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La vita è abitare rischiosamente il mondo

La vita è abitare rischiosamente il mondo, mettendo in crisi le sue ambizioni al controllo e al potere, facendo domande e cercando risposte, sperimentando e diventando nomadi del pensiero, ma sempre fedeli alla propria Comunità, alla ricerca delle risonanze con chi può cambiare la vita rinchiusa in una monade senza finestre.
La vita non è, come scrive Baricco, ciò che sta succedendo, con umani capaci di vivere che non lo fanno più. 
Non viaggiano, restano a casa, lavorano senza incontrarsi, non si toccano, non si occupano dei loro corpi, conservano pochissime amicizie e al massimo un amore; da tempo riservano al solo ambiente famigliare, notoriamente tossico. Pretendono anche che gli altri facciano lo stesso. (…) non escono a fare sport, feste e gite; non escono dopo il tramonto, quando è festa si chiudono in casa. Stanno dimenticando, a furia di non farli, gesti che ritenevano importanti, o quanto meno graziosi: applaudire, urlare, andare lontano, insegnare girando tra i banchi, limonare con qualcuno per la prima volta, andare dai nonni, suonare uno strumento per un pubblico, discutere con gente di cui puoi sentire l’odore, ballare, fare una valigia, andare a sposarsi accompagnati da tutti quelli che ti vogliono bene, giocare a bowling, scambiarsi il segno della pace a Messa, uscire da casa senza sapere ancora dove andare, camminare in montagna, respirare nel buio di un cinema, tenere la mano a qualcuno che muore.
Sistematicamente, e con grande determinazione, predicano la solitudine, la scelgono e la impongono, come valore supremo: lo fanno anche con coloro a cui non era destinata affatto, come i ragazzi, i malati e le persone felici.
Questa “idea di vita”, incapace di coglierne il senso profondo, che qualcuno conduce e vorrebbe pure imporla agli altri attraverso una “paura di morire” e un rispetto delle “regole sanitarie” imbevute di razionalità meccanica, va combattuta.
Il cammino dell’uomo deve essere andare alla ricerca dei valori più preziosi della vita, comprendendo che bisogna prendersi cura di sé e degli altri.

Cose bellissime quando mi perdo

Accadono cose bellissime ogni volta che mi distanzio dal mio centro di gravità e mi perdo nella natura di Sardegna.
Parcheggio la macchina e inizio a correre senza sapere bene dove. L’obiettivo è vedere spiagge, luoghi, perdermi, trovare qualcosa che nemmeno so, forse il mio Gral.

Il fiato c’è, le prime macchine di rientro mi incrociano, il sole mi guarda da sopra i monti. Alberi, erba, stagni e mare. Villette e profumi di caminetto. Qualche ristorante coraggiosamente aperto. Arrivo alla spiaggia Cipolla, troppe auto, scendo a Su Giudeu. Delle tipe da sole camminano con la mascherina. Detesto le macchine che alzano la polvere.
Pochissima gente, il sole è calato senza dirmi niente. Mi trovo immerso in quella sensazione di infinito tra stagno, secca e spiaggia. Mi tolgo le scarpe entro in acqua. Mi godo quell’attimo fantastico di colori e rumori del mare.
Il cellulare è scarico. Mi abbandona. Mi sento qualche attimo disorientato. E mo’, come farò senza musica? Come potrò immortalare questo momenti?
La paura, stupida, passa veloce. Mi godo quel tempo unico e speciale. Inizio a camminare sulla riva. Niente musica, solo rumori.
Arrivo alla spiaggia del Chia Laguna, superando uno scoglio. Mi rimetto le scarpe. Sono solo e le prime luci raccontano che è sera inoltrata. Penso che quella solitudine sia tutt’altro che preoccupante: mi rassicura, mi soddisfa, rischiara i pensieri. Inizio a camminare verso la macchina, accompagnato da rumori di natura e profumi che pensavo di aver perduto. Parlo con me stesso, che se mi vedessero mi darebbero del pazzo, specie perchè son vestito con una felpa del Cagliari di almeno dieci anni fa ed è strano.
Spero non ci sia nessuno non tanto per questo ma perchè mi urterebbe incrociare qualcuno. Romperebbe tutto. E allora penso in questa disconnessione, a quante cose sono diventate non essenziali nella nostra vita. Uso proprio quella schifosa espressione governativa che però parlava di lavoro e vite di persone.
Io credo alla non essenzialità di tante cose e persone che ci circondano.
Mi accorgono di non sopportare più la vita di città, i commentatori stronzi dei social, le ossessioni del marketing, stare fermo, i talk show, gli editoristi, i pallonari, gli operativi e i produttivi, la perfezione, le sentinelle dei comportamenti altrui, la rincorsa al successo, lo stress, l’ansia da prestazione, l’abbandono dei sogni, i perfettini, i moralisti, i pregiudizi, i politicanti da strapazzo, i giornalisti che avvelenano la gente, la noia, i titoli ad effetto, i perbenisti, la maleducazione, i moralisti, agli arruffoni, le file nei supermercati, il presenzialismo, gli arrampicatori sociali e i personaggi in cerca d’autore.
Che una vita senza cercare bellezza, senza respirare con intensità ogni giorno, impauriti e legati a qualcosa, senza provare a circondarsi del meglio sia una vita perduta. E che dobbiamo esplorarla, fosse anche fino agli ultimi giorni.

In questo momento di banali riflessioni,vorrei avere una tenda e passare la notte qua e non avere nessun tipo di distrazione e di scadenza, non ricevere i messaggi, non ricevere le notifiche di niente, non essere atteso da nessuno e non aver nessuno che aspetta risposta alla mail.
E mentre l’unico riferimento ora che tutto è buio è la Torre di chia guardo senza invidia la gente che corre a casa ossessionata dall’idea che questo non sia un momento magico per vivere e che bisogna per forsa “dover tornare”.
Invece, no, mi voglio sempre arricchire di situazioni di emozioni nuove, di persone che mi stimolino per fare cose interessanti ma senza dimenticare la bellezza della semplicità di un tramonto e di un mare lontano, fermare il tempo per scrivere e leggere, magari mi porteranno a capire ed abbracciare i ragionamenti più complessi.
Carne, anima, sangue.

Ora è davvero buio, la mia macchina è l’unica parcheggiata nello sterrato dove anni fa caddi in un fosso con la macchina portando in camporella una tipa e venni salvato dai turisti. Chissà che avranno pensato gli altri visitatori, che sono morto o sono folle ad andare a correre da solo, il 1 novembre a Chia, chissà che problemi avrà. Ed è la sensazione che qualcuno leggendo proverà.
Chissenefrega, è la risposta giusta.

Cala Sinzias

Quanta acqua è passata da quando, estate 2018 pensavo che forse quella epserienza milanese sarebbe stato un capitolo, bellissimo, ma pur sempre un capitolo.

Ci riflettevo qui, in questa spiaggia, ravanando le scatole a due pazienti amiche con cui parlavo seduto in riva al mare.
Poi quel pensiero divenne realtà un anno dopo, con una lettera di dimissioni e un ritorno in patria.
Ma quante cose son successe ancora? È c’è stata anche la pandemia a ricordarmi il valore del tempo e delle persone e alla necessità di non sprecare.

In questi mesi ho conosciuto e incontrato centinaia di persone, avviato progetti senza l’ossessione di dover fare tutto con tutti e soprattutto evitando quelle situazioni che sapevo non potessero andare bene e quelle persone che portavano energia negativa (e ce ne sono) anche se fossero molto forti “politicamente”.

La cosa bella è che, nonostante tutto, persone positive attraggono altre persone positive. Ismaele le chiama “persone etiche” e mi ha illuminato con questa sua frase qualche giorno fa.

Il cammino è lunghissimo ma ogni giorno mettiamo un granellino di sabbia nel nostro contenitore chiamato vita. Alla fine dei nostri giorni, se saremo riusciti a riempirlo senza aver rammarichi, quella sarà la più grande soddisfazione.

Salmoni

Giorni fa un amico, alla fine di una cena, mi ha detto sorridendo: «Ti seguo e leggo spesso quello che scrivi e le interviste che fai.
Mi spiace, anche se ti apprezzo, sei troppo filosofico, la vita è altro e con la filosofia non si guadagna».

Ho sorriso, convinto delle mie ragioni e ho risposto: «Altro che numeri, che son importanti, c’è tanto che abbiamo perduto e questo qualcosa non lo puoi rendicontare e cogliere subito».

Se questo paese pensasse, ragionasse, puntasse su cultura, arte e pensiero e istruzione, dalle scuole alla musica, lo sport come fattore educativo, passando per teatro e arte, senza dimenticare nemmeno i DJ, che sono portatori di altra cultura musicale, forse sarebbe davvero diverso.

Invece no, ci siamo imbruttiti, avvelenati, siamo diventati cinici e incapaci di cogliere la bellezza che ci circonda, di trovare comuni dominatori e punti d’incontro. Rabbia e disagio contro gli altri. Invidia e frustrazione per i vicini. E le conversazioni su facebook lo dimostrano.

Basta esser salmoni, e poi chissà…

Le 7 regole d’oro di Brian Tracy

Giorni fa ho visto un video interessante di Brian Tracy, autore prolifico e conferenziere canadese. Parlava di 7 regole importanti per il ventunesimo secolo. Alcune le conosci già, lo so, altre possono essere interessanti. Che ne dici se facciamo un ripasso? Magari da alcune di queste regole di Brian Tracy puoi trarre qualche motivazione!

  1. La tua vita può migliorare quando migliori tu. Non c’è limite al tuo miglioramento, e quindi a quando conseguentemente possa migliorare la tua vita.
  2. Non è importante da dove vieni ma dove vai. Dimentica il passato, ti servirà solo per imparare le lezioni e avere ricordi del passato. La prima ragione dell’infelicità della vita è che le persone non si dimenticano le cose tristi del passato. Impara ciò che c’è da imparare e lascia dunque gli errori del passato. Quando guardi il sole, l’ombra è sempre dietro. Dove vai, infine, è limitato solo dalla tua immaginazione. Fissa obiettivi grandiosi e pensa a quelli, sempre!
  3. Ricordati che tutto quello che vale la pena fare bene agli inizi si può fare anche poco bene. Nulla funziona al primo colpo, quando si comincia si fanno mille errori. Ricordi quanto sei andato la prima volta in bici? Sei caduto. Pian piano hai imparato a stare in piedi. Nessuna paura nell’apprendimento.
  4. Puoi imparare qualunque abilità, perché hai un potenziale importante. Il tuo cervello è un muscolo, più impari e più puoi imparare. Qualsiasi argomento ti è possibile.
  5. Sei libero tante quante sono le tue opzioni. Più opzioni e più scelte ti danno libertà, così che devi lavorare per creare più opzioni. Più conoscenze significano più opportunità. Cosa succederebbe se scomparisse il tuo lavoro o la tua azienda? La persona media sarebbe triste, spaventata. Cosa accadrebbe? Come potrei pagare le bollette? Le persone eccellenti hanno più opzioni. Posso fare nuove attività: cambiar città, azienda, fare altro. Costantemente sviluppano nuove opzioni. Una delle cose più importanti è continuare a svilupparle.
  6. Dentro ogni sfida c’è il seme di qualcosa di più grande in termini di opportunità e beneficio. Quando c’è un problema che provoca tristezza e infelicità, chiediti sempre, qual è la lezione che posso trarre? Una buona lezione può risparmiarti cinque anni di duro lavoro.
  7. L’unico vero limite che tu hai è quello che ti sei autoimposto. Non ci sono limiti esterni, sono tutti dentro.

Chi è Brian Tracy

Nasce il 5 gennaio 1944 in Canada e a 73 anni conta all’attivo la pubblicazione di oltre settanta libri prevalentemente incentrati su come aumentare la produttività e gestire al meglio il proprio tempo.

Prima di fondare la compagnia di consulenze di cui è tutt’oggi CEO, Tracy ha sempre alternato la sua vita lavorativa nei diversi settori del commercio, degli investimenti e dello sviluppo immobiliare con quella di scrittore prolifico, consulente manageriale e insegnante.

Nel 2001 fonda la Brian Tracy International, e da allora pone fine ad ogni collaborazione per conto terzi e si dedica esclusivamente ad una attività di consulenza puntando soprattutto sui self-made man.

Tracy, secondo il suo sito, ha collaborato con oltre 1.000 agenzie ed ha tenuto più di 5.000 discorsi pubblici in oltre 70 paesi sparsi sui sei continenti, raggiungendo una ragguardevole cifra di utenza, pari a più di 5 milioni di persone, parlando di economia psicologia, storia, filosofia e business.

Alcuni libri sono diventati best seller, come Eat That Frog, Earn What You’re Really Worth e forse il più famoso di tutti: The Psycology of Achievement, tutti disponibili su Amazon Italia.

Succede che…

Succede che hai un dolore alla schiena. Succede che ti prendi un Oki senza pensarci.

Succede che dopo qualche ora, in metro, stazione Garibaldi, ti si gonfi la faccia e non hai più voce. Non capisci inizialmente perchè. Avevi un appuntamento a Piola per un piano social. Chiami il cliente e spieghi che non ce la fai.

Inizi ad avere un po’ di dolore al petto. Pensi e ripensi se andare al Pronto soccorso, sembrare fuoriluogo, o andartene a casa e aspettare che passi. Capisci cosa sta succedendo, memore di un’altra brutta esperienza.

Decidi, cerchi su google maps e quella decisione si rivela azzeccata.

Arrivi e una infermiera non italiana capisce il tuo stato, si chiama Sophienne, e ti fa saltare la fila. La faccia continua a gonfiarsi. Antistaminico e cortisone. Puntura. Flebo. Ancora flebo. Molto stavolta.

Ora va meglio.

Non so ancora se mi dimetteranno stasera ma sembra stia andando bene. La faccia ched’era un misto tra Serena Grandi e Eva Grimaldi sembra sgonfiarsi.

Grazie davvero allo staff di questo pronto soccorso.

Grazie a chi mi è stato vicino qui.

Per una leggerezza e un’indecisione stavo rischiando, credo, davvero grosso. Per una intuizione che sembrava banale – andare al Pronto soccorso e non tornarmene a casa – mi son forse salvato la vita. Il finale avverso non potrò mai conoscerlo ma… Com’è strana la vita!

È una lezione (e una esperienza) che volevo condividere, anche per rassicurare chi mi ha scritto.

Coincidenze

Ci sono momenti della vita in cui incontri, storie che ascolti, situazioni che vivi sono perfettamente e straordinariamente allineate. In cui tutto sembra rispettare un copione e i segnali arrivano inequivocabili. In cui vedi chiara la situazione come se avessi un drone e volassi sulla tua esistenza. Quei momenti in cui ti si apre una strada e devi solo aver il coraggio e la testardaggine di prenderla perché sarà difficile e complicata, saranno dolori e ostacoli, ma è la tua strada.

Mancanze

Il 24 gennaio sarebbero stati 78 e tu non ci sei. Ebbene sì, parlo di un padre andato via forse troppo presto o amato troppo poco per quanto avresti voluto.
Sembra un’eternità da quel duemilaeundici, la vita è andata avanti, quell’addio mi ha reso coraggioso e più folle nell’inseguire quel che volevo, più pronto al dolore e un po’ meno disposto a perdere il mio tempo se non per le cose che mi piacesse realmente fare. Pecore nere di un’idea, viviamo come scriviamo, aggrappati a una tastiera o su di una una consolle, destinati a non combinarne mai una giusta ma anche ad assaporare quella felicità che poi trovi nei momenti e luoghi inaspettati. E poi ancora la lontananza, la differenza, la malinconia esistenziale.
Un biglietto aereo, un’altra serata, un file da riempire. No, spesso non bastano per colmare tutto.
Ci si sente vulnerabili, sperduti nei traffici dell’anima, meno aperti al compromesso e al ribasso. Il futuro, il passato, i ricordi, le persone che valgono, quelle che sono state un investimento sbagliato, quelle che ti sorprendono, gli errori che fai, gli sprechi di tempo, i treni non presi, le scommesse sbagliate, le amarezze sulla via.

A volte ritornano

L’altro giorno parlavo con un amico dj e produttore che mi raccontava la sensazione che fossimo alla fine della corsa. “Siamo troppo grandi, stiamo recitando un ruolo non più nostro”. L’ho beccato in uno di quei momenti no, questa è stata la sensazione.
Io non ci credo: non credo che nella vita del dj ci sia un momento in cui smettere. Sono tutte stronzate di chi è invidioso o non ha mai vissuto l’emozione di fare il DJ.
Continuo ad andare ai festival, ad ascolare edm, hiphop e techno senza vergogna, a fare feste e serate quando vedo che possano essere belle e divertenti, a comprare musica e attrezzature, a fare una trasmissione radio. Spendo e investo per la musica senza pensare siano soldi buttati o stupidate ma con la serietà e l’umiltà di chi ha sempre fame.
Ho l’entusiasmo dei primi giorni e non me ne vergogno nonostante abbia un fantastico lavoro, viaggi e mi sia tolto soddisfazioni.
Ho voglia di fare ancora tanto o almeno di provarci nonostante il fisico non sia quello dei tempi migliori, la competizione tanta spesso anche scorretta, ci siano colleghi davvero forti da cui imparare.
Però vedete, quando una delle migliaia di persone che sono venute a una tua serata si ricorda di te, e tu diventi un elemento della sua vita e dei suoi ricordi, si ricordano i tuoi pezzi forti, significa che è pur vero che puoi non fare diecimila serate, non essere un top dj, puoi non essere quotato come altri, ti possono detestare e boicottare, ma in fondo qualcosa di bello lo hai lasciato in questi vent’anni. Non solo un like.
Sono queste le mie soddisfazioni, più di tanti falsi sorrisi. E forse capisci anche perché alcuni ti detestano.

Non è un paese per vecchi?

Dobbiamo decidere che paese vogliamo. Un posto di vecchi rincoglioniti con la bava alla bocca, di adulti gaggi che condividono bufale e crescono figli peggio di loro o di giovani bramosi di successo capaci di vendersi anche la mamma, di ragazzi che si accontentano della foto della loro birra non filtrata o di altri che finiscono di sperare in un lavoro dignitoso e si perdono. Di facebookiani assetati dal doversi mostrare o ancora godere delle disgrazie altrui.

Mi basterebbe gente normale con un pizzico di buon senso anche folle perché la stranezza é un valore.

Dove si è nascosta la bella gente, mi chiedo spesso? Quella che si innamora con poco, che non giudica, che mette prima gli altri e che sorride senza chiedere nulla in cambio? Quella con cui potresti stare bene malgrado non la conoscessi?