Scorrono in questa serata tante immagini, mentre sto sdraiato su tre sedili a passare la notte in aeroporto, a fare i conti con le batterie in esaurimento, mentre la sfiga vuole che ci siano pure operai al lavoro, mentre tento di trovare un sonno che non c’è.

Orio al Serio, giovedì. Sono le immagini di un viaggio bellissimo: Milano, il concerto di David Guetta, gli amici rivisti e poi Lisbona, l’ospitalità del mio amico Luís Santos, le strade strette, le notti, Cabo da Roca, Coimbra, Sintra, Oporto, i caffè, le pastelas, i sorrisi della gente, tutti quelli che ho incontrato, le cose fatte e quelle mancate, le parole in portoghese, i poveri, i lampioni di Lisbona, il mare, l’oceano, le corse in treno, le gaffe con la lingua, il vento forte, il tram 28, Pessoa, il fado, il sole e la nebbia, i compagni e le compagne di hostel, i pensieri sparsi, gli appunti, i soldi spesi e risparmiate.

Ho perso il cuore e l’ho ritrovato e ancora non capisco quale immane follia mi porti a febbraio a mollare tutto e andare in giro per il mondo. C’è tanto per riempire pagine e pagine…

Intanto qui siamo tanti, di ogni nazionalità: aspettiamo un volo di primissimo mattino. C’è lo studente, il professionista, la coppia di lavoratori dell’est, perfino un gruppo di tedeschi che si mette suonare la fisarmonica e a far baldoria. C’è l’esercito delle settimane bianche e quello delle partenze intelligenti, dei weekendini e del viaggio di lavoro. Tutti si organizzano: chi dorme, studia, parla, canta e ride. Da lontano un profumo di bar caffetteria e di paste calde comincia a inondare la zona check dove l’esercito degli zombie aspetta l’alba in posizioni strambe, con le gambe sulle valigie, con curiose espressioni del viso.

Tanti con pc, palmare, altri semplicemente con un libro o con uno sguardo vuoto verso il domani. E poi ci sono io, che ammazzo il tempo scrivendo e ascoltando musica, che dormo un po’ poi mi risveglio incazzato e ripenso ancora al viaggio che finisce, al fatto che debba tornare a casa, ai cagliaritonti, ai problemi di casa nostra, a tutte le idee che mi si sono accese in viaggio, a quanto sarebbe bello se….. e al resto, ma che voglio ancora vivere intensamente fino alla fine, come scegliendo di stare in aeroporto invece di dormire in un albergo (visti i prezzi, ho già nostalgia del Portogallo), quasi volessi celebrare ancora il mio infinito vagare.

Sì, preferisco l’hostel, la locanda, il posto veloce, sbottonato, perfino la notte in aeroporto mischiato tra gente che non conosco, ad ascoltare i discorsi e a chiacchiere di questi strani personaggi compagni di una notte a Orio. Tutto questo è meglio, tutto ti fa sentire parte del mondo, la comodità è un premio e in viaggio qualche volta si può evitare. Il viaggio deve essere impegno e sfida.
Nella città turistiche oramai ho una certa orticaria per le vie dello shopping, costellate di negozi che puoi tranquillamente vedere in ogni città, dei Mc Donald’s e dei bar da aperitivo, dagli zara ai Footlooker. Preferisco tutto ciò che caratterizza, il piccolo bar, il ristorantino, il negozio tipico, il paesino, la strada fuori mano. Fuggire dai turisti, dalle guide, dai percorsi ufficiali, trovare nuovi posti. Anche stavolta ci sono riuscito!

Ma il viaggio fugge via, inesorabilmente. E la tristezza sale. Così come i soliti ricordi che affollano la mente, anche quelli tristi. Avrei una grande voglia di raccontarti di persona questo viaggio caro Papà, sapere che ci sei tu ad aspettarmi, come è sempre stato. Mi resta il tuo ricordo, e la certezza che anche stavolta insieme al mio Dio mi hai protetto nel mio girovagare.

Sono le 5 e 19, ho appena passato i controlli e mi dirigo al mio gate. Colazione come sempre carissima (3 euro e 50 per cappuccino e pasta) e salto alla toilette dove mi sono fatto nuovo per il viaggio. Un altro giorno comincia, venerdì, mentre osservo la pista illuminata dai fari, gli aerei che si risvegliano e il parquet della zona partenze di Bergamo. Primi cagliaritani in vista. Mi defilo. Sto altrove. Non li voglio vedere. Solo l’idea di tornare mi fa incazzare di brutto, ma i segni tipici della cagliaritanità in aeroporto mi irritano.

“Voglio continuare a essere folle, vivendo la vita nel modo in cui la sogno e non come desiderano gli altri” diceva Paulo Coelho.

E voi che aspettate a vivere? Se ci riesce uno mediocre come me non è poi così difficile…

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