(pensieri buttati qua e là, senza revisione… nell’attesa di un volo…)
Aeroporto di Verona, volo ritardato.
Seduto su una panchina, in un angolo remoto. Oramai non è più una novità. Arrivi allo scalo e l’unica vera sorpresa è che il volo sia in anticipo. Il motivo si sa: ragioni tecniche. Attraverso le “ragioni tecniche” in Italia si spiegano e giustificano tante cose.

La poliedricità del termine “tecnico” in Italia è pari a come si usa get in inglese: lo aggiungi un po’ dappertutto e può dire tutto e niente. Un abito classico, un sempreverde.

Comincia allora il bivaccare tra rumori, chiacchiere e pensieri.
Scatta la gara a decifrare quali possano essere vicino a me i cagliaritani e fare il solito giochino che, tra un libro e l’altro mi appassiona. Riesco ad azzeccare nel 97% dei casi. Tranne i plateali cagliaritani che subito svelano la propria identità aprendo bocca, il cagliaritano viaggiatore (più che un piccione) lo riconosci dall’ostentazione massima dell’abbigliamento, dall’uso smodato del capo e dell’oggettistica di marca e dalla telefonata in cui immancabilmente fa sapere i suoi cazzi a tutto il vicinato.
Il vocione tintinna, l’uso di espressioni gergali è distribuito generosamente sulle frasi, con “minca” sempre presente.
Ripeto, ho un sesto senso: riesco ad indovinare prima che proferiscano parola. Ho come un radar: sarà che incontro e riconosco i miei simili.

Noi cagliaritani ci facciamo riconoscere. Abbiamo bisogno di sentirci al centro dell’attenzione sempre e comunque. Nella nostra città ci sentiamo al centro del mondo. Quando partiamo, vogliamo continuare a restarlo. Allora siamo ossessionati da questa voglia unica di ostentare la nostra superiorità. Forse alla fine siamo solo una variante isolana degli italiani.

Io tento di nascondermi, di ritagliarmi anche in aeroporto angoli per me, di osservare la gente che passa, di capire dai volti e dagli occhi un pezzo della loro storia. C’è la famiglia spensierata che parte verso luoghi esotici. La coppia incazzata. I napoletani che trattano l’acquisto improbabile di una partita di tubi.

Poi accade in aeroporto qualcosa di strano e inspiegabile: incroci sempre gli amici o i conoscenti che non vedi da tempo, le ragazze con cui magari avevi litigato, le persone che…”ti ricordi chi sono ma non afferri più il nome”.
Ecco, la gaffe è dietro l’angolo. Con questi cominci a fare discorsi impossibili, siparietti tragicomici: raccontare vent’anni di vita in 5 minuti, chiedere il motivo per cui “sei da queste parti”. E poi un laconico “ci vediamo sull’aereo” per congedarsi frettolosamente.
Tutti quando partono vogliono essere lasciati in pace. Vogliono vivere questo momento di trasposizione del corpo e dell’anima da un luogo a un altro in tutti i suoi rituali. Non hanno voglia di pensare e ragionare troppo.

L’aeroporto di Verona è fantasticamente noioso: ti aspetteresti un luogo sfarzoso e scintillante, una cartolina del nord est ricco e benestante. Invece, perde a confronto con il nostro scalo dove forse saremo un po’ più provinciali ma non ti puoi mai annoiare, tra il rumore di cappuccini appena fatti, le immancabili magliette con doppi sensi sardo-italiani (no mirtini no party, per capire il livello), le rivendite di oggetti e prodotti tradizionali aumentati del 30 per cento alla cassa perché sono “tipici”.

Qui pochi negozi, un’edicola poco fornita ma con tutta la bibliografia di Fabio Volo (nota di merito), un Jean Louis David (il parrucchiere da centro commerciale, per quelli meno informati) deserto che cerca di raccogliere qualche viaggiatore in cerca di taglio o messa in piega o shampoo con uno sconto interessante. Una yogurteria e bar sparsi.
Se ti inoltri dopo il controllo, l’immancabile free duty shop con prezzi inverosimili, una rivendita di fanghi del mar del nord (!) e altre chincaglierie.

In viaggio si comprano cose orrende, ridicole, che nella razionalità quotidiana ti vergogneresti solo a guardare. Metti in conto che 200 euro vanno a finire in magliette, cappellini e accessori per i quali dovresti essere come minimo denunciato per atti osceni in luogo pubblico nel momento in cui decidi di sfoggiarli. Mi chiedo però chi possa comprare qui a Verona i fanghi del mare del nord. Eppure qualcuno si interessa. O forse è solo là per combattere la noia, far finta di… e rosicchiare tempo prima del proprio volo.

Il viaggio aereo è sinonimo – o lo era – di velocità e tempestività. In poche ore superavi strade, paesi, nazioni e città, costumi e culture e ti trovavi dall’altra parte del mondo con tanto di piccolo buffet, caffè o coca cola, biscotti dolci o salati, caramelle morbide e zuccherose e salviettine profumate.
Ora c’è solo un bicchiere, niente salviette, stuzzichini e caramelle, ma ritardo, attese, controlli serrati.

La nave forse andrebbe rivalutata, soprattutto se presa da Cagliari.

La lunghezza celebre e interminabile dei viaggi Tirrenia è positivamente foriera di pensieri e riflessioni. Le 12 ore in cuccette pulite per modo di dire, l’interminabile traversata passata tra il bar zodiacov, gli oblò e i ponti coperti da cui osservare il mare nelle sue diverse tonalità, l’odore del gasolio e dell’umido che s’insinua tra le ferraglie bianco blu non sono poi così male.Un giorno vorrei prenderla solo per il gusto di riprovare quella poesia che forse, con Meridiana e Ryan Air, oggi manca.

Forse il viaggio aereo ha spersonalizzato i movimenti umani. Troppo poco per creare amicizie, troppo veloce per riuscire ad afferrare l’emozione e il tempo che passa. Un rapporto sessuale veloce che non lascia traccia.
In nave le conoscenze erano interessanti. Così come erano e sono interessanti le comitive che con sprezzo del pubblico ludibrio creavano zone franche dove era concesso tutto.
L’aereo è la velocità dei nostri tempi, la fugacità dei rapporti umani, i pensieri e le idee che decollano e dopo qualche ora atterrano senza lasciare troppe tracce.

La gentile hostess chiama il volo. Un altro rientro si consuma. Tra le nuvole e nei cieli di un’Italia che da quassù sembra davvero tranquilla e magica, ma in realtà non lo è, presa dai suoi drammi e dalle sue vicissitudini. Se non fosse perché ho una serata che mi aspetta, riuscirei pure a dormire, ma la fibrillazione è forte. Emozione, pensiero e sogno. Ma anche ricordi freschi nella mente, come pagine di un libro che hai appena letto. Questo è l’ultimo viaggio di rientro da un magnifico posto tra le montagne, ma è anche l’inizio di un’altra estate che comunque vada sarà sempre bellissima.

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