Se ripenso a questi 11 anni da giornalista mi vien da sorridere per le mie (dis)avventure

Sì, avete capito bene. Rido delle mie disgrazie (anche se qualche volta è andata bene).

Molti non lo sanno, credo. Sono fermi al Tixi dj. E quando sei dj non ha la possibilità di essere una considerato una persona che legge e ha studiato e fa qualcos’altro. Sei sempre un dj, un qualunquista.

Sono iscritto da più di due lustri all’albo nazionale dei giornalisti pubblicisti. Ho diretto un settimanale regionale (Week) naufragato grazie alle geniali intuizioni del suo editore, capace di farlo soccombere e chiaramente di pagare la gente che, come il sottoscritto, insieme a tanti altri, aveva dato lacrime e sangue.
Ho collaborato con tanti progetti e testate ed ora sono felicemente direttore di Crastulo.it da alcuni anni e addetto stampa presso la Federazione gioco Calcio, oltre a scrivere le mie riflessioni distratte con Tiscali nella sezione blog.

È curioso invece, e ci pensavo oggi, il mio rapporto con i quotidiani, non sempre “idilliaco”. In questi undici anni, quelli con cui ho lavorato/cercato di lavorare i risultati sono stati i seguenti: o sono falliti dopo tanto entusiasmo (due) o hanno detto, per liquidarmi, “sei di destra quindi…” (uno) o mi hanno suggerito chiaramente “se vuoi entrare qui, cercati un accozzo e poi ripassa” (uno).
A voi comporre i pezzi del puzzle.

È una semplice storia di vita che penso possa essere simile a tanti amici e colleghi che hanno considerato questa professione una vocazione e hanno avuto un difetto: amare la scrittura. Volevo condividerla per chi mi chiede spesso “ma perché non scrivi in un giornale?… Sei bravo!” forse solo per amichevole compassione e senso di pietà.

Insomma, con i quotidiani c’è un rapporto di odio e amore, anzi più odio che amore.

Oggi ho capito un’altra piccola lezione: nell’editoria e in tanti altri campi, invece di stare alla stregua di altri, è meglio oramai essere (sigh!) imprenditore di sé stessi, battitori liberi e autonomi. Certi contesti non sono alla mia portata. Ed io li ho felicemente lasciati, anche quando c’è stata qualche possibilità: meglio investire su poche collaborazioni, su una rete affidabile di persone con cui condividere lo stesso modo di lavorare e di pensare che essere ingranaggio di sistema e in pasto ad avvoltoi pronti a liquidarti al primo cambio d’umore.

Certo, non hai la possibilità di presentarti con quella veste magica da “vero giornalista” che hanno altri (secondo l’agio comune è il giornale che fa il giornalista, non il contrario) ma ci sta. Tante porte sono state chiuse, colleghi (?) hanno fatto spallucce, mail senza risposta (ma perché, si risponde pure alle mail?), però, dai, un po’ di soddisfazione resta. Tutto è sempre arrivato grazie ai miei sacrifici, magra consolazione.

Vedo tante storie simili alle mie e dico a tutti: non mollate mai!
Questo ruolo autonomo ci dà ampia libertà di pensare, fare e scrivere. Non è poco in tempi in cui dire la verità è un atto di coraggio. Raccontare la realtà restando slegati da sponsor, politici e da padroni significa fare buon giornalismo, rispettare appieno la nostra vocazione.

Alla fine sono l’editore di me stesso e a lungo andare forse è stato meglio.

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