Estati italiane (cronaca di un breve rientro)

Doccia veloce, deodorante, trolley. Scendo a Rovereto con Stefano. Biglietto per Verona Porta Nuova e mi accorgo che il mio treno regionale è passato un attimo fa.
Mi tocca pagare il sovrapprezzo di 11€, acquistato allo sportello animato da una corpulenta impiegata con tatuaggio bene in vista. Aspetto il treno, binario due.

Pomeriggio afoso, strani personaggi malvestiti e poco presentabili ciondolano lungo le banchine. Uno attraversa i binari incurante dei segnali. Una mamma seduta su una panchina consola la figlia adolescente. Si rientra in Sardegna per due giorni. Disco, appuntamenti di lavoro e l’abbraccio di mia madre e dei miei amici. Da quando mio padre non c’è più non è più lo stesso ritorno di prima.

L’Italia si racconta dalle stazioni dei treni. Un paese stanco, svogliato, che va avanti per inerzia, senza più un senso. Come l’immagine di una festa di compleanno finita, quando gli invitati sono andati via, la radio non suona più e regnano il disordine e i rifiuti da levare. Ma nessuno lo vuol più fare. Poi sali su questo FrecciaArgento e forse resta ancora un po’ di speranza.

Un’ora comodamente seduto, posto 16a, scendo a sud, costeggiando autostrada del Brennero e fiume Adige. La magia dura poco: torna la realtà di tutti i giorni. Verona, stazione sporca, afosa come in un qualsiasi inutile weekend estivo. Ammazzo il tempo girovagando senza meta, vedo un bar e mi ricordo un cappuccino preso anni fa durante un viaggio di politica proprio in quel tavolo là, compro il biglietto del bus, prendo un cremino cercando di rivivere un’estate che non esiste più.

Salgo a bordo: l’autista smadonna per i lavori infiniti. Siamo in Italia, dice. Finisco il cremino. Resta solo un gusto cioccolato e crema e un legnetto da digrignare tra i denti. Restano i ricordi, nient’altro. Che bella era l’estate italiana un tempo, quando questo era ancora un paese da amare.

 

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