Arrivo a Derby: la città sembra addormentata. Poca gente in giro, eppure è tardo pomeriggio. L’albergo è  a due passi dalla stazione. Chiedo alla ragazza della hall come arrivare al Donington park ma la risposta è quella che già so: autobus e fermata di Donington castle. Si inserisce nella discussione un ospite, uno di quei signori anziani che svernano giocando a carte o bevendo whisky nei bar e negli alberghi, che consiglia di scendere all’aeroporto di Middle East England che è più vicino. Mando una mail all’organizzazione dell’evento e a tempo di record mi risponde (altro che le mie decine di mail mandate a Cagliari senza risposta!!): consigliano il taxi.

Ho tempo per due orette di riposo in albergo: un riposo, si fa per dire. Cazzeggio su facebook, leggo qualcosa. Alle 7,30 doccia e si va. Penso inizialmente di prendere il bus che, come da copione, passa un minuto prima che io arrivi alla fermata, poi senza aspettare quello dopo mi butto sul taxi, per timore (inutile) di far tardi. Peccato: alla fermata c’era una cricca che avrebbe intrattenuto il viaggio sicuramente meglio del taxi che aveva concordato per 18pound e poi ne prende 19. Sarei arrivato lo stesso risparmiando. Soldi buttati.

Il taxi è una strana vettura gialla di marca non identificata, con la cappotta alta, i posti guidatore e passeggero classici e dietro uno spazio per sei persone, tre da una parte e tra dall’altra (retrattili) tutti di fronte. Un tre contro tre spazioso. Senza pensare all’infinità di raccomandazioni, tipica degli inglesi, affezionati ai cartelli: non mangiare, non mettere i piedi sopra i sedili, non bere, non parlare col conducente se non c’è la luce rossa accesa, telecamere accese, controllo polizia, ogni contravvenzione rispetto a quanto scritto sarà sanzionata, allacciati le cinture ecc.

Dopo mezz’ora si arriva al Donington park, l’area eventi dell’omonimo circuito di motociclismo. Dispiegamento imponente, cartelli e organizzazione: previste 10 mila persone. Gentili ma fermi i membri dello staff. Si capisce che ci sarà ancora altra strada da fare. Marco e Fabri arriveranno più tardi, sono ancora in pullman da Birmingham. Dopo un bel po’ di passeggiata, mi metto in coda: ogni tipo di personaggio al maschile e al femminile, una fiera dell’umanità, ma per quanto alcuni siano più o meno raccomandabili e altri (comprese le donne) già alticci o storti prima del tempo, tutti rispettano rigorosamente la fila. Che si snoda e disegna angoli quasi perfetti.

Non vi avevo spiegato cosa vado a fare qui, vero? È un evento musicale organizzato da un famoso locale di Birmingham (Gatecrasher, che, se ricordate, ho visitato un mesetto fa) per i suoi 20 anni con una line up (lista) di dj che difficilmente riusciresti a veder assieme. Gente molto conosciuta nell’ambiente house e progressive, visto che i loro pezzi imperversano nelle classifiche di metà mondo (a Cagliari un po’ meno). Tra mille indugi ho preso il biglietto e ho detto: facciamolo! Anche perché era davvero la prima volta che andavo in un evento musicale di queste proporzioni.

La sera intanto prende il sopravvento, e cala la temperatura: tutti in maglietta o addirittura pantaloncini e canottiera, io col giubbotto. Eppure sta scendendo un freddo boia. Sono un personaggio, mi riconoscerei tra mille. Ma loro sono inglesi, basta questo per dire tutto.
I miei amici italiani arrivano e si mettono in coda: decido di andare con loro bruciando tutto il tempo guadagnato. Retrocedo. Stiamo assieme. Si presentano con una scatola di biscotti: ottimo, provvidenziale. Ero digiuno da ore.
Un’altra oretta passa velocemente, chiacchierando e parlando un po’ di tutto, poi superiamo ed entriamo. Controlli rigorosissimi, non fanno passare nulla che non sia giustificato. Fine della zona di sicurezza: ecco uno spiazzo con i caddozzoni locali e una pista di kart, e poi si entra in un immenso padiglione al chiuso diviso in due sale, in una c’è l’autoscontro (te lo immagineresti mai?) e poi la sala vera e propria, immensa, con diversi punti bar e la zona privé.

Arriviamo e siamo subito in prima fila. Il ritmo è altissimo, si va dai 130 ai 134: altro che classica apertura lenta veloce, hiphop reggeton e pop.
Si comincia con un dj spalla poi tocca al primo ospite, Eddie Halliween, un dj che conosco poco o nulla ma che viene chiamato più volte dalla folla. Eddie Eddie, urlano. Si balla e ci si muove. Nel muoversi non sono dei gentleman questi inglesi, ma non succede nulla. Vedi fauna di ogni tipo, puoi immaginare. I vizi peggiori. Circola droga, alcool, si fa sesso a due passi, però la stranezza è che nessuno ti disturba o ti rompe le scatole. E se lo fa, come mi è successo qualche volta in serata, è per abbracciarti oppure chiederti “ti stai divertendo?” “Che c’è” “hai freddo?” “dai muoviti” o commentare le gesta dei dj. Accade quando mi fermo, riposo e assumo l’atteggiamento da Tixi dj serio che vuol ascoltare. Loro non si dimenticano di te, vogliono che anche tu ti diverta.
Halliween termina il suo set con un bel salto sul pubblico (proprio sopra), altra gestualità tipica del rock che ultimamente sta andando anche tra i dj.

All’arrivo di Hardwell l’adrenalina sale: inutile dire che il ragazzo sia davvero un fenomeno. È la seconda volta che lo ascolto, dopo il novecento di Roma: martella come nessuno, ma si fa seguire benissimo. Esordisce con spaceman in versione lenta e poi si scatena. Tecnicamente credo sia il migliore della line up. Resisto ancora un po’ davanti anche perché il pubblico preme e ti mette a dura prova gestirti ore e ore così a meno che non sia soggetto a effetti speciali (l’unico effetto stupefacente che conosco è il ventolin). Senza parlare della coreografia e delle luci: ogni tanto un petardo(persi 5 anni di vita) o qualche sparata di idrogeno, una scintillata o ma ancora fiammate, fischia e scoppia guidati e fumo, stelle filanti, laser, cannoni, megaschermi e artifizi vari tutti mixati con il ritmo e l’evoluzione di ogni pezzo. Non si son risparmiati nulla.

Dopo Hardwell tocca a Laidback Luke che rallenta un po’ i ritmi e propone qualcosa di più semplice (si fa per dire), ma si porta indietro anche l’Mc che rappa sulla bass, poi si riparte a mille con Knife party che non si risparmiano e si chiude in bellezza con Steve Aoki, un mattatore sia musicalmente che a livello di intrattenimento. Con la sua figura enigmatica e orientale, si aggira per il palco, inonda di spumante tutti, getta torte sul pubblico, gira e rigira, usa il microfono, chiede “un po’ di fottuto rumore”. Intanto martella. Si diverte e diverte. All’ultimo pezzo “pursuit of happyness” la gente in estasi canta a squarciagola.
Ci siamo, non ci sono dubbi. È il cosiddetto momento catartico, sono le 6,30 ma si ha ancora voglia di stare svegli e godersi lo spettacolo.

Non c’è Romero, purtroppo: e quindi vado via leggermene in anticipo. Saluto gli amici. Sorpresa: fuori è l’alba, l’alba che bacia la campagna inglese mentre esco vago solitario alla ricerca della fermata dell’aeroporto. Un chilometro per poi scoprire che ce n’era una vicinissima all’evento. Stanco ma felice e riconciliato col mondo (la musica offre questo effetto) mi avvio verso l’albergo. Ho un aereo alle 4 del pomeriggio per Edimburgo, ma devo fare il check out dalla stanza alle 11. Poco tempo per dormire: tre orette. Arrivo alle 7,05 e la porta è ancora chiusa. Suono e un sonnecchiante signore mi saluta, gli ricordo la camera per far capire che non sono un ladro, ma per lui è tutto ok.

Salgo in stanza.Spengo tutto, giusto un pensiero per facebook. Dormo perfettamente. Mi sveglio alle 10 e una doccia mi rimette in forma. Mi godo qualche oretta di Derby (città insipida) e poi via verso l’aeroporto in largo anticipo. Un thè, acqua, cazzeggio classico. Non succede nulla. Chatto e ripenso un po’…mi aspetta un volo con questa compagnia, Flybe, che nemmeno conosco, con un aereo che mi ricorda il tragico atr42.

Non vi dico che sono un po’ intimorito, anche perché mi sembra datato. Lo è davvero, visto tra i sedili e le scritte che mi ricorda il film l’aereo più pazzo del mondo. Seguo con attenzione l’accensione dei motori e tutti i vari attimi delle manovre di partenza. Tutto ok, si vola. Siamo pochi, forse quindici. Tanto rumore ma alla fine non accade nulla tranne per le mie povere orecchie.

Bus per la città, l’hostell è a 200 mt dalla fermata, posizione centralissima. Mi godo la prima sera di Edimburgo, fa un po’ fresco ma è accettabile. Una città che sta tutta su un fazzoletto, con un bel tramonto a far da cornice. Sto bene, mi fermo in una piazza e penso.

Edimburgo mi aspetta. Scozia, altra latitudine. Un’altra giornata intensissima e il viaggio continua.

Chissà cosa direbbe da lassù mio padre, chissà i buoni rimproveri per queste piccole follie.

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