Ieri sera abbiam ammirato e applaudito le gesta del Barcellona in finale di Champions, squadra compatta, con un gioco ragionato e ordinato e una brillante società alle spalle.Messi, in primis, furetto capace di far volare la fantasia ad ogni tocco di palla. E poi un bellissimo stadio di Wembley, rifatto a nuovo e pronto per le imminenti olimpiadi.

Oltre agli applausi e gli elogi, pochi – credo – si sono mai interessati del modello Barcellona. Tutti tendono a ridurre i risultati come frutto di una superiorità tecnico-tattica, dell’estro di una stella come Messi, della sapienza di Guardiola in regia e delle ingenti forze economiche che hanno a disposizione.

Vincono, insomma, perché “sono il Barcellona”, non perché hanno idee e capacità manageriali che permettono poi anche ai valori tecnici di emergere al massimo.

Quanto è importante il distacco tra il Barca e il calcio italiano? Tanto, troppo. Il maestoso scenario di Wembley dovrebbe indurre a profonde meditazioni rispetto alle brutture degli impianti nostrani, Sant’Elia in primis.

Il nostro campionato è finito per fortuna. E non ne sentiamo la nostalgia. Ieri più che mai.

Uno dei campionati peggiori di sempre, avvelenato dalle infinite discussioni da radio-radio e processo sui torti arbitrali e con le isterie dei soliti. Nelle categorie giovanili è uno show continuo di genitori ultras (altra specie da studiare) e ragazzini che si atteggiano a divi perché magari sono abili nel doppio passo.

La ricerca ossessionante del risultato “a ogni costo” di mister e società rappresentano il condimento giusto al declino che vien dal basso.

La serie A è diventata lo specchio dell’Italia: pochissimi giovani, poca voglia di guardare avanti e tante minestre riscaldate. Quanti soldi buttati!

Ma c’è qualcosa che mi ha incuriosito in questi anni, anzi due.

La capacità di tante società di parlare – quando ne parlano – a vanvera di giovani, illuderli con promesse di prime squadre (e loro stupidi ci credono….), coccolarli per farne di fuoriquota “usa e getta”, parcheggiarli a 19 anni e ammanettarli ai rispettivi sodalizi (in cambio di migliaia di euro di cartellino, robe che nessuno pagherebbe). Oppure di lamentarsi della crisi e poi buttare i soldi appena c’è l’occasione.

E poi l’idea malsana, e qui permettetemi di essere antipatico come al solito, che nei tornei estivi i soldi come premio finale siano diventati il motivo per parteciparvi. Questo ha fatto diventare delle manifestazioni amatoriali divertenti e amichevoli in arene da scannamento continuo dove la gente si ammazza per rimpinguarsi il portafogli e pagarsi la vacanza.

Il pallone è sgonfio anche per questo. Ossessione per il denaro, niente spazio o valorizzazione per i giovani, pochi investimenti mirati e pochissime idee.  Ci sarebbe da discutere anche di quei dirigenti che utilizzano le società esclusivamente per fare cassa, sfruttando il lavoro di appassionati collaboratori, malpagati o steccati a fine stagione, ma questo è un altro fronte, meglio non aprirlo, almeno ora.

L’Italia è il paese dei furbi. E di fianco a quelli seri che fanno le cose perbene c’è sempre un esercito di furbetti che ci marcia e ne approfitta. Compreso il calcio. E se qualcuno non ci crede, bastano risultati: la nazionale, la presenza delle italiane nelle coppe, il livello qualitativo della pratica, le poche promesse che arrivano in alto.

I tanti giovani fermi perché le società pretendono, in tempi di crisi, che qualcuno paghi cartellini del valore di una macchina.

Un ultimo appunto: il calcio spagnolo e il gioco del Barcellona sono sull’Olimpo da tempo. Eppure in Spagna la pratica del calcio a 5 è diffusissima fino dai bambini (con un campionato di altissimo livello e un’attività scolastica neanche lontanamente paragonabile all’Italia) e la struttura tattica del Barcellona ricalca molto (anche in sede di allenamenti) il futsal: palla a terra, passaggi precisi e movimento senza palla. Ci si allena nei campi a dimensione ridotta.

La squadra spagnola esprime un calcio a 5 allargato al campo di calcio a 11. Poche palle buttate e pochi “lanci lunghi e pedalare” come tanti “allenatori” nostrani insegnano. Tanta poesia. Non è raro vedere Messi usare anche la punta del piede, gesto tecnico specifico del calcio a 5 ma stigmatizzato nelle scuole calcio del Belpaese.

Sarà sempre e solo un caso? Io ci credo poco.

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