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Non è mai tempo perso (una sera alle Poste)

Milano, ufficio Postale, ore diciotto più o meno.
Devo spedire un oggetto venduto su Ebay. Prendo il numero 77 che significa tanto tempo d’attesa. Qui nelle grandi città è così. Finisci il lavoro, speri nella serata liberatoria, poi ti impantani in una commissione e bruci tutto il vantaggio.

La sala è piena, odore di umanità. Il bip dei numeri in successione intervalla il bisbigliare della gente, quella gente che trovi solo dal medico, alle poste o negli autobus. La gente normale, non bellissima, non photoshoppata. Eppure esiste.

Mi metto in un angolo e attendo il turno. Apro un libro, questi sono i momenti migliori per provare a smaltire capitoli e pagine.

Un uomo, di provenienza araba, mi avvicina: “Ho un bollettino da pagare, mi aiuti?”. Non so perchè fra tanti scelga proprio il sottoscritto. Non so se avessi scritto qualcosa in faccia, tipo fesso, buono, semplice, normale.
Nel caos di sciure milanesi, rampanti bocconiani che attendono pacchi da casa e semplici clienti ha scelto me. Deve pagare delle fatture insolute alla Wind. Gli spiego come funziona un bollettino e lo compilo per lui. “Qui ci metti chi paga e qui chi riceve i soldi”.
Ha una carta d’identità italiana, un nome lunghissimo (lo chiamerò Hamed). Segue con attenzione quello che faccio. Ha gli occhi illuminati. Hai presente quando guardavi la maestra delle elementari scrivere con calligrafia perfetta alla lavagna? La mia scrittura fa schifo, ma è vista da lui con ammirazione. Quando finisco mi dice tante volte grazie che quasi mi imbarazza. E’ la mia ricompensa migliore.
La gente mi guarda quasi come fossi un alieno, eppure non ho fatto nulla di strano. Ho rotto l’indifferenza, forse questo irrita.

Arriva il mio turno, numero 77. Devo acquistare anche la scatola perchè le Poste propongono una spedizione all-inclusive. Allo sportello c’è una signora, italianissima, avanti negli anni, con un maglione color carne, occhiali da presentatrice Rai anni 80 e sguardo vessato dall’età.
Non riesce a vendermi la scatola. Dice che i codici sono cambiati e il sistema non ha memorizzato la spedizione. Resto in attesa. Il tempo passa. Si capisce che non riesce. Chiama una collega, nulla. Niente codice.
In lei rivedo la paura di essere sbeffeggiati e rimproverati, come è successo prima quando uno studente universitario, se n’è andato via dall’ufficio dicendo “io mi sto costruendo il futuro, voi resterete sempre qui” ridicolizzando un altro impiegato. Cosa volesse dire quella frase, lo devo ancora capire. Forse pensava che studiando si costruisse il futuro e che non ci fosse presente, passato e futuro anche in un umile impiegato?

Certo, di fronte a quell’attesa, potrei parlare del mio tempo bruciato, potrei irritarmi, potrei dirle che non è efficiente. Le farei passare una serata di merda. Se lo merita? No. Non se lo merita. Aspetto. Suda, è imbarazzata. Passano i minuti. Poi desiste. Dice che non riesce a leggere il codice, dice che dovrei portarmi una scatola mia, indicandomi un negozio vicini che ovviamente non trovo.

La serata è saltata. In palestra forse non andrò. Ho bruciato un’ora abbondante. Però non sento un pizzico di amaro. Ripenso a tutte le volte che sono stato imperfetto e ho fatto gaffe, alle volte che non sono stato all’altezza di un compito. Alle altre volte che ho chiesto aiuto e ho trovato qualcuno che senza conoscermi mi ha dato una dritta.

Prendersela con gli altri, giocare sulle difficoltà o evitare di aiutare è un segno di cinismo che non ci deve appartenere. Bisogna essere diversi. Guardare negli occhi queste persone fa capire tanto, e realizzi che quando perdi tempo per “colpa” altrui in realtà lo guadagni. Una volta aiuti, un’altra volta sarai tu nel bisogno.

 

(se trovi errori segnalamelo a info@tixi.it, grazie ;))