Amiamo troppo parlare senza sapere.

Amiamo troppo riempire i discorsi di stupidate e parole senza senso.

Amiamo troppo generalizzare e lavorare per luoghi comuni.

Pensiamo di conoscere la gente a prima vista. Di riuscire a studiarla. Di sapere tutto di loro al primo impatto. In realtà nella maggior parte dei casi il nostro è solo uno schizzo di un quadro ben più colorato e perfetto.

Oramai il luogo di nascita, la scuola che hai frequentato, i vestiti che indossi, i locali che frequenti, il cognome che porti, il partito che porti avanti, gli stati su facebook, le idee che hai, diventano etichette. Etichette che ci distolgono dalla conoscenza reale della gente. Tag quasi eterni, se non superiamo le apparenze.

Quando conosciamo qualcuno dal vivo, ci parliamo, lo frequentiamo, vediamo le sue reazioni di fronte a certe situazioni, ci accorgiamo che molte cose che credevamo di sapere erano sbagliate: vittime di un cliché e non ce n’eravamo accorti.

In politica ho conosciuto persone con idee di sinistra che non avevano nulla di meno rispetto a miei colleghi di destra.

Oppure giocatori per i quali forse non avrei scommesso che, a lungo andare, mi hanno stupito in positivo.

Anche oggi ho fatto un grosso errore: mi ero fatto per anni un’idea errata di una persona, per poi conoscerla e apprezzarla.

Mi stava puntualmente sulle scatole, ogni parola o iniziativa prendesse. Avevo già le risposte pronte e rafforzavo già queste idee. Poi mi sono accorto che avevamo tanti punti in comune e che su certi progetti, strano ma vero, siamo in perfetta sintonia.

È davvero strana la vita. Tutto va sempre costantemente messo in discussione e bisogna relativizzare la conoscenza ai casi e alle situazioni.

Provate anche voi a strappare le etichette, a porvi domande positive ogni volta che conoscete un’altra persona.

Spesso vi sorprenderete a scoprire che davvero l’apparenza inganna.

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