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Beirut, martedì sera

Beirut, martedì sera.
Come per ogni città del sud del mondo la notte è quantomai effervescente. Rumore, negozi aperti, vitalità e gran fluire di gente. C’è anche l’altra faccia della medaglia, un po’ triste: i bimbi palestinesi che chiedono l’elemosina.
Mi perdo per le stradine di Hamra, il “mio” quartiere di questo viaggio, cenando in un ristorantino tipico, sorseggio birra libanese e guardo il mondo davanti che passa con la mia solita rispettosa curiosità. Nei bar si fumano narghilè e si gioca backgammon con musica orientale. Le chiacchiere invadono l’aria, così come i rumori di cucina. L’atmosfera è conviviale. Non ti senti mai solo. I libanesi non sono chiusi.
Le donne escono in perfetti abiti occidentali. Poi ci sono quelle con il velo. Hanno volti bellissimi.
Pochissimi uomini con la barba. Tante facce che non distingueresti dalle nostre. Auto rattoppate, motorini ma anche Audi e Porsche.
Tanti stereotipi cadono e scopri che le persone non siano così tanto diverse da come pensavi

Il caffè sui pantaloni

Oggi a pranzo mi fermo in un noto bar in via Pessina, di cui mi parlano sempre bene, mangio un’insalata con un amico, il tempo scorre, va tutto bene ma ci attende il gran finale: il cameriere mi rovescia il caffè sui pantaloni.

Due scuse veloci, e va via fischiettando.

Io resto un po’ così, ma son comprensivo. Non me la prendo più di tanto. Ora del conto. Ti aspetteresti che ne so magari delle scuse ufficiali, una parola simpatica e uno sconto, visto che dovrò portare i pantaloni a pulire, (almeno così farei se avessi un bar e fosse accaduto un incidente) magari per riconquistare un possibile cliente scontento. La cassiera batte le portate, evidentemente il cameriere non ha comunicato nulla, faccio presente con simpatia che un caffè è finito sui miei pantaloni e lei “eh, succede“. Nessun interesse per capire. Logico? Non credo. Pago con un sorriso e vado via. A cambiarmi.

Come non comportarsi con un cliente: lezione di marketing. Eppure ho notato in tanti locali uno sforzo per migliorare questi aspetti, che fanno la differenza spesso più della location e della bontà dei prodotti. Peccato davvero.

Caffè di comprensione

Bar del centro, chiedo caffè e mezza d’acqua.
Il piattino resta senza tazzina, c’è solo il bicchiere pieno. Uno, due, cinque minuti. Il barman si mette a fare altro.
A quel punto capisco: si è dimenticato di me. Richiamo la sua attenzione. Senza sbraitare. Senza lamentarmi del servizio su fb come fanno tanti senza dare una seconda chance a chi sbaglia. Che avrei dovuto fare?
Appena compreso l’errore è costernato. Sa bene che un cliente potrebbe parlare male di lui, ora.

Capisco bene: di questi tempi la mente vola via facilmente. Siamo presi da mille impegni, pensieri, problemi. Ci distraiamo con poco. Anni difficili e tutti ci siamo dentro in questo casino, inutile negarlo.
Può accadere.
Così lo rassicuro. Non perderà un cliente.
Ho gustato un ottimo caffè e ho messo un po’ di pazienza nel mio bagaglio personale.

La comprensione è un’arma meravigliosa.
Molto spesso la ricevo da altri, amici e non, anche in maniera inattesa, quando sbaglio o non sono preciso. Basta e avanza per sapere che sono sempre in debito.

Il caffè risolutivo (storia minima)

Dopo mesi e mesi d’amore tra loro due era cambiato qualcosa. Quando in una storia cambia qualcosa può anche non esserci un motivo o una spiegazione.

Un sottile movimento d’anima che sconvolge.
Non c’era più quella alchimia che rendeva tutto unico e speciale, quella complicità di sguardi e di silenzi che riusciva a superare ogni momento trasformandolo in infinito.

Eppure avevano fatto grandi progetti, lui e lei, sicuri che tutto sarebbe andato per il verso giusto. Avevano guardato le stelle, addormentati in riva ad un mare di Sardegna e persi in un cinema d’autunno.
Invece furono spaesati da quella tempesta perfetta.

Decisero di prendersi un caffè: il loro futuro, tutto il loro futuro deciso davanti ad una tazzina e a una mezza minerale non gassata. Dopo, nulla sarebbe stato come prima.

L'aroma di un caffè di ieri

A volte la vita ti offre dei piccoli aneddoti che non scordi.
Basta un profumo, come ora, qui nella casa al mare, e ti agganci a una sensazione vissuta mesi fa.
L’alluvione, quelle giornate tristi. Tra le scene che mi ricordo, oggi mi è tornata in mente (ogni tanto risalgono dei flashback) una signora di mezza età a Uras, piccolo paese dell’Oristanese, dove andai a prestar soccorso.

Vestita di fortuna, con la casa sporca di acqua e fango, mentre i volontari pulivano la sua roba, i suoi mobili, la cantina, non sapeva come sdebitarsi.
Allora quel giorno preparò a metà pomeriggio un caffè, in quei servizi che trovi in mostra dietro i vetri nelle credenze delle case di paese, pronti per le migliori occasioni.
Lo portò e sull’uscio di casa cominciò a chiedere chi ne volesse.
Era un caffè caldo, che nella sua semplicità raccontava il suo immenso grazie.
Non me lo dimenticherò mai.