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Vere.news, il nuovo magazine online!

È un periodo ricco e faticoso, se poi si aggiunge qualche piccolo acciacco il quadro è completo.

Ma son felice! Nuovi progetti editoriali, nuove collaborazioni, nuove sfide da raccogliere con umiltà e olio di gomito.

Informare, intrattenere, ispirare. Così, insieme a Ileana Coiana abbiamo presentano il nuovo periodico digitale Vere.news nato da una sfida imprenditoriale. Una realtà giovane, che vuole dare spazio alle idee e alle persone garantendo anche il contraddittorio.

“Cuore sardo ma mente aperta”, partendo dall’Isola ma non fermandoci.

Formato stories, linguaggio semplice, verità e condivisione di esperienze sono solo alcuni degli elementi cardine del magazine. Ci interessante le esigenze ed opinioni dei lettori.

Cuore sardo, ma sguardo non solo all’isola, che vuol concentrarsi su informazione, inchiesta, società e cultura, sulla bellezza che c’è attorno ma anche sulle problematiche e le emergenze che meritano approfondimento.

Ringrazio tutti per la fiducia, il lavoro sarà tanto ed emozionante.

Seguiteci su https://vere.news/

La passione per la scrittura

Ho capito di essere predestinato a scrivere prima ancora di dedicarmi a questa attività. Hai presente quando qualcosa ti opprime e quel qualcosa è una passione? Quando anche se provi a seminarla non ci riesci?

Da piccolo scrivevo. Facevo i giornalini di quartiere, quello di classe alle medie e alle superiori. Poi quello d’Istituto, quello sportivo e quello dei tornei sotto casa a San Michele. Ne inventavo uno al mese.

Con le macchine per scrivere e i primi pc sgomitando con Ventura e sperando nelle fotocopie a scrocco.

Non so se abbia trovato la formula giusta per realizzare la mia vita e camparci, anzi non credo, perché non sono uno scrittore, sono un mediocre giornalista che ha avuto pochi contatti con i quotidiani (qualche collaborazione e basta), sempre un battitore solitario e libero, ma se mi guardo indietro scopro che ho sempre scritto: prima come giornalista freelance quando una persona a cui devo molto, Antonello Lai mi ha aperto le porte di una redazione in via Sanna Randaccio, poi prendendomi il tesserino nel 2000, dopo anni di Match e Week con gente fantastica, come redattore, e successivamente responsabile di una redazione e direttore di due testate; poi di nuovo freelance, per scelta o per necessità.

Poi ho cambiato aggiungendo altro: son diventato, era il 1996, addetto stampa, consulente e responsabile della comunicazione per istituzioni, aziende, politici e infine di nuovo freelance, questa volta nei panni di imprenditore di me stesso. Oddio, che brutta parola. Eppure è così. E non è facile mai. Ho iniziato a utilizzare web o social. Male o bene chissà.

Da semplice, un foglio, una stampa e via, tutto il mondo comunicativo é diventato enorme, complesso, vario. Tutto cambia e non puoi saperlo.

Snocciolare ciò che hai fatto, sia chiaro, vale meno di zero in un mondo veloce e distratto come quello di oggi. Conta il qui ed ora non più il chi sei stato. Quelle son fotografie sbiadite, ricordi da vecchio incazzato e recriminante, robe da raccontare e chissá chi le vuole ascoltare. La comunicazione resetta velocemente e non ha un “salva con nome”, al limite un “salvati”.

Oggi non so se quella passione sia sempre la stessa, ma avverto un bisogno impellente di scrivere e mi accorgo che non si può nascondere. Come quando scappa la pipì e devi proprio farla. Diceva Riccardo Lo Monaco che son stato sempre un “incontinente sul social”. È vero.

Forse in questi anni, quella passione, l’ho un po’ tradita, forse ho speso parole inutili, disseminato pensieri che andavano incanalati altrove e meglio, forse dovrei tornare di più a fidarmi di lei, rispettarla, forse tutto quello che nasce da piccoli non va mai fatto tacere perché si diventa grandi e si ascoltano voci di chi non ha mai sognato o di chi non capisce cosa sia una passione.

Quando fai tacere le cose in cui credi non stai invecchiando, stai morendo. Ed è peggio. Allora devi subito ritrovare coraggio e umiltà e ricominciare.

Verità giornalistiche e fiducia

Leggendo certe parole di alcuni genitori della scuola di Cagliari dove dei piccoli migranti iscritti hanno scatenato reazioni (compreso il famoso “bagno riservato”) mi è venuto il dubbio se queste fossero vere oppure no, tant’erano assurde. 

“Stai attento a quelli lì, abbiamo paura, le malattie e l’età”. Robe prese da qualche film che parlava di apartheid. Ma siamo nel 2016, in una città discretamente benestante e civile. 

Le interviste radio/tv hanno confermato il fatto dalla viva voce di alcuni protagonisti e quindi posso essere sicuro che sua accaduto. Però certo giornalismo, la maggioranza, ci sta abituando a dubitare sempre:tante e tali balle e trucchetti acchiappa-clic, parole rubate e inventate, che finché non vedi e senti le situazioni e non sai bene chi scrive un pezzo (e la sua onestà) non credi più a nulla di quello che leggi. 

Chiunque, se ci pensate, può inventarsi racconti e parole e non hai modo più di verificare. O spiegatemi come si possa fare se non tramite video o audio o presenza fisica. Perchè non potrebbe succedere? Perché nell’ansia di fare notizia e accessi tanti non dovrebbero farlo? Chi garantisce il lettore? La fiducia è caduta. Non esiste quel patto intimo tra giornalista e lettore ma solo uno che scrive (anche quel che vuole) e uno legge e crede a tutto quello che legge. Purtroppo, ripeto.

Diventare giornalisti: non fatevi fregare

Amiche e amici appassionati di scrittura e giornalismo, occhio! Ho un consiglixi per voi.

Girano continuamente sulla home corsi, laboratori e reclutamenti di collaboratori con promesse di “diventare giornalisti”. Ecco, sappiate che si diventa giornalisti pubblicisti dopo 2 anni di collaborazione continuativa e retribuita presso una testata registrata (che potrete verificare all’Albo o in tribunale). Quando andrete a chiedere l’iscrizione oltre alla documentazione dei pezzi fatti vi chiederanno tutte le certificazioni di pagamento.

Per maggiori informazioni e nel caso abbiate dubbi visitate il sito www.odg.it

Morire con la propria passione (e sciacallaggi d'occasione)

Strano destino, poetico e tragico, morire mentre si fa quello che si ama. Va via un altro grande della musica italiana capace di cantare atmosfere che spesso animano i miei viaggi e ricordi. Come questa.

https://www.youtube.com/watch?v=B1IW7k7UVPg&sns=fb

Nota dolente:

mi chiedo cosa porti oggi il giornalismo, quello con cui mi lustro le scarpe, a mettere il video con gli ultimi momenti del concerto e della vita di Mango e noi a guardarlo e, magari, a mettere ‘mi piace’.

Forse l’idea che oramai siamo dentro un circuito irreversibile di schifoso voyeurismo e di curiosità senza regole e pudore. Non chiamatelo diritto di cronaca o libertà, su queste due parole si stanno consumando continui sciacallaggi.

Incontri fortuiti e dubbi irrisolti

Marina Cafè Noir, serata di parole, poesie e note. Incontro un un collega. Mi vede, ci salutiamo. Due chiacchiere. Si stupisce della mia presenza, quasi avesse visto un alieno (succede spesso quando frequento zone ad alto contenuto intellettuale).

Come a dire “Come è possibile che un dj sia in un posto così, in un luogo così particolare?”. Questo dubbio lo assaggio, la comprendo bene, e non lo biasimo.

Spesso mi accorgo che la mia doppia veste di dj-giornalista (mettiamola così) crei imbarazzi in molti campi.
È un’associazione che alcuni non capiscono o non sopportano. Quasi un ossimoro. L’una esclude l’altra, specie di questi tempi di forti schemi ed etichette. Ma l’ho visto anche nello sport: l’associazione allenatore-dj creava sempre nasi storti. Poco istruttivo, poco serio.

Metti il mondo della disco: come puoi concepire un dj che riflettere, ragiona, scrive (o almeno ci prova, bene o male)? Il dj non può aver un cervello. Parla con la musica, i tatuaggi, il look.
Lo stereotipo del dj è di un simil idiota che scrive solo “grazie a tutti” “seratona” non si sbilancia mai per non perdere simpatie e serate, non legge, studia o scrive se non per dire dove sarà il prossimo djset, anzi next djset che fa più figo. Un dj pensante è pericoloso, mette in dubbio le astruse filosofie discotecare (irrazionali)
Pensa poi al contrario, a un dj che si affaccia nell’ovattato mondo della cultura, che legge, che scrive, espone un’idea quanto è credibile rispetto ai soloni del sapere? Impossibile. Resta sempre un dj, un ragazzotto mai cresciuto e ignorante di quelli che al limite può farti ballare a una festa di matrimonio. Ma nulla di più.

Io di questa situazione ci rido spesso e di gusto. Sono incastrato in un doppio ruolo che da una parte dà e dall’altra toglie. Qualcuno, categoria detrattori, mi disse: “scegli”. Io non scelgo, raddoppio.

Però poi capisco che sono in una formidabile posizione. Parlare con tantissima gente, tutta diversa, esporre i pensieri, sapere, crescere.  Tanti campi. Condividere. Faccio due conti e posso dirlo? Tra contatti, pagina dj Tixi, pagina Tixi, Instagram, Twitter ho un bacino di oltre 17000 contatti. Che non vuol dire fans o seguaci, per carità, ma persone che magari hanno piacere di leggere e seguire le mie belle o brutte riflessioni, le minchiate che scrivo.

Penso che le persone spesso siano molto più avanti di certi altri che stanno ancora a distinguere e creare etichette e categorie: o fai il dj o scrivi. O sei serio o sei freak.

Ma non importa: aver sensibilità, condividere idee e pensieri, impegnarsi per qualcosa o qualcuno, sapere che c’è chi aspetta anche qualche tua parola e magari ne trova energia rende vivi. Partecipare alla vita a costo di avere antipatie e perdere consensi. È una buona selezione. Quindi che mi vediate dj o scribacchino o tutte e due le cose non importa. Sono l’imperfezione e l’incoerenza fatta a persona. Ma sono vivo, questo è quello che conta.