20130122-113530.jpg

Avete notato il potere della tv e dei gesti dei protagonisti di serie A?

Tutto ciò che accade lo rivedi puntualmente nelle categorie più basse, specie se giovanili: dagli abbandoni ai crestini, dalle esultanze agli abbigliamenti dei mister, dall’atteggio dei giocatori alle scarpette fino ad arrivare alle megarisse.

Prendete il gesto di Boateng, quando per risposta agli insulti razzisti durante un’amichevole tra Milan e Pro Patria si è tolto la maglia e ha abbandonato il campo e con lui tutta la squadra rossonera. Subito, nel giro di due settimane, la stessa scena in tanti campi, compreso qualcuno della nostra isola.

Il caso ha riaperto il discorso sul comportamento dei tifosi allo stadio, sul razzismo ma non solo, anche sulla ragione (ignota) per cui tanti vanno puntualmente a tifare “contro” prima ancora di sostenere i propri beniamini.

Dicono che così “si aiuta la propria squadra”. Dubito della loro normalità celebrale, ma pare sia diventata “legge non scritta” e che a condividerla ci siano anche persone che dovrebbero essere dotate di maggior materia grigia fa ulteriormente riflettere. Ma il calcio italiano annulla qualsiasi ragione e trasforma tutti da persone razionali ad animali.

Tifare contro, insultare, giocare con luoghi comuni e diventare razzisti? Vizio di tanti. Senza andare lontano bastava guardare cosa pensassero i cagliaritani dei napoletani in occasione della sfida di campionato (“non vorrei mai avere un figlio che tifa Napoli” scrivevano illuminati adulti, giornalisti, allenatori e genitori), il caso Etoo insultato al Sant’Elia e, giusto per triste par condicio, gli insulti a Ibarbo all’Olimpico e i numerosi “sardignoli” “pastori” che si prendono i nostri portacolori quando vanno in giro per l’Italia.

Razzismo o semplice folklore? Di certo molta ignoranza. Tanta, troppa. Passata sotto silenzio e ingigantita dalla tv che detta legge e comportamenti.

Però occhio alle immancabili strumentalizzazioni. Se è vero che questi gesti, soprattutto gli insulti razziali sono da CONDANNARE (lo scrivo bene perché non si fraintenda), nessuno si faccia distrarre dall’effetto contrario. Le strumentalizzazioni, chi usa il razzismo per abbandonare il campo quando non è necessario, magari perché sta perdendo una gara. Accade e dà fastidio dirlo perché si passa da razzista, ma non dimentichiamoci del mondo in cui viviamo: l’ansia da risultato colpisce tutti.

Nel calcio gli onesti non sono tantissimi. Domenica, arbitrando una partita di ragazzi, ogni volta che usciva la palla tutti dicevano “mia”, anche quand’era chiaro chi dovesse battere la rimessa. Qualcuno aveva insegnato loro questi trucchi. E non ho dubbi che abbandoni di campo ne vedremo altri (non a caso il presidente Figc Abete è intervenuto in materia stigmatizzando gli abbandoni “fai da te”).

Ma torniamo al caso della settimana, che penso conosciate un po’ tutti, quello della Ferrini, storica società calcistica cagliaritana. In una partita del campionato giovanile gli avversari dell’Halley – se non erro – hanno abbandonato il campo per insulti razzisti rivolti a un proprio giocatore straniero. Un po’ come aveva fatto il Milan. Stavano perdendo, particolare di cronaca.

Ecco l’effetto mediatico che si ripropone.

È partita la solita caccia all’uomo, in questo caso al mister della Ferrini Davide Canosa, reo di non aver preso i dovuti provvedimenti e di aver (coraggiosamente) scritto su fb che spesso questi gesti si fanno quando si sta perdendo. Apriti cielo, il mister razzista.

Difficile giudicare senza esser presenti, come tanti hanno fatto. Non ci sono immagini e le versioni sono tante. Conosco di “fama” l’allenatore, la sua grande esperienza nei settori giovanili, i ragazzi che ha allenato e il sodalizio di viale Marconi (che vanta tra le sue fila anche ragazzi non italiani): dubito che non abbia gestito la situazione nel modo opportuno. Ma posso dire qualcosa su quello che ha scritto.

La sua frase è stata opportunamente usata per farne il caso di cui parlare, laddove il caso non c’era.

Bisogna aver tantissima cautela nel momento in cui si attaccano bravi allenatori che svolgono il loro lavoro con serietà e passione, “combattendo” con ragazzi dimenticati dalle famiglie, bombardati dai messaggi delle pubblicità e della tv.
Allenare non è semplicemente mettere una squadra in campo, ma un lavoro quotidiano duro e difficile, non solo tecnico. Estrema attenzione quando si tira fuori una parola forte come razzismo.

La stessa ferocia con cui, senza tanti elementi si è andati addosso a Davide non l’ho vista nei confronti di giocatori, dirigenti, presidenti e giornalisti strapagati che ogni settimana conquistano le prime pagine non certo per una bella giocata o un’iniziativa benefica ma perché alimentano con parole e gesti il teatro di odio che è  il campionato italiano di serie A. Ecco poi i risultati.

Volete un esempio positivo che pochi hanno riportato? Paolo Di Canio, ex bandiera della Lazio: dopo essersi offerto di pagare personalmente l’ingaggio di alcuni giocatori, viste le difficoltà del club, venerdì sera ha fatto una gradita sorpresa a un gruppo di volontari che si sono dati da fare per spalare la neve che ricopriva lo stadio dello Swindon e permettere così la normale disputa del match. Di Canio ha offerto una pizza alle circa 200 persone, tra cui alcuni membri del suo staff, che hanno lavorato per rimuovere la neve.

Lo so che di lui ricorderete altro, e di Davide ora molti si saranno fatti quest’idea in base alla notiziola del giorno, ma non mi importa più di tanto.

Leave A Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.