Coimbra, Oporto, Bergamo

Si riparte, ultima tappa Porto da dove nel pomeriggio prenderò l’aereo per Bergamo e domani mattina quello per Cagliari.

Un po’ di stanchezza e di saudade affiora da questo viaggio portoghese. Domani non ho tempo quasi per riposarmi: tornerò ai volti conosciuti, alle faccende quotidiane, al lavoro e mi attende pure una serata a Iglesias dove mi hanno chiamato a una inaugurazione di un locale. Ma anche il weekend non sarà da meno se considero anche il lunedì: altre tre serate. Una ricca colazione, il check out e ho camminato un po’ prima di raggiungere la stazione di Coimbra sfidando il freddo del mattino e la città che sgranava i suoi occhi dalla nebbia e mostrava il suo volto. Si risale, dunque, verso nord.

Il mio treno arriva a Oporto con qualche minuto di ritardo. Prendo la metro di superficie per andare alla stazione centrale di Sao Bento. Ho due orette abbondanti per vedermi la città, purtroppo col fardello del trolley. Saranno davvero poche perché anche questo posto dimostra di aver tanto da trasmettermi. Per la verità Coimbra non mi ha dato una grande emozione, lo ammetto.

Un salto all’ufficio informazioni, vicino alla stazione, e mi faccio consigliare su dove andare in questo ristrettissimo tempo a disposizione. Scelgo un giro veloce tra cattedrale, quartiere vecchio, lungomare. La chiesa domina su una parte della città poi, se decidi come me di andare all’avventura ti puoi addentrare dalla sua piazza in un quartiere ricco di stradine, angoli, vicoli stretti. Bellissimo, peccato solo per il bagaglio che rompe il silenzio e non mi fa godere appieno della bellezza del posto.

Si passa ancora vicino alle case, sfiorando i panni stesi, in piccoli pertugi dove l’umanità si nasconde, le vasche per lavare la biancheria. Tutto fermo. Affascinante. Vado a naso, da lontano ogni tanto spunta il mare, poi eccolo, arrivare d’impeto con una bella passeggiata ricca di baretti e panchine dove godersi un’altra bella giornata di sole portoghese, l’ultima. I battelli sono ancorati e se mi volto alle spalle c’è tutto lo splendore della zona vecchia con le facciate colorate di mattonelle gioiose e le piccole finestre.

Devo confessarvi che la presenza di un lungomare, a Oporto come a Lisbona, dà un senso ben diverso alla città. Un po’ come Cagliari. La vera città è quella dei quartieri a ridosso dell’acqua dove la vita continua imperterrita il ritmo di secoli di esistenza, incurante, dove le macchine non passano, dove il sole non batte.

Continuo il mio giro, risalgo e vado in Placa de la libertà, la zona che comincia a occidentalizzarsi lasciando il vecchio borgo, poi trovo un piccolo bar dove mangiare: per sette euro pollo, insalata, acqua, caffè e un risotto con verdura. Mi serve una donna vestita umilmente di nero, tutto è cucinato con amore. L’insalata tagliata sul momento e ripartita con l’immancabile cipolla che evito, quattro piccole olive, pomodori. carote e verdura. Sazio, riparto alla stazione del metro, in orario di punta: tantissimi ragazzi, studenti, in uscita dalle loro aul. C’è molto colore e movimento. Il trenino, linea viola, arriva dopo 15 minuti e mi porta in meno di un’ora in aeroporto, passando anche per lo stadio del Porto, il Dragao.

Anticipo perfetto, quanto basta per rilassarmi in aeroporto. L’iphone mi abbandona dopo averlo smanettato per ore e ore, ma ecco la sorpresa: allo scalo di Oporto c’è un totem per ricaricare ogni telefonino, dei pc a disposizione, la linea wireless e tante prese di elettricità vicino ai posti a sedere. Magnifico quando senti che pensano a te mentre viaggi.

Navigo un po’ poi mi avvicino al gate 14, indicato per la partenza a Bergamo. Ma prima passo in toilette, giusto per lavarmi i denti: strano che mi guardino male quando faccio questo gesto, è una procedura di educazione soprattutto durante il volo, o volete che viaggi con alito pesante?
Un’altra bellissima scena accade quando lo scarico del cesso che hai appena usato non funziona. Provi e riprovi, ma nulla. Così vai via con la faccia tra le gambe e lo sguardo inizialmente rilassato ma poi schifato di chi ti segue…. ma mica è colpa mia! E per fortuna che ho svuotato solo la vescica, figuriamoci se avessi fatto “altro”!

L’aeroporto è un intreccio di storie minime e veloci. gente che sfugge al tuo occhio o che si abbandona nei posti a sedere ai suoi pensieri. Poi ci sono episodi curiosi che si ripetono, come l’esame delle dimensioni bagagli di Ryan Air che ti tiene sempre col fiato sospeso e ti permette di vedere qualsiasi tipo di strategia umana per passare indenni la prova. Chi indossa tre maglioni, chi riempie le tasche di oggetti, scambi di capi tra viaggiatori e computer nascosti in giacconi tenuti in braccio. La fantasia non ha limiti.
Si aspetta la chiamata. Volo pieno. Solita calca e corsa verso l’aereo. Ryanair ha oramai avvicinato l’aereo all’autobus: si sale con le poltrone ancora calde del volo prima. Dormire? Mentre le mie due vicine, una che si guardava un Cioè spagnolo e un’altra praticamente svenuta dopo il decollo, non danno segni di vita. Quasi tutti dormono, tranne me. Solite vocine automatiche di Ryan Air a disturbarti. Siamo sopra la Spagna, porto di un’ora avanti le lancette dell’orologio, cambio le schede e programmo il resto. Dormirò in aeroporto, non ho voglia di spendere ancora.

Questo viaggio sta per finire e sto già male.

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