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Come saremo alla fine della quarantena? Cosa ci lascerà in eredità questo periodo di vita?

Viviamo un momento unico, in cui abbiamo rimesso in gioco tante idee che pensavamo scontate. Chi si sarebbe mai immaginato di dover stare a casa senza poter uscire, privati delle nostre abitudini, passioni, progetti e lavoro?

Guardavamo da lontano il coronavirus come la solita notizia da scorrere, dalla distante Cina, senza nessuna preoccupazione. Anche voi lo avete fatto? ebbene sì, lo ammetto. Anche io.

Eppure questo piccolissimo virus ha sconvolto l’intera umanità, facendo pagare un prezzo altissimo in termini di vite e chissà quali altre conseguenze economiche, psicologiche, sociali. La paura, l’isolamento, l’incertezza sta facendo ugualmente danni che sconteremo nel lungo periodo.

Tutti non vedono l’ora di tornare alla normalità, riprendere la propria vita, riabbracciare le persone. Purtroppo non sarà possibile a breve.

Poi, ritorneremo alla stessa normalità? Quella di stress, inquinamento, consumismo, calpestare ogni diritto, competitività all’estremo, violenza?  Quella normalità in cui anche la depressione era una costante. Eravate felici? E questo non c’entra nulla con la libertà che abbiamo perso. Eravamo felici di timbrare il cartellino in inutili eventi, chiuderci in centri commerciali, misurare la nostra vita con i campionati di calcio, sorridere come fessi davanti a un aperitivo e economizzare ogni aspetto della vita? Non so davvero cosa rispondere.

Di certo ci manca la normalità la quotidianità e la libertà. E pensare che questa sia una situazione che possa durare nel tempo, è da matti.

Però c’è la curiosità del tempo che verrà, del futuro, di una nuova era. Per lo scrittore israeliano David Grossman, non è detto che l’emergenza coronavirus non possa insegnarci a essere più umani.

Come scrive in una bella lettera su Repubblica qualche giorno fa: “Quando l’epidemia finirà, non è da escludere che ci sia chi non vorrà tornare alla sua vita precedente. Chi, potendo, lascerà un posto di lavoro che per anni lo ha soffocato e oppresso. Chi deciderà di abbandonare la famiglia, di dire addio al coniuge o al partner. Di mettere al mondo un figlio o di non volere figli. Di fare coming out. Ci sarà chi comincerà a credere in Dio e chi smetterà di credere in lui».

«Di brutto sogno in brutto sogno sono gli uomini a passare… pensavano che tutto per loro fosse ancora possibile, il che presumeva che i flagelli fossero impossibili. Continuavano a fare affari, programmavano viaggi e avevano opinioni. Come avrebbero potuto pensare alla peste che sopprime il futuro?»

Grossman non crede che il mondo uscirà sconfitto da questa pandemia. «Siamo sofisticati, computerizzati, equipaggiati con uno stuolo di armi, vaccinati, protetti dagli antibiotici». Che il coronavirus sia stato sottovalutato, però, è innegabile.

Quando l’emergenza sarà finita, l’umanità ne uscirà migliore perché consapevole della sua fragilità e della caducità della vita. Uomini e donne fisseranno nuove priorità e impareranno a distinguere meglio tra ciò che è importante e ciò che è futile. «Ci saràchi, per la prima volta si interrogherà sulle scelte fatte, sulle rinunce, sui compromessi. Sugli amori che non ha osato amare. Sulla vita che non ha osato vivere. Uomini e donne si chiederanno perché sprecano l’esistenza in relazioni che provocano loro amarezza. Ci sarà forse chi si domanderà perché israeliani e palestinesi continuino a lottare a distruggersi la vita a vicenda da oltre un secolo, in una guerra che avrebbe potuto essere risolta da tempo. Ci sarà forse chi, osservando gli effetti distorti della società del benessere, si sentirà nauseato e fulminato dalla banale, ingenua consapevolezza che è terribile che ci sia gente molto ricca e tanta altra molto povera. Che è terribile che in un mondo opulento e sazio non tutti i neonati abbiano le stesse opportunità. E forse anche i mass media, presenti in modo quasi totale nelle nostre vite e nella nostra epoca, si chiederanno con onestà quale ruolo abbiano giocato nel suscitare il generale senso di disgusto che provavamo prima dell’epidemia».

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