Staccare la spina con l’Italia ti fa apparire il tuo mondo, quando decidi di riconnetterti per un attimo su facebook, così lontano e strano.

Quando viaggio mi dedico a me stesso e l’unico vero contatto che ho è il mio blog e le foto, una sorta di patto di fiducia con chi mi segue e legge. Oramai ho capito che è un piacere per tanti leggermi anche in questa versione Tixi-viaggiatore e non voglio venir meno ai miei impegni.

Dopo la Polonia, l’Inghilterra. Non c’è una logica. Lasciata la neve di Cracovia sono partito verso nord ovest. Niente Londra ma Birmingham, città insapore e grigia nel centro della patria di Albione. Un’Inghilterra più cinica e lavorativa, una città che è un moderno centro commerciale dove per trovare bricioli di identità inglese (le case, i giardini, i pub) bisogna allonanarsi dal centro.

C’è casa di un amico dj, Marco, che mi ospita qualche giorno. Glielo avevo promesso che ci saremo rivisti e la connessione Ryan Air tra Cracovia e qui ha sciolto i miei dubbi sulla seconda tappa del mio viaggio d’aprile.

Fa freddo, vento che ti schiaffeggia, ma la prima serata birminganese (un neologismo) è stata subito calda: una bella cena internazionale con amiche e amici. C’erano rappresentate in ordine: la Francia, la Spagna, la Nigeria, il Ghana e la Scozia e naturalmente l’Italia. Tutti abitano qui o sono di passaggio. Laureati, in cerca di miglior lavoro o semplicemente di un posto nel mondo. Io credo che la vita all’estero migliori le persone: quando viaggio incontro sempre amici felici e rilassati che hanno trovato una dimensione e un proprio equilibrio. Allontanarsi dalla propria terra fa bene.

Clima da festa, pasta, verdura e altre delizie, chiacchiere affogate tra birra e vino. Foto e risate con tanta musica pop e hiphop in sottofondo. L’abbiamo finita a fare un quiz della play sulla musica. Poi a nanna, e la mia fortuna, visto che combatto una eterna battaglia con gli acari, è che la moquette non ha fatto scherzi.

Strana la vita: in poche ore cambi clima, lingua, latitudine, paesaggio. Mi sento un eterno studente Erasmus fuorietà e fuoricorso senza paura di trovare qualcosa di nuovo e diverso, perdermi e non sapere più dove sono, magari sorprendermi. Perché magari sono soddisfatto di un posto, come lo sono stato di Cracovia, credo che sia finito, poi un arriva un secondo tempo denso di belle situazioni.

Mentre scrivo mi trovo sul treno che mi riporta a Birmingham. Stanchezza, tanta stanchezza. Marco dorme, io come sempre maneggio l’ipad per raccontarvi cosa è successo in questa giornata e mezzo. Oggi eravamo a Liverpool, altra bella scoperta. Decisione di ieri, c’era in ballo anche Edimburgo ma la distanza e il budget hanno fatto scegliere la città dei Reds.

Una città piacevole, a misura di turista, con un centro avveniristico (ovviamente tutto pedonale) ma ricco anche di vecchie chiese e palazzi d’epoca che si affaccia su un fronte del porto rimesso a nuovo e tutto da visitare (non chiedetemi il solito paragone sulle occasioni mancate di Cagliari, vi risponderei le solite cose). Lì si raccolgono la maggior parte delle attrazioni, come il museo dei Beatles o quello del Titanic, caffè e localini, la darsena e altri piccoli angoli interessanti. Ma l’attenzione è tutta per questi due miti, due storie, due leggende che mi hanno sempre incuriosito.

Mi aggancio ogni tanto alle wifi (tutte libere e gratuite) da dove inondo la rete di foto serie e curiose. Per le vie del centro incrocio uno strano personaggio vestito da playmobil poi due campi da ping-pong immersi tra i grattacieli dove si affrontano con lentezza esasperante di battuta e ribattuta due coloriti inglesi. Negozi e vetrine alla moda, la gente pare curare molto il look, ma poco interessa a uno come me che proprio non ci mette piede, se si esclude Jack and Jones o cose simili.

Seguiamo il cuore, seguiamo la musica. Beatles. Il museo costa circa 13 pound. Partiamo un po’ intimoriti, ma ne vale la pena. Un percorso di circa 20 tappe. Tutto è curato e ci si immerge nell’atmosfera con rievocazioni d’epoca e tante altre sorprese. Le cuffie aiutano a seguire, ma ovviamente non mancano le note.

Quando parli di qualcosa di più che un semplice gruppo (non è un caso che l’aeroporto di Liverpool si chiami proprio John Lennon, (vi immaginereste qualcosa del genere in Italia?). Parli di Inghilterra. Qui la musica è cultura e la cultura è musica. Non è un qualcosa estraneo dalla vita e dal dna, non è una vergogna ma un patrimonio.

Riscoprirne la storia attraverso il percorso della loro vita artistica – ricca di aneddoti e oggetti, luoghi e rievocazioni – fa amare ancora di più la genialità. Erano degli innovatori, avanti rispetto ai tempi, capaci di rompere gli schemi ma anche di essere tremendamente autoironici. Storie che affascinano perché svelano la genialità delle persone e il talento di chi ha qualcosa da dare al proprio tempo e non ha paura delle critiche. Storie che amo.

A pranzo grazie ad internet troviamo un fast food dove a 4 pound e qualcosa ci inondano di pollo speziato e patate. Tanto, troppo. Lo stomaco pesa. Si torna verso il porto e ci aspetta il Titanic, la grande tragedia della storia dei mari, un altro evento che mi ha sempre incuriosito e su cui si sono scritte pagine di storia e girati film. Ma forse il museo, con ingresso gratuito e una guida che cura un’ora di animazione e curiosità molto gradita, se non nei video e nei resti, non dà abbastanza l’idea della grandezza alla tragedia.
Poi guardo il mare, quello stesso mare dove quel celebre transatlantico aveva preso il largo per poi inabissarsi a causa di un iceberg.

La superbia dell’uomo aveva perso, ancora una volta. Strano parallelismo con Auschwitz.
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