Senza mettersi troppi problemi (preso dall'ansia di tornare e dalla voglia già di ripartire)

Giorno di partenza tra il timore di perdere bus e voli, un po’ di nostalgia e la voglia di tornare a casa dopo aver fatto tutto per allontanarsene. Ieri l’iphone mi ha tradito. Da Valencia in poi non ho dato notizie, ma riassumo in poche righe un tranquillo rientro in treno e una serata che è stata in ogni senso l’ultima notte.
Ero nel bel litorale di Valencia, quello che dovrebbe essere il Poetto – ma noi siamo troppo toghi per pensare a queste cose e abbiamo la spiaggia più bella e poi vuoi mettere l’Emerson e le Palmette? – quando con il mio tipico “largo anticipo a prova di errore” ho preso la via della stazione.
Fedele alle mie usanze ho sbagliato una linea del metrò (ho sempre un rapporto conflittuale con le circolari) e perfino una stazione, per poi trovare quella giusta dieci minuti prima di partire. Unico regalo: uno sconto sul biglietto del ritorno presentando il tagliando dell’andata.
Nelle partenze so di per certo che qualcosa non fila liscio e mi prendo un bel po’ di tempo per gestire ritardi ed errori.

Il rientro l’ho fatto in un posto vicino a una donna di mezza età curata e ingioiellata (una che molti di voi definirebbero tardona o milf) che per tutto viaggio ha usato un ipad, risposto all’iphone e letto vogue. Controllava con attenzione siti sui consigli di bellezza, poi pagine relative ai prosciutti: sì avete capito bene. Una rassegna di foto e documenti con pascoli, maiali in libertà, macellazione, celle frigo e poi fette di prosciutto. Sebbene trattasi di materia particolare la sua eleganza non faceva una piega: toccava il touch screen con sicurezza e grazia, ad ogni tocco faceva un movimento in allontanamento col dito e si chiedeva probabilmente che cavolo ci facesse quell’italianotto in T-shirt mezzo sudato e un po’ trasandato a suo fianco.

Ho immaginato fosse una donna d’affari nel campo del prosciutto a comando della sua megasocietà da milioni di euro di fatturato mentre scende da una fuoriserie, i bodyguard a fianco, tailleur scuro e cappello, le srotolano un tappeto rosso, lei assapora i prodotti da portare sulla tavola degli spagnoli mentre i lavoranti le si inchinano deferenti. Saluta e se ne va per poi occuparsi della mondanità. Una donna che trasmetteva eleganza in ogni particolare, dal profumo alla disposizione dei giornali nella sacchetta, dalla custodia dell’iphone al tono mentre rispondeva.
Il treno è arrivato perfettamente puntuale dopo aver viaggiato con punte di 200 chilometri orari. Abbiamo toccato frequentemente il mare, quel mare che ci divide dalla Sardegna con un po’ di bracciate. Ci fosse stato in vita mio papà mi avrebbe certamente detto: “ma che ci vai a fare a Valencia?” la tipica frase che accompagnava ogni comunicazione pre e durante i miei viaggi. Per poi liberarmi con il solito “va bene, mi raccomando”. Oggi nessuno me lo chiederà più e io non mi potrò mai irritare o rispondere “boh avevo voglia di viaggiare” che è una risposta che in sé contiene un senso della vita.
Fedele alla teoria del rovinare tutti i chilometri fatti a piedi di giorno mi son scatenato di notte: l’ultima cosa che mi va di raccontare è di esser entrato in uno squallido ristobar cileno e aver mangiato una tortilla di patate e una sangria “muy buena” diceva il travestito al bar con tono affabile dopo averci messi dentro di tutto. Pagato il conto e volato via non senza la solita domanda “italiano?” mi son ributtato nella notte catalana senza badare all’orario. E infatti conto poche ore di sonno, e una partenza come sempre anticipata e curata nei dettagli quasi fosse una fuga da Alcatraz prima di essere qui sull’autobus per Girona, attraversando uno dei vialoni per uscire dalla città.

Ho controllato nevroticamente tutto, ho preso l’autobus delle 7 in modo da poter essere sicuro che, nel caso l’avessi perso, c’era anche quello successivo e poi un altro ancora. Ho fatto colazione con cornetto vuoto, caffè e leche (che non è una città della puglia) e acquistato una bottiglia pequena di agua (così mi son ricordato pure dei Club Dogo). Ho indossato una felpa pulita contando nel fresco del mattino, ma mi sono accorto che fuori ci sono 27 gradi e in metrò passi tra folate d’aria calda e climatizzazione come sempre polare. Una delle attività che faccio quando viaggio e non ho voglia di leggere o scrivere è cercare somiglianze: guardo i visi e provo a immaginare persone che conosco.
La metro delle 6,30 rappresenta uno spaccato di umanità interessante: sonnecchianti viaggiatori dell’alba, turnisti con tute ancora fresche di lavoro la cui alba è notte, e giovani di ritorno da notti folli con ancora la carica di sesso e droga sul corpo.
Accendo l’iphone, prima canzone “I’m outta time” degli Oasis, gruppo che da sempre ha ispirato i miei viaggi soprattutto anglosassoni e che accompagna questo veloce addio a barca mentre il Barcelona bus mi strappa dagli ultimi scampoli di città.

Il bagaglio l’ho messo come tutti sotto e prima mi son chiesto per quale motivo nessuno tema che venga rubato dopo che l’hai abbandonato e sei salito a bordo. Nessuno lo controlla e chiunque potrebbe farsi un bel malloppo. Eppure non succede. Dimenticavo: non sono riuscito a vedere Andreina. Vi chiederete chi è: una mia collega di università che da anni qui vive e lavora. Ho visto tante altre cose e persone ma lei no. Sarà un buon motivo per tornare. Scherzi del destino: vai per dei motivi e ne trovi altri durante il cammino.

La vita ti attraversa e accarezza riservandoti sempre novità e cambiando in corsa i programmi. Tu devi solo viaggiare, prendere una macchina, un aereo un treno senza tanti perché.

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