pavimentate che ricordano la nostra Marina.

Arrivo all’hotel dopo mezz’ora, butto lo zaino vicino al letto, volo in doccia e vado a cena in un localino vicino. Mangio leggero, un’insalata mediterranea abbondante, tinto de verano e acqua. Ci sono anche le tapas. Il bar è semivuoto, si guarda Malaga-Panatinaikos, preliminare di Champions. Tra i giocatori scorgo un italiano, Maresca, non mi ricordo se pure con qualche passato in rossoblù. Seguo con disattenzione immerso nei pensieri.
Il gestore è gentilissimo, mi riempie di premure. Spendo 8 euro, saluto e salgo in hotel. Tempo di guardarmi la posta, sbirciare (ma solo sbirciare) Facebook e poi andare a nanna.

Il risveglio è trepidante d’emozione: alle 3,40! Ma è presto, maledettamente presto. Poi alle 4,30 secondo risveglio e devo uscire massimo alle 5,30.

Quanto tempo, ma son fatto così. Altri chilometri, arrivo mezz’oretta dopo, stessa strada di ieri ma al contrario in un’atmosfera decisamente diversa: non è ancora spuntato il sole, incrocio giusto qualche anima della notte e le macchine per pulire le strade. Di bar aperti neanche l’ombra. Colazione rimandata.

Ecco la stazione, tanta gente come me, zaino in spalla (naturalmente più piccolo e immagino leggero, ma io sono un dilettante). Prima paranoia: vista la presenza di tanti viaggiatori, che non ci sia posto e che diano priorità a chi ha fatto il biglietto online?

Per fortuna i bus sono due, uno per Lugo, uno per Madrid con fermata a La Coruna e a Lugo. In poche parole vado verso est, verso l’alba.
Prendo il primo mezzo, accodandomi ad altri italiani che avevo incrociato ieri, due coppie e 3 ragazze.
Eccomi qui seduto a finire questa nota, mentre il bus lascia Santiago con le luci dei lampioni che sembrano le strobo della disco e scorrono fuori dal finestrino mentre scrivo.
Due orette e mezzo. A Lugo prenderò un bus per Sarria. Recuperata là la Credencial (la carta che segnala il tuo status di pellegrino) comincerà finalmente il Cammino, sperando stasera di scrivervi da Portomarin.

Sarà dura visti i tempi e i piedi che dopo neanche 3 chilometri mi fanno un po’ male in un tallone.

Non è neanche l’alba. Dormiamo va!

Chi ben comincia…

Ti puoi aspettare tutto da dj, tranne che…

Ti puoi aspettare da un dj che possa inventarsi e organizzarsi un viaggio in Spagna, di certo, e scegliere una delle tante mete che sanno di movida, musica, notti folli, sesso e droga. Quelle dove ti dimentichi ciò che è successo il giorno prima, per intenderci mezzanottemezzogiornomammaacasanonritorno, da raccontare come un’impresa titanica su Facebook con le immancabili foto da poser e tag nei locali e tutti che sbavano.

Ti stupisce che questo strano personaggio di quattro lettere scelga Santiago e la Galizia e ti chiedi: o non è un vero dj o è un dj atipico? Per me valgono entrambe le definizioni.
Del dj ora tengo una playlist confezionata su ipod e una bella magliettina color senape comprata a Londra anni fa, che si illumina di notte con davanti un segnale di pericolo con la sagome del dj e con una scritta sulle spalle carattere impact: “dj in action”.
Ma anche se ti travesti e giri il mondo nei posti più impensabili non ti spogli per un attimo delle tue passioni: ognuno è quel che fa, 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Quindi non si può smettere di essere ciò che si è. Nel mio caso un allenatore, un dj, uno che scrive.
Appartengo a un mondo strano che molti reputano inutile, fanciullesco, adolescenziale. Il tempo libero, il divertimento, lo sport, costituito da persone che forse non sono mai cresciute e restano eterni bambini. Quelle che non troveranno mai un lavoro fisso, non staranno mai ferme, cambieranno sempre. Vivere la vita come si fa.
Le mie professioni sono le più incerte e instabili, dove il curriculum vale carta straccia e basta poco per finire nel dimenticatoio.

O sei primo e sei nel posto giusto o non vale. E poi gelosie, cattiverie, sgambetti. Qualcuno ti vede come un mito, altri come uno sfigato. Esperienza, bravura e passione contano tanto quanto. Nessuno lo decide. È la situazione che fa di te qualcuno, che ti rende importante e non viceversa. E quando scoprono che hai una laurea, che leggi e scrivi, più che ammirazione ricevi gelosia e vieni considerato un presuntuoso e una pecora nera. “Ma chi penserà di essere?”
Mi circonda un mondo lavorativo con una discreta quantità di stronzi, ma qualcuno ho scoperto essere davvero in gamba. Non che lo stronzo non l’abbia fatto pure io. A fine giornata tiro le somme e noto che sono sempre in rosso, perché esser stronzi pesa tre volte di più di essere in gamba. E finché non colmerò questo gap sarò sempre insoddisfatto di me.

Parlavo di passioni. Parlavo di vita, di me e quindi di voi. Delle passioni che ci vestono come i capi che portiamo ora indosso. Tutto questo “essere te stesso” non si costruisce con tutte le menate che possiamo comprarci, gli aperitivi a cui possiamo partecipare, i tag e le foto con Instagram, le amicizie interessate o l’iPhone 5.
Anche se i pubblicitari e la massa vorrebbero fartelo credere, avere gli strumenti, gli indumenti o gli oggetti delle persone di successo, questo non ti rende automaticamente tale. Non hai bisogno dell’ultimo gadget elettronico per sentirti apprezzato dagli altri. Quello di cui abbiamo bisogno è vivere esperienze che ci rendano fieri di noi stessi, combattere per le nostre idee e per gli altri, alimentare le passioni senza vergognarci mai di sembrare un po’ strani  agli occhi della massa.

Sono gli altri che devono adeguarsi a te, non il contrario.

Orio al Serio e poi Santiago

Pensavo che come ogni giorno prima di una partenza non sarei riuscito a dormire invece è stata una notte splendida, con un risveglio ottimo.

Il mio amico Fabio si è reso disponibile per accompagnarmi in aeroporto (una tortura che tocca a rotazione a tanti conoscenti e amici e vi ringrazio!) con largo anticipo. Fuoriprogramma: la manifestazione dei lavoratori dell’Alcoa che hanno occupato la rotonda prima dell’aerostazione. Una fila di un km e oltre di auto. Nessuna protesta, capisco bene il loro problema, l’ho visto e sentito.

Zaino in spalla, saluto Fabio e mi avvio a piedi in aeroporto. D’altronde sarà quello che dovrò fare i prossimi giorni.

Ammazzo il tempo guardando il programma dei miei itinerari, poi incrocio un ragazzino delle giovanili del Cagliari e il mio ex presidente Massimo anche lui in partenza sul mio stesso volo. Si parla, indovinate un po’, di calcio a 5 nell’imminenza di una stagione che, per la prima volta dopo 6 anni non mi vedrà con una squadra (ma il futuro non si conosce nello sport).

Dopo tanti timori passo senza problemi il controllo bagagli e dimensioni: il mio zaino è ok e ho un unico rammarico, l’essermi portato solo un paio di scarpe, le mie amate trainer. Per il resto regola del 3: 3 t-shirt, 3 pantaloncini, 3 slip, oltre a tutto il resto, medicinali, sapone e altri oggetti pratici come le mollette per stendere la roba, un cordoncino, creme, luce da minatore, caricatori. Un solo cellulare (strano ma vero) e un notes per gli appunti.
Ieri ultima seduta di palestra per fingere di essere in forma, anche se avranno importanza i miei piedi, oltre che la mia mente e il cuore. Come un trio dovranno suonare magicamente assieme.
Ora mi trovo a Bergamo prima di prendere l’aereo per Santiago de Compostela. Stasera – sembra strano – atterro all’arrivo del Cammino, domattina (dopo aver preso due bus all’alba) saró a Sarria dove, dopo aver preso la Credencial, un documento che certifica il tuo pellegrinaggio, comincerà il Cammino vero e proprio con prima destinazione Portomarin. Cento e più chilometri in totale, divisi in tappe da circa 20: un cammino per gli esperti breve (il minimo per aver la Compostela), per me già tanto.

Ma io sono un piccolo viaggiatore che prova a far sempre di più. E voglio mettermi alla prova, fuggendo dalla solita vacanzina comoda e scontata. Un viaggio personale, spirituale, un pellegrinaggio, una prova di fondo e metteteci quel che sentite e volete che sia umana, sportiva, turistica e spirituale. Voler scoprire i posti diversi dalle solite strade, conoscere persone che non incontrerei mai, mettermi alla prova un po’. “Ma chi te lo fa fare?” mi direbbe l’utente medio di Facebook?
Sono pronto per ogni evenienza, sperando che non manchino le sorprese e i passaggi imprevisti: o almeno penso di esserlo!
Cercherò di condividere questi momenti anche con voi, usare il social per questo, con buona pace di chi storce il naso.

È bellissimo viverlo, è bellissimo raccontarlo e la felicità è anche correre a riempire una pagina bianca con le proprie sensazioni.