God save the disco

(so che questo intervento attirerà antipatie, ma volevo dire la mia)

In dodici anni da dj e in almeno altrettanti da cliente e poi direttore di Week, non ho mai visto una stagione della disco così critica.

Locali semivuoti, altri che chiudono, settimana di ferragosto senza un locale che faccia il tutto esaurito, un senso generale di tristezza e di noia che aleggia in tantissime situazioni. Se poi ci mettete la chiusura di alcuni locali storici il quadro è fatto.

Non ci crede più nessuno alla litania del sold out e del tutto esaurito sbandierata senza ritegno. O da chi parla di grandiose inaugurazioni e poi chiude due giorni dopo.

 

Se molti dicono che è colpa della crisi, della gente che ha meno soldi da spendere, che 15 o 20 euro per una serata sia assurdo, che non ci siano turisti, io ribatto che è solo una delle ragioni: la gente ha bocciato chiaramente da tempo “questa idea” di discoteca che va avanti da tempo.

Quella degli eventi che ti tartassano spacciati da serate sensazionali, dei clienti trattati da bestiame, del personale spesso maleducato, degli impianti malfunzionanti e dei prezzi assurdi rispetto al servizio offerto, dei ragazzini low cost messi a lavorare nelle consolle, di quelli che si improvvisano organizzatori per avere uno status sociale e non capiscono la differenza tra house e revival.

 

Gli episodi del weekend si sprecano. Sento storie inverosimili: gente normalissima bloccata all’ingresso perchè “non conosciuta”, serate dove la musica non si sente (ma che ci vai a fare in disco?), prezzi e orari di scadenza degli omaggi che slittano last-minute. Eppure su facebook pare un modo di stelle e stelline… ma chi ci crede più. Pochissimi si salvano.

 

Due terzi della disco soffrono di questo: tante parole (leggete un qualsiasi evento), ma alla fine incapacità di trattare normalmente i clienti e di fare impresa seriamente. I localini aperti e gratuiti dove si balla vanno oramai per la maggiore: basta con file, biglietti e tanto altro. Basta con tutte le rotture di scatole e i problemi. Basta con sguardi e giudizi su come mi vesto e sul fatto che sono in coppia o meno. Vado là perché mi diverto e risparmio.

 

Così le parole chiave di ogni stagione sono sempre le stesse: exclusive, fashion, ambiente over, selezionato, qualità, come se, di fronte a numeri così bassi, si potesse anche decidere la qualità della gente. E poi infatti, tag e foto alla mano, bambini e gaggi ci sono ovunque, anche nelle serate proposte come migliori. Ma è un discorso inutile: la selezione andrebbe fatta sul comportamento, non sulla marca della maglietta o sull’età (fermo restando che sotto i 18 non bisognerebbe far entrare nessuno a una seconda serata). Andrebbe fatta solo su chi realmente può creare problemi, non su chi ha un volto antipatico.

 

Quante volte ci abbiamo scherzato su sull’uso improprio e continuativo di questi termini? Le feste “a tema” sono sempre le stesse da oltre dieci anni. Si alternano ospiti interessanti (e diversi p.r. stanno facendo un grande lavoro) a semisconosciuti artisti strombazzati come chissàchecosa che non hanno nulla di più (anzi…) dei nostri migliori dj locali. Locali che partono con musica commerciale e si ritrovano a sperimentare ritmi elettronici, consolle che cambiano, ospiti che tra di loro non ci azzeccano nulla. La confusione regna totale.

 

La chiusura di due discoteche non può far felice nessuno, nemmeno la concorrenza. È una luce che si spegne, una opportunità in più per clienti e per chi lavora. Il mondo della notte rivitalizza le zone della città. Pensate alla Marina, come sia cambiata con il flusso di gente e i ristorantini aperti. Ci sono tante persone che investono e danno lavoro ad altre. Rischiano soldi propri, regalano notti bellissime, si sbattono per dare il meglio ai propri clienti. Ma nessuno dimentichi, parliamo naturalmente in generale, che in tutto questo tanti operatori hanno le loro responsabilità. Fare divertimento e intrattenimento non è un gioco da ragazzi e non è per tutti.

 

Fare gli organizzatori non è scriverlo su facebook e atteggiarsi a un ingresso da signori del mondo. Ci sono organizzatori che portano l’ombra di sè stessi. O lo si sa fare, o lo si fa con professionalità e cura del cliente, come lo stanno facendo alcuni (e i risultati si vedono), oppure è meglio stare a casa, dedicarsi al proprio lavoro. Il rischio è sempre di perdere gente. Maltrattata in un locale, non andrà più nemmeno dalle altre parti. Quanti ne conosco che hanno messo una croce con la disco? .

 

Qualche proposta. Rivedere i prezzi dei biglietti, investire sul cliente e sul personale, selezionando e prendendo le professionalità migliori e istruendole a sapersi rapportare con la gente. Avere impianti che permettano di ascoltare la musica con qualità.

Senza parlare degli orari: inculchiamo la cultura che non si deve andare a ballare dalle 2 del mattino, ma si può cominciare molto prima, come hanno fatto – intelligentemente – alcuni. Questo lavoro di educazione del cliente chi lo deve fare se non gli stessi operatori?

La disco torni ad essere “aperta” e non un luogo ostile e minaccioso. Che restino fuori i gaggi molesti, quello è vero. Non conta se hanno la camicia firmata oppure la t-shirt da 9 euro e 90.

 

Una cosa è certa: non finirà mai la voglia di uscire e di ballare. Ma intanto Cagliari saluta due locali, e questo e solo l’inizio della fine.

 

God save the disco…

 

Dibattito aperto!

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