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Ero a New York, ero a New York. Le luci dei grattacieli di Manhattan, ed io nemmeno credevo di esserci. Il taxi toccava quartieri come fossero titoli di film. Luci gialle illuminava incroci troppo grande per me, piccolo e della provIncia.

Poi, andando via, quella sera ad Harlem, cenai in un qualunque locale tra il frastuono di gente che non avrei mai rivisto, i mega schermi del superbowl, hamburger e birra, nascondevo dentro la felpa grigia una lacrima e capii: qui ci sarei tornato a vivere. Era destino. E anche quel portiere mi disse: “New york is a state of mind, not only a town, my friend”

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