Parole impossibili

In un mondo che restringe sempre di più gli spazi di espressione e libertà, sta diventando ancora più difficile esporre le proprie tesi anche in un profilo e in una pagina internet. L’esercito dei molestatori di parole, dei critici e dei rabbiosi in servizio permanente effettivo è sempre in agguato. Lo vedo spesso quando scrivo uno stato, un pensiero, un qualcosa da cui far aprire un dibattito.

Facebook è un interessante laboratorio. Il mio profilo è visitatissimo. Io leggo poco o niente cosa scrivono gli altri ma trovo che i miei stati destino sempre interesse. Criticato ma seguito!

 

E poi ci sono le reazioni. Quelle, bellissime. Perché non è entusiasmante solo tirare fuori un pensiero dalla mente, ma vedere cosa ne dicono gli altri. Scontato che i bei pensieri vengano etichettati con l’arrivo di nuova erba dalle mie parti, dai tradizionali “cosa ti sei fumato?”, ci sono quelli che da semplici riflessioni passeggere scritte sul mio stato si fanno i film mentali.

Se scrive qualcosa di negativo sta male, se scrive positivo è un presuntuoso.  Fai un complimento a tizio e caio si offende. Fai una critica e ti considerano (a torto) Dio che sputa sentenze, giudice dell’universo, il perfetto, non uno che vorrebbe riflettere su un evento o un personaggio. Cerchi di esporre una posizione su un fatto e tentano in ogni modo di trovare l’errore e l’imprecisione e di farla notare al pubblico. Il congiuntivo, l’accento, la data, il riferimento, la teoria, l’ho letto qui e là.

Giustissimo, ci mancherebbe, ma del contenuto che ne pensi? O pensi solo alla forma?

 

Una tattica molto cara al giornalismo di Libero e del Giornale, alla Sallusti per intenderci. Quello schifoso giornalismo che depista i lettori facendo di tutta l’erba un fascio. Se B. ruba lo fa anche D’Alema e allora pure Fini. Ma potrebbe farlo anche il tuo vicino e magari tu. Quindi lascia perdere, non metterti in mezzo, piantala. Non discutere. Parli magari di onestà e vanno a cercare quando nel 1991 non avevi pagato il parcheggio in Corso Vittorio.

Delegittimazione sempre e comunque. Una strategia diventata subito cara a molti utenti di internet, quelli che appena c’è il caso di cronaca fanno i colpevolisti, gli ispettori Derrick da tastiera.

Prendete il caso Marco Carta: tempo fa ha ricevuto un importante premio internazionale. Si è fatto a gara per insultarlo. Nessuno che abbia plaudito ad un giovane cantante nostrano (che sarà pure antipatico, e lo è anche a me) che ha vinto qualcosa e primeggia nelle hits. Tutti hanno cercato il negativo in lui. Quando impareremo a riconoscere i meriti anche di chi non ci sta simpatico?

Io credo che molti non capiscano proprio l’uso della lingua italiana e stiano crescendo oramai con un lessico derivato da uomini e donne, corriere dello sport, novella 2000, fabriziocorona, siti web e link di facebook. Si aggrappano a ragionamenti schematici e a parole ripetute, insulti e frasi recuperate qua e là per il web. Scrivono stupidate a iosa per far collezione di “mi piace”.

Così rafforzano il pensiero.

Se scrivi “cacca” la gente ti fa un applauso. Se scrivi qualcosa di costruttivo i “mi piace” sono sempre i soliti quattro sfigati. E allora ogni discussione diventa un litigio in cui vien fuori la voglia di insultare, di distruggere l’avversario, di gettare su di lui le peggiori colpe, più che esercizio di orecchie, memoria, riflessione, pensiero e spirito. Più che tesi e antitesi, punti in comune e conclusioni. Questo sta mancando, clamorosamente.

 

Non puoi parlare di nulla e nessuno perché vige il relativismo, vige che ognuno si senta sempre toccato, messo in discussione, violentato nel proprio orgoglio. Ognuno sente che ciò che scrivi è rivolto a lui, quando magari (e volentieri) non è neanche lontanamente interessato.

 

Lo dico col brutto presentimento che proprio tra di noi semplici cittadini (non parlo del piano più alto) si sia persa la volontà di riunirsi, parlare, di rispettare le tesi altrui, di accrescere il proprio sapere dal confronto. Ora è tutto un non comunicare, evitare le parole, le chiacchiere, comunicare per slogan, la ricerca dell’alternativo, la sola voglia di andare contro per il gusto di andare. Non c’è nulla di nuovo, sia chiaro. Si critica senza cognizione di causa (spesso e volentieri) sfruttando l’insulto o l’illazione con una facilità disarmante. Se è bravo distruggetelo subito. Se ha un’idea non deve andare avanti. Se è fuori moda è uno strano. Se pensa è uno snob, se legge ha seri problemi mentali.

 

Chi come me scrive da molto tempo sa che internet ha aumentato le informazioni sia in positivo che in negativo. Ha fatto circolare informazioni e stupidità che prima erano appannaggio di pochi. Ora l’esercito si è rafforzato e rischia davvero di andare al potere sfruttando il pressapochismo e il menefreghismo della gente, alle prese con la ricerca del denaro e non più con la conquista del pensiero.

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