Era avantieri quando vi ho aggiornato sul blog. Vediamo dov’eravamo rimasti.

Bergen, toccata e fuga per poi tornare in treno la notte a Oslo e guadagnare quindi tempo. O così credo. Per la verità sono uno scarsissimo stratega, ma proviamoci.

Si parte alle 23,10. Arrivo in stazione stanco, senza più una linea di batteria sul cellulare. Strano ma con il cellulare è un continuo litigio. La salita in treno è anticipata non appena mi accorgo che il convoglio è sul binario: alle 22,30 sono già a bordo. Qui ci sono prese e c’è un posto, carrozza 6, posto 70 che mi aspetta. Le ferrovie norvegesi mi fanno un omaggio: un kit per la notte. Plaid, benda e tappi monouso. Mica male!
Il mio posto è vicino alla porta, quindi ogni passaggio di persona è una ventata di aria non proprio calda.

Il treno è un covo di pensieri e riflessioni in movimento per quelli come me, tra ansia e malinconie, solitudini e nostalgie, così complicati e indecifrabili che la vita vogliamo capirla fino in fondo. Alla fine riesco a prender sonno mentre si torna nella capitale. Provo mille posizioni utili, mi copro completamente con il plaid e mi metto i tappi. Come d’incanto mi addormento e mi sveglio alle 5.
Mi sento appiccicoso, e allora mi fiondo in bagno per lavarmi. Il resto dei passeggeri dorme. Fuori le prime luci dell’alba.

Un gran bel sole mi aspetta a Oslo, una giornata a dir poco primaverile. Il treno arriva alle 6,40 e da quel momento la mia giornata comincia,visto che fino a poco fa non avevo nemmeno alloggio. Tra centro, porto e avveniristico teatro dell’Opera la mattinata scivola via veloce.

Trovo anche un economico alloggio last minute. La città è piena di gente e non a caso rischiavo di dover fare la notte in aeroporto (ieri in treno, bel bis!). Una base d’appoggio. Poi riuscirò per godermi l’ultimo tramonto norvegese.

Alle 2 mi presento per il check in in albergo, puntualissimo. La struttura, anche se decentrata (non vi dico che giro ho fatto!) è ben curata.
Ci vuole subito una doccia e un cambio.
Tra le stranezze nordiche ci sono i bagni: ok niente bidè, ma mettetevi d’accordo. Il cesso in una stanza, il lavandino nell’altra e la doccia in un’altra ancora. Finché non fai tris, finalmente, come qui, dove riesco a trovarli in un unico locale benché il gabinetto abbia uno strano orientamento.

Mi ricarico e riesco. Il tempo è splendido.
Come ogni capitale una grande via pedonale (Karl Johans gate) è il punto di maggiore densità turistica. Qui vedete davvero una varietà impressionante di persone, vestiti, look, provenienze, suonatori, pittori. Ovviamente riconoscete in un attimo gli italiani!
Le boutique hanno casse acustiche in strada così che la camminata è a ritmo di musica. Naturalmente i venditori ambulanti non esistono. La strada termina con la grande piazza che ospita la stazione, collegata perfettamente con quella dei bus.

Inizia la stanchezza e le visioni. Sbaglio per due volte strada. Rispondo sempre yes. Sono visibilmente apatico. Penso che domani ho il volo alle 6 e devo tornare a casa, forse è questo il motivo. O forse i miei viaggi possono durare massimo tre giorni. Entro in un negozio di vinili e ascolto musiche mai sentite.

La stanchezza però ha preso il sopravvento, e pure i dolori. Penso che ho 5 km da fare per tornare al b&b ma intanto continuo a stare in centro, alla ricerca di qualcosa che nemmeno so.

Una piccola spesa per la sera in un market gestito da egiziani, prelevo quanto mi potrebbe servire e mi studio il percorso per l’aeroporto: dovrò uscire verso le 2,30 e decidere se andare a piedi, in taxi o in bus.
A piedi ci metterei mezz’ora alle 3 del mattino non proprio consigliabile. In taxi dovrei fare la prova d’esame al telefono e spenderei non poco. Opzione bus ma nelle fermate non è chiaro. Decido: andrò a piedi poi magari prendo il bus o il taxi al volo. Salomonico.

Passo di fronte a un localino: c’è gente strana vestita con le tuniche che alle 7 di sera fa karaoke cantando un pezzo di Elton John: faccio una foto e loro, gentilissimi, mi invitano a bere qualcosa e mi offrono carne di balena. Strano sapore ma forse è colpa del pensiero. Mi ricordo pure la barzelletta di Benito Urgu, roba da repertorio!

Mi ritiro in albergo verso le 23, sfinito, accendendo la tv e facendo finta di interessarmi dei programmi, organizzandomi una sveglia alle 2 e mezza. La valigia è quasi pronta. C’è un caldo boia visto che nel letto ci sono 3 coperte! Tolgo tutto. In pochi minuti dormo come un ghiro e solo le campane dell’iphone mi svegliano.

Sono le 2 e 30. Fuori buio. Una doccia veloce, rincorro un fantasma nel mio b&b e riesco. Opto per andare alla stazione a piedi: 2,9 chilometri. C’è poca luce e non nascondo di aver un po’ di paura. Poi dai primi incontri (studenti, coppie) mi accorgo che di notte Oslo è sicurissima. Il centro anzi è animato. Stavolta non sbaglio strada.
Taglio in due la città da ovest a est e arrivo alla stazione dei bus. Alla piattaforma 28 mi aspetta il pullman per Rygge. Sfodero un muffin per ricaricarmi: lo sbrano in due secondi. Cominciano a intravedersi anzi a sentirsi i primi cagliaritani. Tra un minca e un dai aió mettono le valigie dentro il deposito del bus.

Biglietto a bordo, 150 corone, ed eccoci puntare allo scalo dove partiremo tra poco, 6,25.
La corsa in aeroporto è un susseguirsi di luci gialle e galleria e pensieri. Un altro viaggio è andato in un paese che mi ha davvero colpito.
Non credevo ma anche qui un pezzo di cuore è stato lasciato.
O forse, penso, la mia casa è semplicemente in giro per il mondo, dove trovo chi mi sorride e sto bene.

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