Segnali di vita (dopo un sabato cagliaritano)

Ma chi l’ha mai detto che a Cagliari ci si annoia e non c’è voglia di fare? È una frase che sento spesso, a cui in passato mi sono abbandonato anche io.

Certi weekend raccontano la città come vorremo che fosse.  La gggente ha fame di cose nuove. Ha voglia di uscire, incontrarsi, fare.

Cosa è successo? Nulla di speciale, se siete abituati a viaggiare per il mondo e vedere cose nuove (o forse cose normali, ma da noi sempre “nuove”). La creatività umana si sbizzarrisce sempre. E la musica, il ballo, l’arte, lo sport si esprimono nelle loro diverse forme.

Un programma ricco: di sabato, Zombie walk di pomeriggio e il ready to celebrate. E la domenica, la maratona di città.

Cos’è uno Zombie walk? Una processione di morti viventi per le vie della città (forse una metafora dell’attuale situazione politicosociale) a cui si è aggiunta poi la serata musicale (Ready to celebrate, una nota onenight della disco) in via Università, nel cuore di Castello e di fronte alla sacrosanta istituzione.

Non sono mancati ovviamente i critici: i difensori dell’andare a letto all’ora delle galline, dei quartieri silenziosi ma abbandonati alla malavita (vi ricordate la Marina prima della Ztl?), gli automobilisti incazzati (auto ora e sempre), i combattenti del sabotaggio verso chiunque stravolga conformismi cagliaritani. I supporter del “non si può fare perché si è fatto sempre così”.

Sabato la città era una cartolina in diretta: una fiumana di gente che conquistava le strade e le piazze. Maglietta o maglioncino leggero, nessun problema. Scarpe da tennis o tacco da vertigini, camicia fighetta o tshirt con scritta, età qualsiasi. Nessuna selezione.

Qui sorgerebbe il dubbio: perché la stagione estiva termina “mentalmente” il 16 agosto (o per essere più teneri, il 31)? Discorsi che andrebbero affrontati mettendo davanti politici e operatori. Come si sfrutta questo clima favorevole per attirare turisti?

Nessuno ha voglia di ragionare oltre. Va bene così. Ogni volta che parlo con qualche compagno di viaggio incrociato negli ostelli o nei treni nelle mie trasferte europee, quando dico che arrivo “da Chiagliari” sento le risposte più curiose. “Dov’è Cagliari? I don’t know”, rispondono. Molti ignorano perfino che esista la Sardegna.

La città pullula di gente che ha voglia di fare, che sta combattendo la battaglia della mentalità chiusa. Persone  molto più avanti (anni luce) della politica, dell’imprenditoria (quella retrograda), dei negozianti sempre incazzati alle novità, di certa informazione diseducante, della stragrande maggioranza dei “promotori” (omg) della vita notturna e di tanti cagliaritani che non hanno mai viaggiato se non da piazza Yenne al Poetto e sbuffano.

Una conferma di questo mondo grigio di oppositori l’abbiamo avuta domenica, quando gli automobilisti hanno insultato i podisti della maratona, rei di aver bloccato il traffico: non potevano fare a meno di prendere la macchina, di informarsi o di sopportare un disagio per un evento annuale. Loro, no. Non toccare l’auto al cagliaritano, mai.

Ma chi sono questi pionieri delle novità? Sono giovani, imprenditori, sportivi, studenti, dj. Professionisti e creativi, stravaganti e innovativi. Viaggiano e tentano di importare buone idee, malgrado limiti e le poche risorse. Non hanno grandi sponsor, non frequentano corridoi della politica, non stanno sempre simpatici perché sono “fuori dal seminato”. E quando sei così, non hai scampo: la critica è pronta e non perdona nulla. Crocifigge senza giusto processo.

Anche la musica si sta aprendo a frontiere nuove inaspettate: ieri, ancora una volta, si sono sentiti ritmi cosiddetti alternativi, sintomo che ragionare su nuovi linguaggi non è più tabù e appannaggio di pochi (ed io per primo me ne sono accorto e ho virato). La gente sta rispondendo. Non è un caso nemmeno questo: rispetto a prima tutti hanno cominciato a prendere l’aereo sempre più frequentemente, vanno a Ibiza, Amsterdam, Londra, Berlino, seguono i nostri sardi che primeggiano nelle consolle di mezza Europa (Marascia, Ferlin, Mereu, Dusty Kid e tanti altri), ascoltano musica, partecipano ai festival e si aggiornano.

Questi eventi – musicali e non solo  – si possono svolgere quando chi organizza è capace di essere inattaccabile, preciso e professionale e, soprattutto, responsabile e chi vi partecipa (badate bene) lo è ugualmente: se vieni per far casino non lamentarti.

Quando il sistema (e il cagliaritano-medio) capisce che la città aperta tutto l’anno è una risorsa, non una rottura di scatole. Che la musica, ma anche gli eventi come una maratona o un festival, sono una grande occasione di aggregazione, ovviamente nel rispetto delle regole, qualcosa crescerà.  E chiunque sia d’accordo deve sostenere queste iniziative, anche se non è direttamente interessato (altro problema, la gelosia).

È un tacito gioco di squadra.

Scontiamo la diseducazione. Se i politici lo hanno fatto per i cittadini, tenendoli dentro una cappa di cafonaggine e indifferenza, premiando tacitamente anche gli accallonados e gli amici (mediocri), tanti organizzatori di eventi hanno fatto lo stesso, con i clienti e gli utenti.

La gente, invece, è più avanti. E anche ieri i forse mille e più di via Universitá e gli zombie in giro lo hanno sancito. Forse i millecinque della maratona di città e i tanti ciclisti della domenica hanno dato un nuovo segnale. C’è un’altra Cagliari, ve ne siete accorti? Vuole vivere e divertirsi.

Chissà che prima o poi i turisti (quei pochi che scelgono la città) non vengano da noi anche per la musica, i dj set, le corse e la vita notturna e non solo perché il biglietto Ryan Air costa 9 euro e 90 e non sanno dove andare.

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