Questa sera, passando per caso davanti allo stadio di Is Arenas, ho visto uno strano capannello di persone davanti alle ringhiere. Tutti guardavano l’interno. Per un attimo ho pensato che ci fosse qualche allenamento in corso del Cagliari: di solito richiama i tifosi.

Avvicinatomi curiosamente con l’auto, ho osservato cosa richiamasse l’attenzione degli avventori: dei lavori. I muratori che sistemavano il cemento, le macchine in azione, gli operai. I lavori per completare lo stadio del Cagliari.
All’inizio ho sorriso e ho commentato su facebook “ecco il nuovo lavoro del momento: guardare altri che lavorano”. Una vecchia tradizione, il controllare. Lo fanno soprattutto gli anziani quando ci sono i cantieri aperti nella via di casa o quando i vicini si muovono con l’auto, parcheggiano, operano o incontrano qualcuno per strada.
Gli anziani sono un perfetto ed efficiente esempio di controllo notturno, di telecamera fissa, di sorveglianza. Dalle loro finestre sbirciano e hanno il polso della situazione più di ogni altro sistema di spionaggio.

Questo capannello però mi ha fatto pensare, dopo qualche ora, a quanta emozione ci sia attorno al calcio. Quelle persone non guardavano i lavori: aspettavano passo dopo passo la domenica, lo stadio terminato, l’evolversi del completamento, il rito della partita nella loro seconda casa. Una passione che va oltre.

Il calcio è il racconto migliore della nostra Italia, sintesi perfetta di virtù e soprattutto vizi. Io rido spesso pensando alle nevrosi per il calcio di amici e conoscenti. Li sfotto aspettandomi le reazioni: ci cascano sempre. Le mie esche sono infallibili: tweet o stati che incitano alla risposta. Punzecchiature sulle contraddizioni del calcio e dei suoi protagonisti. Sulle “ingiustizie” perpetrate ai danni dei tifosi quasi fossero stati puniti da qualche Dio, sulle amministrazioni che per raccattare voti fanno per il calcio più di quello che fanno per i loro cittadini in una legislatura e sulle stranezze del sistema, soffocato da tv a pagamento, superspot, polemiche infinite, titoloni sulla stampa, scommesse vere e nascoste e giocatori che baciano la maglia finché ingaggio non li separi.

Guai a toccare la loro squadra del cuore, si potrebbero offendere. Per il calcio si nasconde la verità, si fa l’eccezione, si perdonano i peccati, ci si fa belli: basta che sia per i propri colori. La fede non sente ragioni: bisogna avere ragione anche quando si ha torto, soprattutto marcio. Una difesa ad oltranza che trova pari solo nella politica, quando i dirigenti e i militanti (o militonti) di partito difendono la propria barricata fino a morire di stupidità. Avvocati difensori di cause perse, pronti a immolarsi “per l’interesse di partito”. E abbiamo visto pure i danni di questa mentalità.

Poi ci pensano i giocatori a fare le loro parti: quando Buffon (riecheggiato da Silva) disse che se anche avesse visto oltre la linea la palla di Muntari, dopo l’ultimo Juve-Milan, non avrebbe riferito nulla al direttore di gara capite che l’andazzo investe anche chi dovrebbe dare il buon esempio ai giovani. Cosa che hanno fatto Klose e Ranocchia, invece. Segno evidente che non tutti sono come Buffon (tra l’altro, portiere della nazionale e non aggiungo altro).

È un po’ come il senso di benevolenza che c’è attorno a Cellino a cui si perdona tutto come non si perdonerebbero neanche al nostro vicino. Ma lui è il Cagliari e il Cagliari non si tocca. Così come il Cagliari è sempre bistrattato dagli arbitri (litania) malgrado 3 rigori a favore e diversi episodi dubbi ugualmente a favore nel primo scorcio di campionato. Naturalmente, nettissimi nel primo caso e inventati nel secondo, parola di tifoso. Che poi riecheggia nel dirigente, nell’allenatore e nel giovane calciatore.

Forse però il calcio dovrebbe insegnarci – sempre che lo possa fare – che la verità e la lealtà all’inizio hanno un prezzo alto ma poi ci ripagano con gli interessi. Che l’autocritica può essere positiva perché ci fa migliorare crescere. Che perorare solo le proprie cause senza rispettare gli altri quando hanno ragione non sia un gioco che faccia vincere. Che non è vero che bluffare sia una gran cosa, malgrado tantissimi lo facciano. Che spesso bisogna anche ammettere il valore dell’avversario e le sue qualità, rendergli onore quando se lo merita (anche se ci sta sulle scatole).

Questo non significa che sia semplice. Siamo umani, circondati da altri umani, tentati dall’imbroglio e della facile vittoria, dal successo e dalla popolarità, dal cuore e dallo stomaco più che dal cervello. Siamo in Italia, dove tutto è ridotto a un derby. E questo atteggiamento si riflette in tutta la vita in cui per ogni fatto o avvenimento facciamo una crociata, spesso inutile tanto da farci perdere anche amicizie e un po’ di fegato.

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