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Un giorno a Lagos, in Portogallo

Un giorno a Lagos, Portogallo è già finito.

Controllo che mezzi ci sono da Lagos a Faro: il pullman Alsa parte troppo presto, ma per fortuna posso anche scegliere il treno – non è mai scontato che ci sia la ferrovia in certe zone di Spagna o Portogallo – e anche l’orario è perfetto: le 11:14!
Riesco a fare ancora un ultimo giro veloce a Lagos puntando sulla costa davanti davanti alla città vecchia. Scopro – mia pigrizia nel non studiarmi mai tropppo le destinazioni e andare a caso per non dire altro – che ci sono quattro splendide spiagge Meia Praia, Praia Dona Ana, Praia do Camilo e da Batata. Sono tutte circondate da scogliere e anfratti le rendono ancora più belle e si trovano all’estuario di Lagos. Scendo attraverso una ripida scalinata e lascio la borsa a distanza, controllandola ogni tanto. Ma mi faccio la domanda: chi mai me la vuol prendere? Cioè ho oramai la sensazione di essere sempre a casa e che ci sia un patto tacito tra viaggiatori e luoghi: ci si rispetta a vicenda. Questo è adolescentesco, lo so, inconcepibile nei tempi dell’odio social e del “ti fotto io prima che mi fotta tu” ma è così.

Il clima è splendido, ci sono diciotto gradi, mollo il giubbotto in borsa e resto in maglietta. Più di una persona sta facendo il bagno o prendendo il sole.
Continuo a controllare la data: siamo al 10 novembre (che data!) e qui si gira ancora in pantaloncini e maglietta. Tornando nel centro di Lagos mi accorgo che tutti son vestiti estivi.

Mi scuso se vi ho raccontato poco di Lagos: avete ragione! Una cittadina squisitamente portoghese, strade acciotolate, ristorantini, case basse e bianche e un’atmosfera rilassante che culmina con una zona più silenziosa e riservata, quasi in segno di rispetto, vicino alla chiesa di Sant’Antonio dove ieri notte passeggiavo curiosando dentro le case. C’è un giusto connubio tra negozi occidentali, gli immancabili tezenis, ale hop, eccetera i locali notturni – tanti – e i semplici ristorantini locali,.

Il fronte del porto prosegue con altri bar e ristoranti, insieme ai gazebo dei tour in partenza: ce ne son davvero tanti! Uno scrive WE ARE LOCAL forse per attirare l’attenzione su un dna di Lagos.
A Lagos c’è un estuario che si snoda per l’intera lunghezza della città dividendola in qualche modo con un ponte automatico sotto cui partono barche più o meno grandi verso l’oceano. Poi, le spiagge. Tante e bellissime. E il mercato comunale, dove ascoltare – e non capire – le urla e le contrattazioni sui banchi o vedere arrivare un grande pesce spada.

Cammino per mezz’ora prima di arrivare alla piccola stazione dei treni. Due binari, di cui uno è un vecchio mezzo diesel diretto proprio a Faro, come sulla scritta. Faccio il biglietto e ho tempo per una colazione fuoriorario al vicino bar, guardando l’orologio: al banco c’è un ragazzo che ci mette un’eternità a sfornarne un cappuccino tanto curato, con aggiunte di latte e cacao e sapienti dosaggi – lo guardo con la coda dell’occhio – quanto bollente. Anzi di più. Prendo anche un croissant soffice, senza nulla dentro. Mollica. La sua collega parla un inglese scolastico e perfetto. Anche se il binario è a un minuto di camminata non riesco a finire tutto. Il cappuccino, che poi sa di caffellatte, è davvero caldo!

Il doppio vagone parte in perfetto orario, sedili puliti e dentro tanto silenzio. Per diversi minuti restiamo gomito a gomito con l’oceano, spiagge lunghe e bianchissime. Poi ci lasciamo, come due amanti che si promettono amore eterno. La campagna. Case basse, bianche, campi coltivati e stazioncine. Studenti e pochi viaggiatori come me. Il trenino sbuffa ancora per un po’, suona la sirena e continua il suo onesto lavoro.
Inizio a guardare i messaggi di auguri. Sono tantissimi e già vorrei scrivere GRAZIE in una grande mongolfiera che passa sulle città. Dicono che col tempo consideri il tuo compleanno come un giorno normale. Viaggiare, vedere, capire. Sentire e innamorarsi. Ecco la mia normalità.

Due ore e arriviamo a Faro, un’altra avventura comincia!

Una corsa al tramonto a Lagos, in Portogallo

Corro fino a mare attraversando un bel quartiere residenziale. Il sole scende veloce, le ville si colorano di arancio. Tutte eleganti, curate, con i giardini ordinati e le intestazioni nelle mattonelle bianche e azzurre.
Accelero il passo ma quando arrivo in spiaggia il sole è appena andato via.
Mi sento come un fedele che ha tardato al passaggio di sant’efisio. Che poi non mi sono accorto di essere finito in un’altra piccola città a sud-ovest del centro, un posto chiamato Amejeira.

La Praia de Porto Mós, così si chiama la spiaggia, è circondata da alte scogliere, una lunga lingua di sabbia soffice, dorata e bagnata.
Ci sono gli amanti del tramonto, quelli che appaiono tardi. Chi si raccoglie in meditazione, chi corre col cane, chi legge, una cartolina d’estate infinita. Controllo il calendario: è 9 novembre!
Un baretto vicino diffonde musica anni 80. Ha tutta l’aria di essere vicino alla chiusura e i camerieri pregano con lo sguardo che i pochi clienti si affrettino a scolarsi le ultime birre Super Bock insieme alle immancabili olive e patatine.
I colori cambiano e all’imbrunire, quando in spiaggia ci contiamo, si accendino le lampade di barche ancorate davanti. Spettacolo.
Prima mi faccio una foto e stilo un bilancio della giornata.
Ho disconnesso tutto, tranne che l’anima.
Ho pensato che non ci sia nessuna fretta e ansia doverosa e le cose importanti della vita restino poche.
Ho iniziato ad amare l’asincronicità.
Ho afferrato un’estate che stiracchiava per le strade di un paesino sconosciuto ai più.
Ho meditato.
Ho letto e scritto tantissimo.
Ho fatto quasi trecento chilometri.
Ho corso fino all’oceano.

C’è una strana energia quando sei lontano.
Se non fosse stato per una donna a cui ho chiesto l’ora nemmeno me ne sarei accorto. Ho rimesso indietro l’orologio, c’è il fuso orario, e ora parlo dal futuro.

Un giorno a Espinho, Portogallo

Dov’eravamo rimasti? Ieri mattina, Porto. E’ solo una tappa, la mia suggestione per i piccoli paesi non è un segreto.
Pranzo quasi sotto il ponte Luis I, in un
banale bar turistico. Insalata di pollo, una birra (l’immancabile superBock) e un caffè. Guardo google, un tempo la guida cartacea. C’è che mi ispira Espinho. Che ne dici, Tixi?
Cammino fino alla Stazione Sao Bento, conosco oramai le strade di Porto. E’ la classica città dove mi oriento, ma questa facilità la ritrovo oramai quasi ovunque. Come se avessi un sesto senso del viaggiatore che mi permette di sapere sempre dove trovare ciò che che cerco, anche quando mi perdo.
Il treno, destinazione Aveiro, parte ogni ora. Scelgo quello delle 15:50. E’ affollato di studenti e fa il giro passando per la Stazione di Generale Torres e Campanha.
SULL’OCEANO, ESPINHO!
Espinho mi aspetta a metà pomeriggio, cento metro dalla stazione sotterranea c’è subito il lungomare. Non pensavo fosse tutto così vicino. Ora sono di nuovo sull’Atlantico, una gioia che ritrovo sempre. Non è questione di essere solo vicino al mare ma di sentirsi al mare.
Un’immensa distesa di sabbia lambisce case basse fatte di abitazioni semplici, ristoranti e alberghetti. Poca gente in spiaggia, dove ci sono due barche di legno colorate che non capisco se siano vere o messe là come allestimenti. Non mi stupisce più nulla dei viaggi.
Mi siedo sul muretto, ascoltando l’aria profumata dell’oceano e il vento inconfondibile. Camminano tanti anziani e surfisti. Si fermano e chiacchierano su questo infinito muro che divide la spiaggia dalla strada. L’albergo è a meno di un chilometro. Anzi non è un albergo, ma una piccola guest house con 4 stanze. La mia è moderna e spaziosa, un bagno in cui si potrebbe ricavare un’altra stanza, e si chiama concha (conchiglia). Dà sull’oceano e sui tetti di Espinho con un piccolo terrazzo che solletica l’idea di festicciole con musica e cene romantiche. C’è una scritta che parla di sogni eterni e mare.
Il gestore non concede sorrisi ma spiega in inglese essenziale tutto: le persiane automatiche e occhio che devi bloccare il meccanismo, dove sono le coperte, wifi e eventuale clima nel caso avessi freddo. In bassa stagione puoi trovare ottime sistemazioni a prezzi davvero contenuti.
Riordino il bagaglio, mi godo per un po’ la terrazza che il tramonto è ancora lontano. Provo a curiosare nelle vite altrui, nei panni stesi e nelle finestre socchiuse.
Cerco il primo bar di zona, si chiama Dolce ed è gestito da due ragazzi gentili appassionati di calcio. Sono in compagnia di una coppia di viaggiatori e di due anziane donne che discutono con un libro davanti. Non capisco nulla e mi spiace non afferrare. Un’altra birra SuperBock e patatine fritte, una delle tre scelte di accompagnamento insieme alle olive e alle sardine.
Leggo e scrivo aspettando il momento d’oro, quando il sole planerà sul mare. La classica foto col tramonto diventa un ricordo di questo attimo di vita e viaggio. Un giorno la riaprirò.
Alle sette c’è buio e il freddo entra nelle membra con inattesa cattiveria. Le luci si appannano da una leggera foschia. La mia felpa Pull and bear da metà stagione è debole.
IL RISTORANTE FINTO ITALIANO
Mi vien voglia di andare a cena presto, quasi fosse una ricerca di calore umano. Tra le decine di ristoranti in zona, tutti ben recensiti ma poco affollati, mi butto su quello italiano. Ovunque tu vada c’è sempre un ristorante italiano!
Lo stomaco fa capricci e per quanto sia buona la cucina portoghese non sono un grande amante del baccalà e del mare. Mea culpa.
All’arrivo capisco che di italiano ci sono solo i prodotti civetta in giro nel locale, il nome, i tricolori tattici e i menù. Già all’ingresso quando dico che “sono da solo” in italiano e poi in inglese la cameriera non capisce. Poi faccio “uno” col dito, e sì annuisce. Mai penserei che tutti i ristoranti che si chiamano “italiani” all’estero lo siano per davvero. Almeno qui però hanno evitato la playlist di Eros Ramazzotti, Ricchi e Poveri e Mietta, ma anche la presenza di certi italiani ristoratori all’estero che si sentono il ras del quartiere con imbarazzanti abbigliamenti e storie.
Apprezzo tanto il coraggio con cui tanti provano a fare cucina italiana. Perchè mentre gli italiani sono bravi ma oramai pigri e presuntuosi, magari altrove non hanno le loro qualità ma si sforzano.
Esce dal forno a legna una pizza dignitosa, piuttosto dolce per quei pomodorini tagliati. E la pizza dolce è un 5 per me. Mi frega un antipasto, che mi riempie all’inverosimile. Maledico me stesso per quell’errore tattico della doppia portata e provo a chiudere con fatica la margherita per non sentirmi in colpa e non far apparire sgradito il loro servizio. Anche quando un altro cameriere, che pensavo fosse italiano, mi chiede se sia tutto ok lo rassicuro con un sorriso diplomatico anche se vorrei dire che è colpa mia e non ci sta nulla. Sì, lo so, son cose assurde ma son fatto così.
La cameriera è gentile, quasi al limite del servilismo. Mi mette a disagio. Ogni volta che porta un piatto resta davanti nell’attesa di un altro comando. Comprendo la situazione, la rassicuro con un sorriso e un ringraziamento sincero. Non voglio per nulla apparire il cliente stronzo e padrone. Sorridiamo quando chiedo il pane, e dico, “pan” senza sapere che in portoghese si dice “pao”. Lei mi guarda stranita finché non azzecco la parola giusta. Ma i miei dubbi su portoghese sono tanti: escludendo obrigado che pronuncio a profusione, mi manca ancora la battuta semplice, il saluto opportuno, la base. Il comunicare poco mi fa frustrazione, mi toglie la curiosità di conoscere persone e interagire.
Mi concedo un’ultima passeggiata prima di ritirarmi nella Guest house. La sera è fresca, ma c’è ancora gente in giro. Osservo i ristoranti semivuoti, gruppi di pescatori dilettanti rompere il buio dell’oceano e macchine che passano troppo lente per essere vero. Tutto sembra in un immenso e bello slow motion in cui devi stare attento a non rompere l’armonia.
Oggi. Svegliarsi in un’altra città, ovunque, lontano è sempre un’emozione nuova. Se c’è un mare e meglio ancora un oceano, è la rassicurazione che stai ancora vivendo, che qualsiasi cosa accada lui ti proteggerà.
COLAZIONE E RIPARTENZA
Faccio colazione da Zagalo, locale vicino a dove alloggio. Nel tavolo comune per gli ospiti sono disposte prelibatezze dolci e salate: torte, pasticcini, mignon. In un altro yogurt, latte, caffè, spremute. Cerco di essere razionale puntando alle proteine e alla frutta. Prosciutto sfilacciato, uova e bacon. Pane e marmellata. Un mix di ananas, kiwi e arancia. Poi mixo il caffè con il latte e ci aggiungo i corn fakes. Mi chiedo se ci siano delle logiche per cui si inizi col dolce o col salato. Vado col secondo.
Mi preparo per il check out ma prima faccio una passeggiata sulla spiaggia. Non mi son accorto che la Praia do Barrio Piscadorio è davvero lunga e per arrivare alla riva ci vuole tempo! Quando arrivo a pochi passi dall’acqua, mentre le onde del mare si fanno più forti, penso a quei viaggiatori che son partiti senza mai sapere cosa ci fosse qui davanti. Penso al coraggio e alla voglia di andare oltre il conosciuto. A come la passione del mare possa portare anche all’estremo gesto. Ci son gabbiani che si godono il primo sole e conchiglie. Il profumo è inebriante. Potrei fermarmi qui e non muovermi mai. Purtroppo devo andare.
Riprendo lo zaino e lascio l’alloggio. Non c’è nessuno e lascio la chiave nella piccola hall, vicino al computer.
Sembra che in questa cittadina il momento clou sia il ritorno delle barche dei pescatori e un mercatino spontaneo che si organizza proprio qui davanti. La gente si affolla di fronte a un bar, la Casa Pescador a Anabela. Ci son anziani e pescatori e qualche viaggiatore curioso. Chi guarda l’arrivo delle barche, chi contratta per le sardine. Chiacchiere sparse e urla degli uomini di mare mentre trasportano le loro catture per mezzo di trattori. Mi siedo al bar vicino – da Fatinha – e prendo un tavolo tattico per osservare tutto. Una donna si ferma con la busta della spesa e mostra un surgelato in scatola a due amiche. Forse si lamenta da prezzo. Un altro uomo, credo un pescatore, ha una maglia biancoverde del Porto ed entra ululando qualcosa. Chiacchierano tutti ad alta voce. Il mare ricomincia a ringhiare ma da qui vedo solo gli spruzzi. Le barche di legno colorate posano sulla spiaggia, in attesa di un altro giorno. I pescatori riordinano le reti e le lasciano al sole. Potranno riabbracciare le mogli e i figli riposarsi e godersi il tempo. La giornata per loro è appena finita. La mia, chissà. Non ho programmi. Mi basta l’oceano.

Una mattina a Porto

Le ultime urla le sento da italiani e sardi in viaggio che litigano la macchina dei biglietti e poi discutono animatamente di destinazioni e alberghi. La chiacchierata finisce con un armistizio e le due coppie che scendono a Casa du Musica. Pegno da pagare, ultimi segni di italianità da disseminare per godersi un viaggio. D’ora in poi voglio sentire altre lingue e vedere altre facce.
La metro costa 2,60, il biglietto si ricarica ogni volta, e ti porta con comodità alla stazione Trinitade, a meno di un chilometro da Sao Bento, quella dei treni. Quando le porte automatiche si aprono c’è il profumo delle caldarroste che mi ricorda che, malgrado il sole, siamo già in autunno.
A Porto sono di passaggio, c’è un sole deliziato da un sottilissimo vento. Mi immergo nelle vie della Ribeira, negozi, caffè e profumi di primi arrosti, botteghe retrò di cappelli e parrucche e lingue diverse. Francesi, spagnoli, giapponesi. Un negozio di belle stampe di magliette mi affascina, mi chiedo se potrebbero essere fighe per i miei djset, una ferramenta vecchia ha una vetrina piena di utensili disposti in ordine incomprensibile e poi c’ècl‘immagine di Frida Kahlo dipinta su una porta. Un vecchio suonatore triste di tromba aspetta di attaccare con la prima note.
Il Rio Douro luccica, i vaporetti vanno avanti e indietro e i turisti aspettano il loro imbarco con ansia, riparati da bianchissimi cappellini.
Mi fermo in un commercialissimo ristorante vicino al Ponte Luis I, godendomi una birra Bock e un’insalata di pollo. Troppo pesante la francesinha e il baccalà stavolta aspetta. Il cameriere ha i rasta lunghi e sorride svelandomi la password del wifi: covid999. La linea funziona poco o nulla. Vicino, una coppia di francesi fotografa con felicità una salsiccia piccante. Arriva l’insalata, stando attenti alle bottigliette di aceto e olio, che sono dei falsi amici: azeite che vuol dire olio. Controllo ora gli orari dei treni. Tra poco mi sposto. Ma resterei pure qui, fino a tardi. Quel momento in cui il giorno lascia il posto alla sera.

Aveiro e Costa Nova, dove la laguna diventa oceano

Ci vuole un’ora per arrivare da Porto ad Aveiro. C’è un trenino diretto, con soli 4 euro, che parte ogni ora dalla meravigliosa stazione di Sao Bento, e nonostante gli sbuffi e la lentezza ti regala bei fotogrammi, come rivedere ancora una volta Porto da punti di vista inattesi.
Poi è subito oceano e campagna, scendendo lenti verso Lisbona.
La stazione di Aveiro è lontana un chilometro dal centro, che si copre passeggiando su pavimenti lastricati di sampietrini della Avenida de Peixinho.
Quando pensi che lo stradone non finisca più, lo scenario davanti cambia, i primi specchi d’acqua sono i canali che raccontano un’altra anima, quella di una cittadina che vive a contatto con la laguna, non a caso chiamata la Venezia del Portogallo.
E allora ecco, i barcos moliceiros, le gondole. Moliço è proprio l’alga che una volta veniva raccolta nella laguna di Aveiro, utilizzata per la fecondazione dei campi. Ogni moliceiro ha molti colori e sul lato davanti c’è la pittura di qualche santo, celebrità o motivo divertente e a volte un po’ lascivo dalla vita di tutti i giorni.
Luis ci racconta la storia del Ria de Aveiro, e cita una parola che mi incuriosisce, “ovuli”. Ovuli, cosa? Ecco a cosa si riferiva! Ovos moles, questa scritta l’avevo vista appena uscito dalla stazione!
Scopro che sia il dolce tradizionale della città, piccole ostie dalle forme più svariate con tuorli d’uovo crudi e sciroppo di zucchero. Deliziosi!

Il centro è fatto vicoli stretti e lunghi, che subito dopo pranzo diventano silenziosi intrecci di un labirinto di edifici stile art noveau. Non è casuale sbirciare dentro qualche casa e sentire i profumi del pranzo appena preparato.
Minute botteghe e caffè conquistano il cuore del viaggiatore che vorrebbe fermarsi qui a lungo. Ma Aveiro, posso dirlo, vale una giornata, apprezzandola di primo mattino quando, dopo una ricca colazione, bisogna farsi travolgere dal vociare allegro delle prime conversazioni colorite del mercato del pesce.
Nel quartiere dei pescatori c’è anche il grande Jardim do Rossio e la cappella di San Gonçalinho, a cui gli abitanti dedicano ogni anno una festa speciale.

Il rapporto col mare, oltre alle gondole e la pesca, ha un altro motivo: il sale. Le saline di Aveiro sono alla periferia e pare siano la vera essenza della laguna. L’acqua salata del Ria de Aveiro fa sì che diventata sia la patria dei collettori di sale.
Il sale è detto “flor de sal” ed è un prodotto finissimo oltreché altamente rinomato. Lo trovate in vendita in ogni dove. Sale, ovuli, gondole e… oceano! Perché non approfittarne per una bella corsa magari all’ora del tramonto?
Costa Nova è la destinazione!
Ci vuole mezz’ora per raggiungerla. Dopo molte ricerche, trovo una linea diretta di bus con fermata fuori dalla Scuola di inglese, all’imbarco dei moliceiros. Aspetto il pullman, leggendo recensioni non proprio incoraggianti su google. Nulla, non arriva. Mi chiedo cosa aspettino tutti!
Guardo nelle app del telefono e mi accorgo che c’è ancora Uber da queste parti. Eureka! E allora con 7 euro posso toccare l’oceano e magari conquistare il tramonto.
L’autista arriva puntuale, mascherina e attenzione, l’auto è una Opel tenuta bene, profuma di pino, interni lucidi. Andiamo verso il mare attraverso una superstrada. Si scusa per il non perfetto inglese mentre prova a raccontarmi il posto dove siamo diretti. Non nego di avere un po’ di emozione, specie per aver visto
le foto. Che diventano realtà davanti a me, dopo pochi minuti: sono le casette a righe color pastello, le palheiros, che si affacciano sulla laguna. Un clima balneare, la gente che corre e va in bici, i bimbi che giocano davanti a casa sorvegliati da solerti nonne e poi ancora, dall’altra parte le dune, la sabbia dorata.
Son arrivato a Costa Nova do Prado, dura non farsi sorprendere per i suoi colori e la sua allegria. Decido di fermarmi a godere le onde del mare, il profumo ella salsedine e il tramonto. La spiaggia è fatta di sabbia finissima, difesa da alte dune che si superano con camminamenti che permettono di spostarsi da un baretto all’altro.
Non vedevo da tanto l’oceano e non lo nego, son emozionato. Mi tolgo le scarpe per provare l’emozione di sentirne il freddo della sua onda, avanzo ma resto sempre a distanza, come impaurito da tanta forza. Un bimbo costruisce scatelli di sabbia vicino alla (forse) nonna, intenta a scrivere qualcosa. Se solo potessi curiosare tra quelle pagine! i son due anziani che fissano il mare. Sono davanti per minuti e minuti. Non parlano, non si muovono. Come se fossero sull’attenti, quasi in segno di rispetto. Sono quasi commosso da questa scena. Penso all’immensità e alla forza di un oceano, seguo con lo sguardo un mercantile che si perde nel nulla, forse diretto alle Americhe.

Il sole scende piano e continua a regalare gioia e ristoro. Ho tempo per una corsa, magari fino al faro di Praia da Barra, proprio alla foce del Ria de Aveiro. Ricordo che sia il faro più alto in Portogallo, in difesa delle tempeste e per aiutare o naviganti in un tratto difficile. Ma oggi c’è un bel sole che scende sull’orizzonte e il mare diventa meno scontroso al calar della sera. Il tramonto, il miglior premio per una corsa sull’oceano. 

In collaborazione con I sarti del viaggio

Viaggio a Porto, quel saliscendi che vale la pena

Non è un caso se Porto sia stata per anni una delle migliori destinazioni europee. Vince a mani basse e la fortuna di poterla girare con facilità, un volo diretto e senza spese esorbitanti l’ha fatta diventare un luogo dove rifugiarsi da rabbie italiche e sardoniche.

Eccomi qui, allora, a godermi il primo tramonto con cui emozionarmi quasi fossi un bambino, le parole che arrivano nel quaderno, con il sole che scompare esattamente al centro della foce del fiume Douro tingendo di rosso il cielo e le facciate delle case (già colorate) di Ribeira.
Bisogna cercare il punto migliore dove goderselo e se non si può andare sull’oceano – appuntamento rimandato – un ottimo posto è accanto ai binari della metropolitana sopra il Ponte Dom Luìs I da dove dominare sulla città stando attenti proprio al passaggio della metro.

Porto è questo. Camminare, passeggiare, respirare, ansimare, tenendo conto che non sia facile. Tanti saliscendi faticosi per i sedentari – ma anche per i meno allenati – per poi sapere che conquisterai magari gli scorci più spettacolari: dalla Cattedrale del Sé alla chiesa di Santo Ildefonso, che si specchia dal lato opposto nell’Igreja dos Clérigos. E allora cammino nelle meravigliose vie lastricate di Cedofeita, Rua de Santa Caterina e Das Flores facendoti travolgere dal ritmo lento e compassato dei portoghesi, lontano da ansie nostrane.

Certo, quando viene l’orario di cena basta ricordare che una francesinha (piatto tipico a base di pane, formaggio, patatine fritte e salsa alla birra) ti sazierà e tanto vino tinto ti farà alleggerire l’esistenza.
Tra le altre cose che potete fare se volete essere un po’ viaggiatori – e non i turisti/consumatori che si portano dietro ansie e pregiudizi – c’è la ricerca degli azulejos, piastrelle ornamentali di ceramica decorata con smalto azzurro che caratterizzano gli edifici più importanti della città narrandone la storia.
Le trovate dell’interno della Stazione di São Bento all’Igreja do Carmo fino alla Capela das Almas, ma anche nelle case comuni. Allora bisogna fermarsi e osservare queste facciate e lasciarsi guidare dai colori e le forme, con il torcicollo a furia di guardare all’insù. E si scoprono decorazionianche sui muri esterni di palazzi apparentemente trasandati e sfatti, che ci ricordano sempre come Porto alla fine non sia altro che una cartolina, a volte sbiadita, ma affascinante.
E poi? Ancora tanto altro! Lasciarsi andare alla malinconia magica e poetica, perdersi nei vicoli poco illuminati alla scoperta di scorsi e ferite, entrare nei piccoli ristoranti, i bar apparentemente inutili, le botteghe semplici e vintage – ma non rifatte da disonesti e finti imprenditori – dove respirare l’anima marinara, lo scorrere lento del Douro che la sera riflette le luci delle stradine.
C’è poi la Livraria Lello & Irmão (che ha ispirato JK Rowling per Harry Potter), il Cafè Majestic con i suoi soffitti decorati, i giardini dei cafè di Cedofeita e del Centro, ma anche il profumo dei dolci appena sfornati e l’aria che arriva dal mare, che per fortuna ancora non è pesante.
Sembra una destinazione facile facile, è vero, ma se uscirete dai percorsi già battuti dalle guide, se provate a cercare anche la verità oltre le apparenze, le sorprese non mancheranno. E la sua anima potrà farvi… innamorare!

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Da Lisbona a Madrid, passando per Porto

Da Lisbona alla via del rientro, il passaggio a Porto è obbligato. I voli aerei per tornare diretti per l’Italia costano molto meno che, almeno senza una prenotazione fatto molto tempo prima.

Così, dopo tre ore di treno, rotoliamo ancora giù a sud del Portogallo e mi godo l’ultima sera proprio da dove siam partito. E l’occasione è ghiotta: andare a vedere il tramonto sull’oceano. Quell’oceano Atlantico che ho toccato e visto poco ma che funge da richiamo speciale. Si può prendere il tram 1 di Porto ma purtroppo l’orario ci fa ripiegare per un taxi (che qui, lo ricordo, è davvero un mezzo da utilizzare). Con nemmeno dieci euro copriamo i dieci chilometri in mezzora e viviamo una delle esperienze che devi fare se passi qui.

La corsa in taxi, sebbene non abbia la magia retrò del tram, vale comunque la pena. Si costeggia il Douro, si passa un altro ponte, e si arriva al Passeio Alegre tenendo i giardini sulla destra. C’è la passeggiata che conduce al faro di Felgueiras, alla foce del fiume Douro. In pochi minuti si cammina in questa lingua di cemento che si addentra nel mare mentre le onde si infrangono sugli scogli alla vostra destra creando dei notevoli spruzzi! E poi c’è lui, il sole, che sta scendendo lentamente. Uno spettacolo unico, per la gioia anche di chi vuole fare scatti artistici e non!

Cosa c’è alla fine di bello nella forza della natura? La sua semplicità. E poi l’idea di infinito, di scoperta, di viaggio, di immenso, che ti dà l’oceano. Una sensazione di benessere che trovo solo quando solo in riva e quando riesco a raggiungere il grande mare in qualche viaggio. Un momento di relax che vale un viaggio, che dici?

Si torna con il bus 500, pagando a bordo, e sopportando il traffico serale in entrata da Porto. La sera troviamo un ristorante molto interessante (Tabua Rasa, rua de Picaria) che ci presenta taglieri di prodotti locali in un ambiente fusion. A differenza di molti altri luoghi, il servizio è veloce. Ah, dimenticavo: in Portogallo troverete una lentezza in ogni momento della vita, specie nel servizio dei locali!

Il 3 significa ritorno. La comitiva si scioglie. I miei amici tornano tra Milano e la Sardegna e io proseguo verso Madrid. Il volo è alle 6,30, quindi la sveglia alle 4. Il risveglio non è poi così complicato anche se mi chiedo sempre perché prenoti volo con orari impossibili. Oporto mi attende giù dal nostro hotel, silenziosa e ordinata, prima di ricominciare il suo ritmo quotidiano. Una comitiva torna a casa dopo una serata con una lei che annusa una rosa rossa. C’è un uomo che aspetta le monete a una cabina del telefono antistorica che ricorda Londra e il grande albero di Natale che svetta aspetta stanco qualche giorno prima di riposarsi per un altro anno sperando di essere riconfermato.

I taxi sono parcheggiati alla stazione di Sao Bento, tra l’altro vi consiglio di ammirare i suoi interni, a pochi passi dalla piazza della Libertade.
“Bom dia, eu deveria ir ao aeroporto” copia e incolla da google. Salgo sul taxi. Le metro ancora dormono e l’unico bus mi porterebbe all’aeroporto Sa Carneiro, che dista trenta chilometri da Porto, mezz’ora prima dell’imbarco. Preferisco prendermi il mio tempo e fare tutto con calma. Poco traffico e si arriva in un quarto d’ora, accompagnati da musica perfetta per quel momento. Mi attacco e salvo questa canzone dei Tribalistas Velha infancia. Diventerà il ricordo del Portgallo.

Ai controlli una immensa fila, sorrido al mio intuito previsionale che mi avrebbe evitato ansie e sudori.
Destinazione Madrid, altra tappa, altra anima da riabbracciare. La seconda parte di questo viaggio di Capodanno, perché ancora la fiesta non é finita e la voglia di trovare nuove sensazioni e perdersi é tanta. Chi siamo noi se non eterni viaggiatori senza sosta? E cos’è quella sensazione di malinconia allegra che il Portogallo ti lascia? Ho paura che gli effetti dureranno a lungo.

(Se trovi errori nell’articolo ti chiedo di scrivermi a info@tixi.it. Grazie!)

 

Lisbona, malinconia e allegria!

Dopo Porto a Lisbona ci vogliono tre ore di treno. Tre ore toccando l’oceano e poi inoltrandosi nella pianura, toccando perfino Coimbra. Il salto è tanto perché cambia il senso, si va da una città che domini e controlli come Porto, strutturata attorno al fiume Douro e al quartiere storico a una città cosmopolita, ricca di arte e di cultura, estesa e con più punti di richiamo.

Leggevo che in questa terra bagnata dall’Oceano Atlantico fossero passati tutti, i fenici, i romani, i vandali, gli svevi, i visigoti, gli arabi, gli spagnoli, i francesi di Napoleone e tutti hanno lasciato le loro tracce nella formazione e nell’aspetto della città.

Il periodo di Capodanno non è il massimo soprattutto perché la sera l’umidità prende il sopravvento e se il tuo alloggio non ha il riscaldamento – cosa non sempre scontata – qualche sofferenza la potrete sentire! Optare per una delle tante pensioni in centro ti agevola negli spostamenti evitando l’uso dei mezzi pubblici, che comunque funzionano bene, specie la metro (biglietto da ricaricare giornaliero, costo base di 0,50 e 6,50 circa al giorno, o una corsa a 1,60 euro). Eppure in certe pensioni, oramai necessarie di ristrutturazione, poi ritrovare l’atmosfera un po’ retrò. De gustibus, si direbbe! Poi c’è la piacevole brezza marina compagna ideale quando il sole si fa alto e vuoi come me, goderti il fiume Tago e la zona portuale. Anche qui, questione di gusti. Adoro le città di mare e quindi sono assolutamente di parte!

Lisbona è una città da vivere, da assaporare, magari seduti ad uno dei tanti caffè gustando una Pasteis de Nata, un delizioso dolce tipico che non si può perdere. Pessoa chiamava Lisbona la città della luce e dei colori ed è anche questo che vi sorprenderà, l’aspetto decadente ed elegante, ma anche dagli angoli malfamati in cui la crisi prende il sopravvento e gli incontri non possono essere sempre gradevoli. Non è mancata nelle passeggiate qualche sensazione di essere osservati e la pressione insistente dei venditori di fumo ma quando sei da queste parti ti prende un misto di allegria, leggerezza e sottile malinconia. La musica invade gli angoli, la lentezza della vita portoghese ti fa ripensa all’ansia dei nostri tempi. Insomma, sensazioni contrastanti bellissime!

Si può partire dall’eleganza di Baixa, con i suoi ampi e ordinati viali, ricco di negozi, caffè e ristoranti. Fu costruito dopo il terribile terremoto che colpì la città nel 1755. Dalla Rua Augusta, la strada principale di Baixa passando sotto l’ottocentesco Arco Trionfale o Arco do Bandeira arriverete nella famosa Placa do Commercio, una bellissima area quadrata che si affaccia direttamente sul Tago, il fiume che bagna la città.

La piazza dopo la sua ricostruzione divenne fondamentale per la gestione dei rapporti commerciali di Lisbona, uno sbocco sul mare e una spiaggia che vi pensare a una grande zona di passaggio. Abbiamo preso Placa do Commercio proprio come punto di partenza delle varie passeggiate o per il lungomare, direzione Belem, o per andare verso l’antico quartiere dell’Alfama, l’antica Kasbah araba, poi diventata la casa di poveri pescatori.

Alfama, che domina su Lisbona, anche qui da godersi quando ci sono meno turisti. Si può arrivare con i tram, dal classico 28, che fu raccontato da Pessoa, o il 12 (si prende da Piazza Figueira). Le file sono spesso lunghe, ma vale la pena godersi lo sferragliare del mezzo che, come di incanto, riesce ad aver la maglio sulle ripidissime salite.
Ciò che ti stupisce, come per ogni quartiere storico, sono le sue stradine strette, i panorami stupefacenti, i bambini che giocano a pallone, i profumi di cibo che invadono le strade, le case bianche, decorate dalle tipiche azulejos, le mattonelle celesti. Tutto di questo quartiere merita di essere visto. E mentre vi arrampicate su e giù per i vicoli, potete osservare Cattedrale del Sé, una bella cattedrale fortificata, nonché la più antica di tutto il Portogallo e raggiungere il Castello di Sao Jorge, da cui si gode di una bella vista sulla città e sul Tago (controllate gli orari e i prezzi).

A questo punto puoi scendere dal versante del quartiere di Mouraria (tra il Castello di Sao Jorge e la piazza di Martim Moniz), dove sarebbe nato il Fado e che è sempre stato il quartiere ghetto di Lisbona, quello del malaffare.

La notte è un’altra bella arrampicata. Si va al Barrio Alto, quartiere della movida lisbonense, ricco di ristoranti e localini dove si ascolta musica dal vivo e i prezzi dei drink sono anche bassissimi tanto da invogliarti a fare più di un giro. Siamo stati al Puertas Largas, locale di musica dal vivo noto e ben frequentato. Anche qui, al Barrio Alto, il bello e il brutto: tanta gente, molto caos, decidete voi se ne valga la pena. Sconsigliato di giorno, dove vedrete la sua nudità, e per dormirci la notte. Io ti ho avvertito… 😉

Un’altra puntata interessante è nel quartiere di Belem, simbolo dell’era delle grandi esplorazioni lusitane. La distanza dal centro è importante, quindi va programmato un pomeriggio per godersi il tramonto. Qui ci si può arrivare con tram, bus o treno, o anche camminando per circa otto chilometri nel lungoporto, dove incrocerete locali notturni e ristoranti chic.

Arrivare a Belem significa trovare il punto in cui il fiume Tago diventa oceano, con tutte le suggestioni che potrai trovare, ma anche passare sotto il grandioso Ponte del 25 aprile, costruito dalla stessa società che si è incaricata di fare il celebre ponte di San Francisco. Noterete la somiglianza e sentirete un sibilo, col passaggio delle auto, che viene raccontato come il “respiro” del ponte. La torre di Belem chiudeva il Tago dal rischio possibili attacchi. Con il tramonto i colori del mare e del cielo diventano suggestivi Poco distante si trova il Monastero di Los Jeronimos, costruito per celebrare l’arrivo in India di Vasco de Gama, che è sepolto nella chiesa interna.

Qualche altro consiglio pratico? 🙂
– Evitare di parlare spagnolo, che poi anche a me viene automatico da fare. Questo è il Portogallo, non la Spagna e per quanto ci siano affinità non ha gran senso omologare i due paesi!
– Preparati alle attese nel servizio nei locali, spesso anche di ore!
– Evita le zone malfamate o certi orari
– Stare attenti ai borseggiatori, ma mi pare sia ovvio nelle città turistiche (e non!)

Porto, l’anima mercantile e la malinconia

Raccontare una città in due o tre giorni è sempre complicato ma i miei viaggi sono questi, assaggi di un posto e poi voglia già di ripartire.

Porto, un gradito ritorno, dopo quattro anni. In quel caso fu un salto fugace, una mezza giornata, dopo un bel tour del Portogallo, causa il volo per l’Italia (da qui è molto più conveniente che volare su Lisbona). Ricordo il ripido centro storico, le viuzze cresce di vento oceanico e la Ribeira. Era tarda primavera, e il clima sicuramente più favorevole. Dopo quell’assaggio, aver più tempo come ora significa colmare tutta la curiosità per questa città storica e accattivante.

Dall’aeroporto al centro si arriva in quaranta minuti con una efficiente linea della metro (costo del biglietto: 2 euro) che vi catapulta nelle atmosfere leggere e malinconiche di Porto. Vi trovate immersi nel vecchio e storico centro di Porto, da cui si snoda la città è relativamente piccola e compatta, visitabile a piedi ma con un po’ di coraggio e sacrificio, causa le ripidissime salite. Se poi decidete, come me, di correre, allora preparatevi a tanta fatica!

Strade con case e palazzi decorati, chiese che si materializzano dietro l’angolo e vi sorprendono per la bellezza e la cura, vie pedonali e poi la Ribeira. Non aspettatevi un tour ragionato, ma la solita mia passeggiata random senza troppi programmi.

Non potrà passare inosservata la torre “Torre dos Clérigos”, molto vicina alla chiesa Baroque Clérigos vi darà un primo assaggio. Grazie alla posizione vantaggiosa della torre, ci sono bellissimi panorami su tutta la città che fanno valere la pena la fatica di salire 240 gradini. C’è la libreria Livraria Lello, l’ispirazione per la libreria e le scale di ingresso nei libri scritti da J.K. Rowling, Harry Potter. La facciata esterna della libreria è decorativa, mentre la scalinata centrale è semplicemente mozzafiato. L’interno decorato ha trasformato il negozio in una grande attrazione turistica, con un biglietto d’ingresso di 3 euro. Purtroppo la fila era tanta e non sono riuscito a entrare.
Non può mancare una passeggiata nel Viale degli Alleati (Avenida Dos Aliados): il cuore monumentale di Porto, che conduce alla Câmara Municipal do Porto (municipio), con la sua caratteristica torre campanaria di 70 metri. La grandiosità degli edifici di marmo e granito che fiancheggiano l’Avenida Dos Aliados. C’è poi la grande Praça da Liberdade, l’ufficiale centro di Porto, che conduce anch’essa alla Câmara Municipal do Porto (municipio)
Ancora una ripida salita e alla sommità trovate la Chiesa di Sant’Ildefonso con i suoi esterni ricoperti da migliaia piastrelle tradizionali di azulejos dipinte di blu, una costante degli edifici di Porto e che potrete ammirare a Sao Bento, una stazione ferroviaria tra le più belle d’Europa.
Tutti ve lo diranno, e anche a me è accaduto, che dovete per forza andare alla Ribeira in prima serata, l’antica sezione della città che segue il fiume. Piccole vie e ristoranti si materializzano in questo dedalo di strade acciottolate, case basse, balconcini fioriti e panni stesi. Tutto modesto e interessante. Un paesaggio urbano unico per i viaggiatori che amano questa esperienza. Immancabile qui una cena (il baccalà e la francesinha saranno i must) o un bicchiere di vino con il panorama del Ponte Luis I sul Rio Douro. Il ponte – progettato da uno degli allievi di Eiffel – ha due sezioni, quello bassa per pedoni e auto, quella alta, panoramica, per la metro di superficie e i pedoni vi permette di godervi uno scorcio unico della città e poi accedere anche alla funivia di Gaia.
La notte ha un effetto scenico unico, lo stesso vale per il tramonto.Sempre dal lato opposto alla Ribeira, proprio accessibile o con un ripido percorso delle vie del quartiere o prendendo la funivia, c’è Vila Nova de Gaia è la zona delle cantine del porto e dei magazzini dei mercanti. Se proprio avete voglia, tranne il sottoscritto che ha deciso di star leggero, non potete evitare tour di degustazione. Ognuno dei mercanti di Porto offre un tour delle proprie cantine e questo solitamente termina con una degustazione.

Porto, come il Portogallo, ti conquista con la sua atmosfera leggera e malinconica, popolana e mercantile, un po’ di sporcizia e angoli che sorprendono il viaggiatore, musiche e chiacchiere che si perdono nell’aria, le sue tortuose salite e discese, e i profumi delle caldarroste – in questo periodo di fine dicembre – e delle cucine. Un’altra città dove lasciare un frammento di cuore!

E ora via, una stazione e un treno: si parte per Lisbona.

Se trovi errori nell’articolo scrivi a info@tixi.it: 🙂

 

Verso il Portogallo

La valigia è quasi perfetta, d’altronde saranno quasi nove giorni tra Portogallo e un piccolo salto in Spagna e poi un rientro veloce a Cagliari per due serate da Dj. L’attrezzatura da corsa incide sugli spazi così come quel “qualcosa di elegante” per l’ultimo.

Ripiego tutto con scientifica attenzione superando qualsiasi razionalità. Esco e Milano mi aspetta con calma e pochi rumori, strano a dirsi. Poche auto, freddo gestibile e traffico scorrevole agli incroci. Lo Storto non è avvolto dalla nebbia. Si gira zona Fiera senza intoppi. Di scuole, bimbi e corsisti neanche l’ombra. Trovo un parcheggio zona fermata del bus Malpensa, alla milanese, sul marciapiede. Sudo freddo, si appannano gli occhiali, mi sembra di essere pesante e goffo, come al solito. Non incrocio anima viva se non una tipa che aspetta clienti a un centro di bellezza con interni bianchi.

Bip! Pass Ok! Mattina di lavoro che mi aspetta e poi verso l’Oceano. Un rit