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Qualche risposta sulla felicità

Un ragazzo mi ha scritto ieri sera. Una mail che spesso mi arriva da tanti, magari può interessarvi:

“Da quel che vedo fai un sacco di cose, sei una persona molto dinamica e mi chiedevo se potevi darmi un consiglio su come una persona si può realizzare ed essere felice nella vita…io è da molto che non lo sono.”

Provo a rispondere, senza presunzione di riuscirci visto il tema
La felicità è un percorso a ostacoli, non è facile, non è scontata. Ma credo che porsi degli obiettivi chiari e onesti, fare dei programmi e seguirli con disciplina e mente aperta (capacità di leggere il cambiamento ed essere elastici quando c’è bisogno), alimentare le proprie passioni, essere sé stessi a dispetto degli altri, sia un modo per inseguirla e magari trovarla.
In tutto questo possono essere d’aiuto buoni libri, amicizie interessanti, viaggi, l’attività fisica, la meditazione e la scrittura.

Voi che ne pensate?

Un amico mi scrive…

Un amico mi scrive

Stanotte per me è una di quelle notti in cui è difficile prendere sonno, non so ma è un periodo un po’ grigio, troppo. 
Scrivo. 
Non so nemmeno io ma il senso di tristezza che vivo, piano piano, mi sta portando, giorno dopo giorno, ad abbandonarmi al silenzio. 
Il silenzio da qualche mese ha avvolto la mia anima, quasi a volerla proteggere e forse scrivere mi aiuterà ad esprimere ciò che sento. 
Sono una persona di 30 anni, la classica persona della porta accanto. 
La classica persona “bambocciona” che vive ancora in casa con mamma e papà.
Una laurea e quasi una seconda una seconda che probabilmente non serviranno manco a insegnare le tabelline ai bambini delle elementari.
La mia vita? Fino a poco fa una vita normale come quella di tanti, fatta di studio, sport, musica, il sogno di lavorare per l’università.
Interessi che più o meno si confanno ad una persona della mia età. 
Ma c’è poco da esser sognatori quando manca il lavoro in una famiglia. 
Una famiglia in cui il lavoro ha un valore sacro, in cui il lavoro è fatica ma rappresenta l’unico mezzo per poter accedere ai propri sogni e a cui attingere per costruire il proprio futuro. Una famiglia in cui il lavoro rappresenta la dignità per un individuo. 
Mio padre, definito dallo Stato “imprenditore”, è in realtà un artigiano che lavora per conto proprio e soprattutto con le ginocchia per terra, in mezzo al cemento, alla polvere. Senza conoscere un attimo di pausa. È una persona leale e di grande onestà intellettuale. È una persona che si sveglia alla mattina e nonostante tutto va a lavorare con ogni condizione climatica perché, per lui, l’importante è portare il pane a casa. 
Ma ormai la crisi si sta facendo sentire pesantemente, la mia terra, la Sardegna ormai è terra di nessuno, abbandonata al proprio destino. 
La metà della popolazione è senza lavoro e chi lavora si trova a dover stringere i denti…ma sul serio! 
Papà è uno di questi; da mesi non lavora e quelle poche giornate di lavoro che fa, a volte, non gli vengono pagate in modo congruo o gli vengono pagate con settimane, se non mesi di ritardo. 
Così ci ritroviamo a vivere attingendo ai risparmi che i miei genitori hanno messo da parte e con il mio “piccolo” aiuto. 
E i miei sogni? Svaniti! Tutto svanisce davanti a prospettive così. 
Fortunatamente io lavoro, ho un piccolo stipendio, non è un tesoro ma basta per pagare l’università e le mie spese.
Da qualche mese il mio piccolo stipendio è anche fonte di sostentamento per la mia famiglia. 
A volte, quando vado a fare la spesa, nel rientrare a casa, temo le reazioni dei miei genitori. Mi sento morire dentro quando rientro e vedo gli occhi di mio padre cambiare espressione, addolorarsi e diventare lucidi perché, per l’ennesima volta, non è riuscito a mettere da parte i soldi per la spesa. 
Non so quali meccanismi gli scattino dentro. 
Credo che si tratti di una sorta di pudore, che viva questa cosa come una specie di sconfitta. 
Qualunque cosa sia, qualsiasi spiegazione cerchi di trovare non riuscirò a capire fino in fondo e lui probabilmente non riuscirà mai a colmare il tipo di male che si porta dentro. 
Gli occhi di una persona triste non mentono, mai. 
Spesso, se non sempre, mi ritrovo a far fronte al rumore che sento nella mente e fingere che, nonostante la crisi, le cose non vadano poi così male. 
Mia madre dice sempre che “c’è chi sta peggio di noi”! Peccato che per me non sia così. 
Non deve funzionare così! 
Io mi ritrovo a vivere in un paradosso. Vivo qui ed ora senza la prospettiva di un futuro. 
Come posso pensare al mio futuro se devo destinare le mie energie altrove?
Vivere queste cose è un po’ come mandare giù bocconi amari aspettando, con coraggio, che passi. Non è così. Alcune volte affronto i giorni con la sensazione di ghiaccio nel petto. Giorno dopo giorno si covano illusioni, paura, rabbia ed inerme assisto da spettatore alla mia vita. Partire all’estero? Una possibilità ma non una delle scelte più felici. 
Chi dovrebbe garantire il funzionamento di un governo ha minimamente idea di cosa stiamo vivendo? Hanno in mente il dolore che porta dentro chi è senza lavoro? Che ne sanno loro del fatto che senti un peso sul cuore?
E che ne sanno di cosa ci sia dietro ad un viso “sorridente” in apparenza? E loro parlano con termini altisonanti, parlano di concetti troppo difficili per i comuni mortali, loro parlano e basta, poi di concreto c’è la storia di ognuno di noi, anche la mia storia che merita di essere sentita, ascoltata, accettata e scritta da me, con le mie forze ma su un foglio bianco, non su fogli di colore nero. 
E noi? Noi parliamo di calcio, mondiali, di telefoni, di come ci siamo ubriacati bene nel privè di una discoteca…e poi? 
Ma davvero siamo così piccoli di mente? 
Davvero ci basta così poco?
Credo proprio di si e forse forse questa situazione ce la meritiamo tutta, perché noi, Italiani, siamo molto furbi, talmente tanto impegnati ad apparire furbi che qualche altra persona decide per noi.
Pensieri in mezzo al silenzio…”

Lettera d'estate alla mia città

Cara Cagliari,
ogni volta ti riabbraccio dopo un viaggio e, lo ammetto, mi piaci, ti adoro, i tuoi colori, i tuoi angoli, i suoi tramonti, il tuo clima, la tua dimensione, i tuoi profumi, i tuoi panni stesi, i colori del cielo.
Lo dico sempre, anche se oramai la mia città è qualsiasi posto al mondo dove sto bene, potrebbe essere anche quello insignificante che nessuno capirebbe: non ho più una mia città, non sono cagliaritano, sono qualcos’altro. Chiamatemi traditore, ma è così.

Cagliari madre e matrigna, fidanzata e amante, sposa e puttana, ti amo e ti odio.
Dopo un po’ mi annoi sempre, mi rompo e parto. Oramai sei un porto, una pista di decollo, una stazione autostradale, una tappa della vita.
Ho bisogno, come fosse una droga, di lasciarti per amarti di più, di scoprire il piacere di tornare e poi partire. Di vedere cose nuove, respirare aria, e non annoiarmi nei tuoi tavoli privè e nelle tue invidie.
Detesto i tuoi modi, la tua provincialità e ignoranza, il tuo crederti figa quando sei alla periferia del mondo: sembri una di quelle amiche un po’ così che per far colpo alle feste di compleanno si trassavano di brutto, effetto macchietta. Mignottelle in affitto. Fossero rimaste semplici, con un filo di trucco e un abitino normale, avrebbero cuccato più di certe troie.
Invece no, tu ti vuoi sempre far vedere, essere al centro, parlare, sparlare e far parlare. Hai l’ossessione, non riesci a star zitta e ferma. E tanti ti imitano. I tuoi figli peggiori e arroganti, qualche soldino in tasca e voglia d’apparire.

Fai la toga agli apericena ma poi torni a casa a piedi perché hai finito la benzina. Non hai soldi ma ti vesti bene, lasci stecche in giro, prendi a calci i tuoi figli migliori costretti a fuggire per trovar la propria dimensione, ami e poi tradisci, la dai a tutti e ti lamenti dei tuoi amanti e se non c’è nessuno che vuol far famiglia con te.
Ecco, sei un grande castello di sabbia, bellissimo e ammirevole finché non arriva il vento o l’onda del mare. Sei un quadro a cui manca la cornice, un’occasione perduta, un amore talmente bello che non è mai nato.
Il vento e il mare arrivano sempre e cancellano tutto.
E poi amare presuppone anche questo: la distanza e la delusione. Allontanarsi e pensare a quante cose potresti fare se solo fossi meno toga e più reale.

Invece no, non ci riesci proprio. È il tuo peccato originale.