Tixi

Quella volta che scoprii Comfortably Numb (a Zagabria)

Ero solo, in uno dei miei tanti viaggi.
Zagabria. Una sera fredda, di quelle che amo, la città alta. Il giorno prima ero a Lubiana. L’Est europeo balcanico, con il suo spettacolo di luci giallognole e gli edifici del socialismo reale, ha un fascino che non riesco mai a spiegare del tutto. È nostalgia di qualcosa che non ho vissuto, oppure il mistero di una bellezza che resiste anche nelle crepe.

Camminavo dentro un parco, cappuccio tirato su, passo lento. In cuffia, rientrò quella canzone.
Comfortably Numb.

La conobbi ai tempi del liceo, ma allora la capii poco.
I Pink Floyd non erano ancora per me. Non ero pronto, nonostante avessi compagni che li veneravano.
Troppo ampi, troppo profondi, troppo “qualcosa” per quel ragazzo che ero.

Poi accadde lì, a distanza oltre di trent’anni.
Nel gelo di una sera straniera, tra alberi spogli e lampioni silenziosi, risentii quelle parole.

“Hello…
Is there anybody in there?”

E per la prima volta mi parlavano davvero.
Non più solo suoni, ma una domanda diretta, quasi intima.
“Ci sei dentro?”.
Ci sei, o ti sei spento da un pezzo, mentre fuori continui a camminare?

Mi fermai su una panchina ghiacciata, con lo zaino sulle ginocchia.
“Just a little pinprick… There’ll be no more… Aaaaaaaahhh…”

Era una diagnosi perfetta. Era quel sentirsi vivi solo a metà, anestetizzati dalle abitudini, dal rumore, dalle delusioni, dai sogni rinviati troppe volte.
Era tutto quello che non riuscivo più a dire.
Un dolore ovattato, una dolcezza pericolosa.
Quel compromesso tra il sentire troppo e il non sentire più nulla.

“I have become comfortably numb.”

Sì.
Lo ero diventato anche io. Comodamente intorpidito. Non depresso, non infelice. Solo lontano da me stesso. Funzionante ma scollegato.

Quella sera, in quel parco di Zagabria, capii perché certi brani non servono quando li ascolti la prima volta, ma quando tu sei pronto.
E allora ti trafiggono. Ti salvano. O almeno, ti fanno ricordare che sei ancora lì da qualche parte. E che i viaggi, certi viaggi, sono epifanie che la vita generosa ti concede.

Nel gelo della città, con le dita gelate e la voce di Gilmour in cuffia, mi sentii vivo.
Scomodo, ma vivo.
Non era poco, in tempo di zombie che parlano solo di soldi, guerre e social, di ambizione e desiderio di vendetta. Noi siamo altro, nonostante il dolore, la carne viva e il sangue.