Diversi anni fa, durante la mia residenza a Dublino, parlavo con un appassionato di rugby che mi disse una frase illuminante: il calcio è la rovina di tutti gli sport.

Tra inchieste, scandali, soldi a go go, dichiarazioni sui giornali, sponsor, tv mangiatutto, uscite ed entrate dei giocatori, il pallone è diventato un triste circo ma anche un mostro che riesce con le sue propaggini a devastare l’ambito degli altri sport, costretti a rincorrere e a seguirne le modalità per non rimanere schiacciati.

L’ultima news che ha fatto “appassionare” i tifosi è stata l’inaugurazione del nuovo stadio della Juve. Premetto che non è una polemica antijuventina (anzi, negli ultimi anni gli juventini hanno superato in simpatia anche i “cugini” della sponda neroazzurra milanese), premetto che la costruzione in sé è un grande opera, un inno al futuro, un autentico gioiello con tutti i crismi per fare la storia e innescare un circuito virtuoso di emulazione delle altre società. Ma non credo che gli stadi di proprietà siano la risposta alla necessità di rinnovamento del mondo del pallone, se poi la cornice è fatta da televisioni che frugano in ogni intimità e labiale in campo e fuori, commenti, moviole e pregara, campionato spezzato in tre giorni, calciatori che scioperano, presidenti impazziti, mercato aperto, sponsor che orientano azioni e dichiarazioni e contratti d’oro.

In poche parole, siamo sicuri che un vero rinnovamento non debba partire dal basso, dell’attività di base, dai vivai, da un rinnovato incontro tra necessità economiche e passione, dalle bandiere, dalle regole e le giuste punizioni a chi sgarra?

La deriva del calcio-milionario ha generato tristi epigoni nelle categorie più basse. Ragazzini che si montano la testa emulando, non solo nel look, ma anche negli atteggiamenti, i loro “beniamini” nelle peggiori espressioni ed esposizioni, genitori pronti a tutto pur di vedere il figlio in serie A, società che lucrano sui destini dei loro gioielli o promettono come fossero bruscolini rimborsi e posti in prima squadra, presidenti che spendono e spandono lasciando poi buchi e stecche a destra e a manca.

È bastato poco tempo per farci dimenticare lo sciopero (ridicolo) dei calciatori che si è tramutato – com’era da attendersi – nella solita commediola tarallucci e vino, tutti contrari e poi tutti (miracolosamente!) d’accordo. Una farsa, si dice, organizzata per far riposare le squadre e i giocatori, astutamente concordata lontano dai riflettori.

I tifosi, però, i più offesi e umiliati, hanno già lavato tutto, sono già di fronte alla tv (tanti) e sugli spalti (pochi). Palla al centro. E allora teniamoci questo calcio, con le sue proporzioni, con i suoi vizi.

Tante cose sfuggono alla nostra osservazione troppo spesso. Il valore di ciò che è importante e di ciò che non lo è. Il diritto di indignarsi e quello di lasciar perdere.

Il pallone incarna, come la politica, i nostri problemi. Alla fine ci va bene così. Possiamo protestare ma poi tutto rientra negli argini. I calciatori sono pur sempre poeti moderni, la partita è un mito-rito imprescindibile del nostro weekend, non toglieteci il calcio. Possiamo anche perdere il lavoro, vedere dimezzato lo stipendio, possono aumentarci l’iva e le tasse, possiamo sentire parlare di “sciopero” (una parola riservata a ben altri drammi che un posto in squadra A e in squadra B) ma non toglieteci il calcio, la serie A, il pallone, sky, Caressa, Bergomi. Non toglieteci le uscite di Totti, le sparate di Cellino, le isterie di Galliani in tribuna, Zamparini. Non toglieteci i biglietti a prezzi stellari, gli omaggi agli amici degli amici, i campioni che baciano maglia e poi la cambiano dopo pochi mesi.

 

È un mondo a parte, che sfugge alle regole della razionalità e della logica.

Un mondo dove però non mancano le belle storie come quella di Robbie Hughes. L’ex giocatore è stato in coma e ha subito innumerevoli operazioni. Non si è fermato, però. Parteciperà alle Paralimpiadi, perché, per lui, il calcio è la vita e non solo una questione economica o politica.

Un esempio che non va solo ai calciatori, piccoli o grandi, ma molto di più a dirigenti e società.

La storia di Hughes dà onore e merito a tanti giocatori e dirigenti che nonostante tutto, pochi soldi, zero sponsor e mille sogni, vanno avanti. Quei tanti campioncini (veri) nelle periferie e negli oratori che prima di pensare al loro premio preparazione e contratto si divertono calciando un pallone. Quei tifosi che seguono ovunque la propria squadra.

Quella parte buona, sincera, dell’Italia del pallone che è una parte della propria storia. Ebbene sì, quello è il calcio che mi piacerebbe ancora una volta vedere ma che forse è destinato ad essere relegato al cassetto dei ricordi.

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