fieraCi sono cose (tante) che a Cagliari e in Sardegna continuano come se il tempo non fosse mai passato: la Fiera, per esempio. Simbolo della Sardegna che non cambia e del “si è sempre fatto così”.

Stamattina ho deciso di farci un salto e capire cosa fosse oggi la Fiera, questa manifestazione che da 65 anni dovrebbe raccontare la Sardegna.

È quello che ha fatto perfettamente: raccontare la Sardegna, oggi. Un racconto imbarazzante di quell’isola che non cambia mai, dell’isola autoreferenziale e immobile, che pensa come se fossero ancora gli anni 70, l’eterna sagra del tasinanta e dello sperpero di soldi pubblici (e non vuol cambiare, tanto… chi glielo fa fare?)

Una violenza anche ai nostri ricordi di bambino, perchéè quell’atmosfera di festa (pura e semplice) nemmeno c’è più. Padiglioni semivuoti, ampi spazi, gente che cammina annoiata e stanca alla ricerca di qualcosa che non c’è.

Si va per inerzia, per passare qualche ora, non per aspettarsi sorprese.

A farla da padrone sono gli imbonitori, espositori intraprendenti e con la parlantina veloce dotati di radiomicrofono giunti dal continente con l’intento di venderti improbabili prodotti per la casa, da zazà tritatutto a lampoasciuga, da pietra bianca tripla azione a microplash il tuo pulito per arrivare all’affettananas. Poi ci sono le giostre, sempre uguali, ma pare che perfino i ragazzini le snobbino. Manca il punchball, è vero, però l’autoscontro e l’obaoba restano.

Da capire cosa intenda l’Ente Fiera per “artigianato”, visto che c’è un’invasione di bigiotteria da bancarella, dal braccialetto fino alla maglietta con la faccia di Homer Simpson. Tre padiglioni così. Oggettistica, chincaglieria. Roba che trovi anche in un qualsiasi mercatino.

Sicuramente interessante lo spazio dell‘artigianato sardo di qualità e del Medio Campidano, l’esperimento del padiglione bellezza, gli stand militari, il resto è tutto anonimo o in offerta speciale: pentole, giubbotti in pelle. E poi mobili, laterizi e trattori, oggetti per cucina.

Per trovare sardità oltre quei due padiglioni bisogna cercare, perché di sardo c’è poco. Mercatino anonimo, proiezione disordinata di viale Trento o di qualche altro ritrovo rionale. Perché il disordine regna sovrano: non si capisce bene neanche la collocazione delle aree e delle tematiche. Tutto è lasciato al caso. Puoi trovare tutto e il contrario di tutto. Segnaletica inesistente o ancora presente quella di Turisport e manifestazioni equine.

Una tristezza quasi imbarazzante, soprattutto perché si paga un biglietto (5 euro la domenica) e perché dovrebbe essere la cartolina della Sardegna.

Sia chiaro: le prime vere “vittime” sono gli espositori e quanti ogni anno investono migliaia di euro nella Fiera per ricevere qualcosa che non si sa. Si lamentano della disorganizzazione e della poca promozione. Per loro è l’occasione per fare qualche contatto e cliente: poca roba, dicono. Per intenderci, un box all’aperto costa 270 euro al giorno. Non vi dico nemmeno quanto costa al chiuso.

Mi fermo e raccolgo qualche parere, per capire le sensazione: tutte negative. “Chi ve lo fa fare?” domando. La crisi, il tentativo di provarle tutte. Intanto gli espositori sono sempre meno: mi pare 60 rispetto al 2012.

La Fiera dovrebbe essere la proiezione del futuro della Sardegna, l’evento per raccontare l’isola e ciò che vuol fare, i sogni e le speranze, non ciò che non è mai stato fatto. Uno spazio espositivo (con tutto rispetto per chi c’è) della miglior Sardegna, aperto ad artisti, produttori, cultura e sapere, hi tech ospitalità e musica, artigianato e tradizioni, concentrate in questi giorni. Con un ingresso rigorosamente gratuito e con una promozione e una serie di eventi collaterali.

Dopo un’ora di passeggiata, qualche cosa interessante, un salto da alcuni amici e mille altri punti di domanda me ne vado e torno a casa.

Andate alla Fiera, racconta benissimo la nostra isola. Solitudine, noia, stanchezza, disinteresse, immobilismo, stagnazione, malapolitica. Metafora perfetta. Allarghiamo le braccia, potrebbe essere il buon simbolo invece del tamburino.

Forse è colpa anche dei nostri ricordi da bambino di giornate bellissime e calde che hanno lasciato una traccia  e che, confrontate con oggi, ti fan capire che non si è più giovani, non si vive più di sogni e non ci si emoziona più con poco, come salire su un trattore o entrare sul tubo in cemento armato, simbolo di questa Fiera. O farsi una foto nella fontanella che dà sull’ingresso di viale Diaz pensando di essere in un luogo importante. O comprare i pesci rossi, mangiare il panino. Ricordi da piccoli.

La Fiera è il tempo che passa, ma solitamente nella vita si migliora, si cresce.

La Fiera, invece, è un’eccezione. Peggiora. Ma dirlo è sinonimo di boicottaggio e di antisardismo.

Si parlerà di post critico rispetto “a chi vuol fare” (mah…), di occasione unica, di opportunità per tanti che quei giorni lavorano (pulendo strade, vendendo palloncini o negli stand per pochi euro): balle. Questo non è lavoro. Questa è elemosina. I giovani hanno bisogno di essere la fucina della Fiera, non i lavoranti.

Si potrebbe fare diversamente e di più. Ma noi non stiamo nella stanza dei bottoni. Teniamoci questa Fiera e teniamoci questa Sardegna. Non ci resta che scriverlo.

Ps se qualcuno avesse dubbi, pur avendo i biglietti omaggio, ho pagato.

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