Nuovi locali, vecchi vizi

Questo weekend ho partecipato all’inaugurazione di due nuovi locali a Cagliari. Diversissimi quanto interessanti, si trovano in due zone limitrofe.

Il primo, Interno24, è in viale Trieste. Collegato all’Hankock, rappresenta uno spazio culturale-artistico che si vuole aprire agli artisti e ai creativi provenienti dal mondo della musica alla fotografia, dalla poesia al cinema.

Il secondo, Bar-Acca, in via Santa Gilla, stile anni 70, in una zona che sta prendendo forma e dignità dopo la costruzione dei nuovi palazzi direzionali, tra cui la sede dell’Unione, nell’ex deposito di carburanti.

 

Una sfida difficilissima per gli amici Lello e Betto dell’Hankock e Marco nel Bar-Acca: entrare nelle abitudini dei cagliaritani e offrire qualcosa di diverso rispetto a ciò che ci siamo abituati a vedere.

 

Oggi leggevo sul web una ottima analisi dello psicoterapeuta Enrico Maria Secci sulla “crisi cagliaritana”. Raccontando una normale domenica in giro per la città alla ricerca di un posto dove pranzare, ha centrato  il problema: da noi c’è una crisi non economica, ma di identità, di valori e di cortesia. La si vede non solo nei rapporti personali, ridotti a un continuo do-ut-des, usa e getta, sputare sul piatto dove si è mangiato non appena se ne abbia la possibilità, ma anche nei locali e nelle attività, in mano ad imprenditori ignoranti e personale (dai camerieri ai buttafuori, dai p.r. ai barman) al limite della cafonaggine.

 

Locali strapieni di gente che, malgrado prezzi alti e buona dose di maleducazione, diventano posti alla moda.

Perché?

C’è qualcosa che non funziona in un ragionamento logico, ma…. bisogna andarci perché “la gente è là” non importa se ti trattino da beduino o sfigato. Perché a Cagliari la gente chiama la gente. Ogni locale ha un’identità, una clientela, un suo mondo.

 

Poi ho rivisto alcuni flash di tutti questi anni da dj e mi sono chiesto quale strano ideale e filosofia  abbia paralizzato la nostra bella città come se fosse una cappa impenetrabile e renda la gente presuntuosa e maleducata in ogni situazione possibile. Per quale oscuro motivo comportarsi così rappresenti oramai un consolidato status sociale di cui perfino vantarsi.

Ho pensato a quelli organizzatori della disco che maltrattano clienti, che promuovono eventi solo per puro prestigio personale e sociale, ho pensato a buttafuori che ironizzano sugli abiti degli avventori o sulle curve delle clienti, commessi che ti squadrano non appena entri  in un negozio quasi ti stessero facendo una cortesia nell’accoglierti, scortesie di ogni genere di cui siamo spettatori protagonisti.

Mi son chiesto, come il dottor Secci, se sia colpa della solita “crisi” o di che altro. Allora ho guardato un po’ di cifre, ho letto un po’ di stati su facebook, ho visto quali siano le urgenze attuali del cagliaritano medio e mi sono accorto che gira e rigira è sempre la solita storia e che non cambieremo mai: l’ignoranza. La mancanza di obiettivi e di identità.

 

Quando manca un substrato di cultura e valori, quando l’unica stella polare sono il denaro e l’esteriorità, quando gli imprenditori si riducono (tantissimi) ad essere solo degli spendaccioni e non degli investitori, la città affonda. Si vedono locali strapieni dove tutti però alla fine si lamentano del prezzo e della scortesia. Ma continuano a essere strapieni. Si vedono passeggiate dove la gente fa a gara a mostrare il capo firmato e comprato al prezzo più alto possibile. Ostentazione senza vergogna. Roba che se giri il mondo trovi solo da queste parti.

 

Per gente come noi, scherzare è facile. Fintivip, gaggi, burricche. Li abbiamo definiti in ogni modo. Però se ci pensiamo bene un po’ di vergogna ci assale. Vergogna per una città che non ha smesso di essere un grande paesotto dove tutti sono amici di tutti ma in fondo tutti, se potessero, ammazzerebbero tutti. In cui la gelosia e il pressapochismo la fanno da padrone. In cui gli sguardi di sfida schiacciano i sorrisi gratis.

 

C’è una ricetta per uscire dal tunnel? Secci non l’ha individuata. Non può essere la ricerca di un ristorante o di un locale migliore di un altro a risolvere i problemi. La ricetta è o scappare, per poi scoprire che altrove il mondo è davvero  migliore. Oppure boicottare. Persone, situazioni, locali, negozi. Il passaparola funziona. Quel locale maltratta il cliente? Non andiamoci più.

 

Ieri mi è arrivato un sms che mi ha fatto pensare: qualcuno si compiaceva della chiusura del giornale per cui ho collaborato, Sardegna 24. “Sono contento che abbiano messo in liquidazione il giornale di merda che attaccava e disturbava chi lavorava”.

Ancora oggi non ho trovato chi fosse l’autore, ma sono sicuro che sia uno di quei “cagliaritani”  per i quali “lavoro” è calpestare gli altri, sfruttare la gente, ostentare qualcosa appena comprato, calpestare le regole a dispetto di chi è onesto ma non ha i santi in paradiso.

Quelli che – ultimamente è moda – vengono difesi a spada tratta perché “lavorerebbero”. Sento spesso dire: “Lo attaccate perché fa qualcosa”. Non importa come. Questo non vale nel giudizio. Se fai qualcosa puoi anche fregartene del resto. E allora non si possono disturbare questi “lavoratori” cagliaritani. Non si può disturbare la grande città produttiva che quando parli di crisi continua a risponderti che “i ristoranti sono pieni”, sorride, fa una sgommata e se ne va.

Speriamo che questi nuovi locali diano un’aria nuova a una città davvero asfittica.

In bocca al lupo ragazzi!

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