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Appunti veloci su Belgrado (le cose che ho visto)

Appunti belgradesi senza pretesa che siano tutti giusti:
– non mi sembrano proprio socievoli. Al mio sorriso non rispondono proprio
lo scontrino è un optional
– moda: impazza il “mi metto qualsiasi cosa purchè mi copra” specie negli over30 ma ricorrente il pantalone paramilitare
nei locali pubblici compreso albergo è possibile fumare (vedi foto albergo)
– anche qui la pessima tradizione delle cipolle ovunque
– il cambio moneta è vantaggioso, i prezzi sono convenienti
– c’è freddo ma ovviamente LORO sono in maglietta (e in alcuni locali ci sono pure le copertine)
– c’è una wifi di 15′ libera in tutta la città (ma ti puoi ricaricare tutte le volte che vuoi). Tante wifi a disposizione free.
– il mio inglese sta regnando: sono bravo io o, molto probabile, sono scarso loro?
– e per finire…sabato vi aspetto al Peek a boo, domenica al Cocò 


Al prossimo aggiornamento!

Templi religiosi, templi pagani e rovine di guerra (Belgrado)

Ieri è stata una giornata dedicata al cuore di Belgrado. Tre luoghi diversissimi e molto particolari.

Ecco cosa è successo.

Stari Grad, la mattinami butto sul mio lavoro in un caffè centrale, proprio in un incrocio di turisti e cittadini. Il tempo passa, si fanno le 12 e finalmente comincio la mia passeggiata.

Credo che le città si raccontino sempre attraverso i luoghi meno battuti, dove osservare con attenzione la quotidianità e la gente semplice, lontano dai lustrini del centro. I bar, le osterie e i mercati sono spazi di semplicità che possano aiutarti. E, nel caso di Belgrado, che non è certamente la Boqueria, nemmeno troppo raccomandabili.
Così, con un occhio a quel che accade per immortalare qualche scena di vita con la macchina fotografica e uno a possibili scippi visti alcuni loschi ceffi, con il portafogli zona tasca davanti, eccomi qui a Skardalija, al confine tra una anonima periferia di palazzoni e auto anni 80 e una delle parti ancora conservate dell’antica Belgrado, che vedrò dopo un salto rigoroso in questi stretti angoli del mercatino rionale. Un salto nella popolarità.
Attenzione Tixi!

Il pomeriggio, subito dopo pranzo, ci sono ancora tante emozioni da trovare. Nei miei viaggi ho visitato chiese cattoliche, protestanti e ortodosse, moschee e sinagoghe. Per me il Dio non fa differenza, non trovo necessità di parlare di divisioni e di “noi e voi”.
Entro e prego e so di per certo che qualsiasi cosa io preghi sarà sempre nel luogo adatto.
Oggi ho avuto l’occasione di accendere delle candele e così le ho dedicate.
Ne ho preso cinque: una l’ho accesa a me stesso, ai miei sogni e al mio futuro. Una per mia madre e una a mio fratello e a sua moglie. Un’altra per mio padre lassù, che corregga i miei errori e mi indichi la giusta via.
Un’altra, per finire, a voi, ai miei amici, a chi mi segue e mi legge e magari nemmeno conosco.
L’ho accesa anche per voi, perché in fondo nella mia vita ci siete anche voi.
Insomma anche a te che ora stai leggendo: non sentirti escluso da questa dedica e da questo piccolo pensiero lontano e speciale

La passeggiata continua. Macino chilometri. Cerco e trovo l’enorme stadio Maracanà, la casa della Stella Rossa Belgrado e della sua curva, una delle più calde d’Europa. E’ paradossale il passaggio da un tempio religioso come San Sava, prima, a un tempio pagano dove ci sono altri riti e altre liturgie, ma anche questo fa parte del racconto. Fa un po’ impressione vedere quella immensa curva e le scritte minacciose dei tifosi. Mi fermo per un caffè, davanti allo stadio.

ruderiNon potevo che finire qui, al dolore, ai ricordi di guerra, dove c’è la Belgrado ferita dai bombardamenti. Quella che ha vissuto l’orrore delle bombe 17 anni fa. 24 marzo 1999.
Questo palazzo, ex sede del ministero della difesa, è rimasto così com’era (quasi come monumento) dopo i raid aerei della Nato.
Una ferita aperta di una città che vuole guardare avanti ma non nasconde le sue lacerazioni, materiali e dell’anima.
L’ultima sera proprio qui. Dove la storia è passata. Dove l’ultimo e unico conflitto in Europa in tempo di pace ha visto uno dei suoi momenti più noti, a ragionare ancora una volta sui nostri giorni futuri. Il viaggio.

Ultima cena, ultima birra. Aspetto il mio piatto in questo localino alla moda. C’è gente, c’è musica dal vivo, ci sono io. Ripenso a tutte le contaminazioni di questi viaggi, quante cose ti porti dentro, quante realizzi, quanti spunti e stimoli, quanti ricordi. Tutto ad un tratto ti passa ogni incazzatura, i problemi diventano equazioni semplici e ti vien voglia di non fermarti mai e continuare sempre a bere quelle stesse birre, e soffrire come oggi le ultime sere di malinconia.

Risvegli a Belgrado (21 aprile 2016)

La tenda non copre del tutto la finestra. Uno spicchio d’azzurro entra sulla mia stanza e i rumori del traffico mi svegliano alle 7:43 con i postumi ben raccontati dal disordine attorno. Mi fa compagnia il televisore catodico sovietico Vivax grigio topo che mi fissa quasi fossi un alieno. Se l’accendessi forse uscirebbero pure i discorsi del maresciallo Tito, ma non rischio quest’esperienza.

Pronto a smazzarmi un po’ di lavoro a distanza al computer prima di ributtarmi nella tranquilla quotidianità di Belgrado. Le spalle fanno male, colpa del mio inseparabile zaino. Penso già a cosa devo fare. Nella mente riordino concetti e progetti e li catalogo in una cartella. La sposto mentre cestino tutto il resto. Prenoto Barcellona, giusto per.

Domani sarò a Roma per programmare l’estate, poi rientro Cagliari. Un weekend di quelli dove dovrò assumere le vesti di superTixi e curare perfettamente ogni particolare, compreso il riposo: tre serate da dj, il Torneo nazionale di calcio a Sa Rodia, l’intitolazione del Centro, le finali di calcio a 5 giovanile, il torneo femminile. Un mix inverosimile di calcio a musica tra Cagliari e Oristano.

State connessi. Un abbraccio.

Belgrado, l'arrivo (diario di viaggixi)

Un volo perfetto, Alitalia Roma-Belgrado, i posti condivisi con due ragazzi serbi che non smettevano di ridere e far casino ma mi hanno offerto di tutto patatine, biscotti, cioccolatini e si offendevano quando non accettavo. Ed io ho fatto da traduttore perfetto con la hostess. Spiaccicavano inglese ed io pure, ovviamente come sempre stavo a fare il buffone. Come è facile passare un volo meno noioso del solito e condividere qualcosa con sconosciuti?
Ritiro il bagaglio, controllo passaporti, cambio un po’ di euro in dinari e mi appresto finalmente ad andare in città! Nulla da dichiarare se non la mia stupida allegria e curiosità da viaggio in un posto nuovo.

Prendo l’airbus, costa 2€, 245 dinari, vado tranquillo e come previsto evito il taxi e mi godo la città. In bus siamo in otto: io, due classici ragazzi slavi, vestito, baffi e stazza, due donne apparentemente americane, un ragazzo capelli lunghi e barba che sta sull’angolo in fondo a guardare il mondo che corre. Un classico nerd da Silicon Valley, faccia da bamboccione, occhiali, panza e tshirt del campus. Orrenda musica pop serba ci accompagna in questo arrivo. Il pullman però è pulito e ordinato, roba da far invidia a noi occidentali italiani. L’autista ad ogni fermata grida qualcosa, ovviamente il luogo di riferimento. L’inglese viene parlato poco ma comunque compreso.
Controllo la cartina e guardo la destinazione. Siamo ancora lontani.
Palazzoni senz’anima si aprono nei quartieri periferici ma da contraltare tanto verde, piste ciclabili, playground colorati di giovani che cercano di mettere la palla nei canestri, spazi e campi di calcetto. Però questi orrendi mostri alti anche dieci piani violentano tutto.

Scendo subito dopo il lunghissimo ponte sul fiume Sava. Ho due chilometri di camminata fino all’albergo ma è un mio classico: prendere da subito confidenza con una nuova città e girarmela a piedi anche se con i bagagli. Il primo impatto mi riporta subito alla realtà dura dei giorni nostri. Un giardinetto di fronte al deposito dei bus dove ci sono persone accampati e tende di fortuna. Pochi secondi e capisco che sono profughi, una tenda della croce rossa e una fila di persone, giovani, ad attendere un pasto servito in una casetta di legno. Anche qui il dolore non manca.

La camminata vira verso il mio alloggio, con una bella salita e il sole che pian piano di ritira dietro palazzi e case creando interessanti effetti. Tempo di riordinare le cose e sono già in giro a farmi una birra scura in un bar all’incrocio, poi una cena con piatti tradizionali annaffiata da vino locale e una grappa fruttifera. Mi riscaldo anche perchè fuori piove e fa freddo, molto più di quanto pensassi. Quasi mezzanotte e si torna in albergo, ricchi di pensieri e del primo abbraccio della capitale serba.

Cosa vuol dire vivere in una città che fino a pochi anni fa (esattamente a fine anni 90) era teatro di guerra ed eccidi?
Me lo chiedo spesso quando visito questi posti e non è un caso che li scelga.
Qui c’è stata una delle Guerre più cruente degli ultimi tempi, un odio difficile da spiegare razionalmente, un conflitto che infuocava una regione, attraversava popoli, etnie e religioni, l’ultima guerra in Europa e l’unica nel dopoguerra.
Qui Dio aveva smesso di esistere, violentato e offeso dagli uomini che dicevano di amarlo.
Eppure tutto è ricominciato, faticosamente.  Quello che forse paradossalmente è mancato a noi.  Soffrire per rinascere.