“Hanno provato a farmi andare in riabilitazione

ma io ho detto “no no no”

si mi sono infuriata ma

quando tornerò tu saprai saprai

non ho il tempo e se mio padre crede che io stia bene

vuol dire che è stanco di provare a mandarmi

in riabilitazione ma non andrò non andrò non andrò ”

Così cantava Amy Whinehouse in “Rehab” una canzone, che riecheggiava nel 2007 e mi fa ricordare la mia vita a Dublino.

L’unica sua canzone che conosco.

Non sono un suo fan né mi ha mai colpito la sua musica. Si è giusto associata al mio soggiorno irlandese, come ogni canzone che ti fa ricordare un luogo…

La morte dell’ennesima “star maledetta”, battuta qualche ora fa dalle agenzie, pone sempre il problema di come successo e soldi non soddisfino le persone al punto di farle star bene. Il successo materiale non viaggia con quello interiore. Di esempi ne abbiamo avuto tanti. Ricordate la vicenda di MJackson?

Credo però che liquidare una star con “se l’è cercata” sia un modo qualunquistico di uscire dal problema. O diventarne fan postumi  (come tanti ora fanno su facebook e sui blog) nasconda un velo di ipocrisia.

Semmai si pone il dubbio di una felicità che non viaggia sulle strade del successo e della ricchezza ma va in un’altra direzione.

Di come le star del jet-set custodiscono un genio e una creatività che mal si conciliano con l’ordinarietà e le regole.

Di artisti “normali” (sempre che noi sappiamo cosa sia la normalità) la storia ce ne ha dato davvero pochi. Drogati, sessuomani, alcolisti, pazzi, violenti. E non parlo della musica ma anche del genio e dell’arte, della storia e della filosofia, della scrittura e della pittura.

Tutti hanno avuto vizi, problemi, incongruenze, dissidi interni. Eppure lasciano sempre quell’alone di mistero ammaliante che in fondo ce li fa perdonare ma lascia sempre senza risposta la domanda: dove si trova la felicità? Dentro o fuori da noi?

La decidiamo noi o sono gli eventi a crearla?

Umilmente cercasi risposte.

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