Dietro la Dinamo una vecchia storia di campanilismo ma… forza Dinamo!

Il grande exploit dei cestisti della Dinamo Sassari, a due passi dallo scudetto, forse può per un attimo far superare uno dei problemi atavici della nostra terra: l’invidia e il campanilismo.

Sia chiaro: ognuno è libero di tifare o non tifare una squadra sarda, di avere o meno simpatie per questo o quello. Non c’è un contraltare continentale forte come nel calcio, squadre alternative. Qui la sfida è più profonda: superare l’antipatia (se non l’odio) per i cugini del capo di sopra.

In Sardegna si ragiona da sempre con il sistema di pensiero “mors tua vita mia”. A Cagliari l’invidia regna sovrana: qualsiasi persona emerga in qualunque  campo (politico, sportivo, umano e professionale) deve passare il fuoco di fila delle critiche e delle chiacchiere di chi non fa e parla.

Perché i cagliaritani si dividono in due grandi gruppi:  chi fa e si mette in gioco e chi non fa e parla solo di chi fa. La tribuna chiacchieroni, i caffettari con il giornale in mano, gli sboroni nullafacenti.

Ne sanno qualcosa gli imprenditori che, oltre che dalla crisi, devono guardarsi dai colleghi e dagli amici. Ne sanno qualcosa i paesi sardi dove da anni si dibatte (e litiga) su dove dislocare ospedali, scuole e servizi in comune, in tempi in cui tenerne uno per centro è un lusso insostenibile. Consorziarsi è una parola vietata, meglio morire che concedere qualcosa all’odiato campanile vicino.

Mors tua, vita mea: spesso fra due paesi o tra le due città è avvenuta, e avviene ancora oggi, una specie di guerra della propria supremazia. Una guerra tra poveri che solo lo sport può limitare. I segnali ci sono tutti: a Cagliari si è tifato la Dinamo senza vergogna. Domani ci sarà un megaschermo in città: cosa impensabile. Forse il basket, sport certamente meno “infiammante” del pallone, su cui Sassari ci può insegnare (e noi ricambiamo col calcio) può compiere un bel passo avanti.

Nessuno è obbligato a sostenere la squadra di Sacchetti però “non tifare Dinamo perchè è di Sassari” è una frase ridicola e indegna per uno sportivo.

Essere sardi riassume l’idea della Sardegna tutta, non solo di una città rispetto a un’altra. Non esiste un valore e un’identità cagliaritana o sassarese (e se esiste, ditemi su quali basi e valori si sviluppa) mentre esiste un valore e un’identità isolana, che è qualcosa di più profondo e sicuramente non trova riscontro (solo) nello sport.

Il campanilismo e l’invidia sono dei virus. Non permettono di vedere il valore di un altro, di riconoscerne la bravura e i successi.

Se uno è capace e vincente, se è migliore di noi, se ci supera in qualcosa, dobbiamo anche trovare la forza di ammetterlo, al di là della sua antipatia. Turiamoci il naso e ammettiamo il valore altrui.

Si chiama semplicemente onestà intellettuale. Manca a molti e rappresenta uno dei più forti limiti allo sviluppo della nostra terra e soprattutto della nostra mentalità.

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