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La routine dei miei viaggi

Mi sveglio presto. Medito, faccio colazione con un cappuccino, una spremuta e del pane abbrustolito con salsa di pomodori. Smaltisco un po’ di lavoro a distanza. Poi prendo lo zaino, cammino, osservo e prendo appunti. Cerco di assorbire tutto: particolari, rumori, profumi, suoni, scritte, persone. Chiacchiero e chiedo anche al solo scopo di sentire la risposta e attaccare bottone.

La musica in cuffia è solo nei momenti di relax o nel computer quando lavoro su Ableton.

Non guardo le notizie (anzi ne sto lontano), scrollo una sola volta la home di fb per non farmi incancrenire l’anima dal mix di battute e lamenti.

Bisogna stare attenti; qualsiasi cosa accada sullo smartphone a distanza può cambiarti l’umore. Controllo in alcuni momenti precisi chat e mail. Mi fermo nei bar. Non c’è un tempo preciso. Ricomincio il cammino.

Vado avanti fino a sera, qualche volta mi metto le scarpette e corro. Poi inizia la revisione della giornata: tutto quello che ho scritto prende forma. Correggo, riassetto, taglio e incollo. Un lavoro di sartoria con le parole. Una forma grezza che servirà per modellare qualcosa.

Facendo cose continua! Nel segno e nel sogno di Sonia

Avanti con FacendocoseaCagliari!

“Nel segno e nel sogno di Sonia”.

Questo quasi-gioco di parole mi ha mosso nello scrivere insieme a Martha e Jaime il post per annunciare ufficialmente che il progetto Facendo “Cose” a Cagliari e in Sardegna va avanti, con tanti altri amici e amiche che ci aiutano.

Quel che possiamo e riusciamo a fare perché sarà davvero una bella impresa (e se volete aiutarci, perché no?) e chi lavora come me nell’editoria piccola sa che non è per nulla facile.

Grazie anche chi lo hanno fatto sviluppare – come non dimenticare il prezioso apporto di Gianmarco e di Francesco – e a tanti altri compagni di avventura.

Torniamo indietro.

Abbiamo fatto tesoro di tante chiacchierate e idee messe in campo quando c’era Sonia e avevamo pensato a un facendocose 2.0: è il momento di provare a concretizzarle.

Mi troverete e ci troverete anche là, anzi ci state già trovando da giorni con tanti contenuti e articoli.

Continuiamo con quello spirito divertente e leggero, per offrire un servizio alla città e all’isola ma anche per far circolare buone idee e cose. Interviste, eventi, curiosità.

Se avete qualcosa da proporre – idee, storie, news – scriveteci! 🙃

Sitges e la Catalogna, le due facce della Spagna

Prendere i treni di notte in stazioni vuote è una ginnastica per l’anima.

Lascio Sitges come sta per piovere.

La vitalità di queste città iberiche sul mare, così uguali con il “solito” lungomare di spiagge lunghissime, ristorantini, caffè , case basse e centro storico medioevale è sorprendente.

Ogni angolo rivela una ricchezza di storia e cultura, unendo il passato e il presente.

La Spagna e la Catalogna sono così, l’ho capito: tradizionali e rispettose del passato, tenuto orgogliosamente vivo delle insegne dei negozi fino alle feste religiose, ma pure consapevoli del presente e del dinamismo della società. Un compromesso, come nella lingua che rimastica i termini inglesi e li propone nella versione locale.

Si respira sempre una grande vitalità. La musica, il movimento continuo della gente, le birre come fosse una fabbrica, l’olio in ogni dove, la spiaggia come un agorà, i bimbi che giocano ovunque a pallone con le maglie del Barcellona, i parchi e le piazze affolate di giovani e anziani e la chiacchiera quasi fastidiosa della gente.

Non a caso qui è passato, leggo, anche il Modernismo catalano. Gli artisti continuano a trarre ispirazione perché l’aria sfuggente glielo suggerisce.

Ho incrociato così la storia di Santiago Rusiñol y Prats, artista, scrittore e drammaturgo catalano che ha esercitato in un’epoca di impressionante effervescenza nella cultura di una Catalogna borghese e cosmopolita.

La Chiesa di Sant Bartomeu i Santa Tecla, quella che si nota in ogni cartolina e foto, sembra quasi tuffarsi in acqua. Una bella scoperta all’interno: è ricca di ornamenti e di particolari. La trovi vicina al mare – strano, rispetto al solito – una sentinella silenziosa, un baluardo dalla furia delle onde che oggi non hanno dato tregua. Divide la città in due, così come due spiagge, la Platja de Ribeira e de La Fragata e quella di San Sebastià.

Proprio vicino alla Chiesa c’è il museo del Cau Ferrat fondato da Rusinol per conservare e mostrare la sua collezione d’arte. L’ha donato alla città per l’affetto che provava.

Quanto l’amore per gli artisti ha dato lustro alle città? Ma questo amore non va isolato: è poi attaccamento continuo di chi ci vive.

That’s all fuck!

Il Viaggio che sa di Cammino sta per finire.

Ho ancora un po’ di tempo per me come le ultime Brooklin incartate d’argento che spuntavano dalle tasche dei Levi’s prima della scritta minacciosa BENVENUTI A CAGLIARI.

La stanchezza affiora. Le gambe – per fortuna – resistono bene, la testa pure. Aveva ragione è quell’amico che fa il verso al venerdì per dirmi “le gambe sono tutto!”.

Le storie sul quaderno sono avanzate. Ho fatto foto, pochssimi video. Ho ascoltato poca musica seguendo più i rumori e i silenzi. Ho corso un pochino, quanto bastava per dire che l’ho fatto. Ho camminato molto. Credo che in totale abbia accumulato non meno di cinquanta chilometri, tanti con lo zaino di oltre dieci chili. Mi accorgo che posso togliere ancora qualcosa per renderlo più leggero. Una maglia in meno e forse il computer. I libri letti con l’ebook non sanno di nulla, sono sesso senza coito.

Ho meditato ogni giorno provando a cogliere l’energia dei luoghi, il genius loci. In alcuni casi mi son immerso, in altri ho dovuto aspettare, in altri mi son sentito estraneo. Ho imparato qualche parola e frase di castigliano che non avevo. Ho letto in catalani. Ho visto e ballato la sardana. Ho fatto tante gaffe. Non ho capito cosa mi dicevano gli altri e ho risposto YES. Ho incrociato storie di artisti e persone che voglio approfondire. Ho letto un po’di Pessoa e Proust, faticosi e intensi che meritano attenzione e cura. Potevo mangiare meglio, questo è vero. Ho riaffermato il mio amore per i treni, specie la notte, e la salvezza dei bus.

El prat è immenso, ma senza poesia. Le vetrine patinate, i caffè con logo studiato, le cose unitili del duty free.

Due persone urlano. Riconosco la parlata. “Lo vedi che imbarcano là?!”. Nella moltitudine dell’aeroporto sono protagonisti della scena. Sono sulla strada giusta per il gate. Incontro un amico che non vedevo da tempo immemorabile. Anche lui è innamorato di questo paese e ha la fidanzata spagnola. Chiacchieriamo e raccontiamo un po’ di esperienze e viaggi, paesi da vedere e scene da viaggiatori. Tipo che quando l’aereo atterra nella nostra città tutti si alzano in piedi prima che il comandante tolga l’indicazione delle cinture. Sorridiamo anche perché l’aereo per Cagliari sia sempre parcheggiato in fondo alle piste.

Caos allla partenza. Bagagli che volano. Davanti a me un sardo dice a uno spagnolo che ha lagato per avere lo zaino in cappelliera, ma lo spagnolo gli chiede di metterlo sotto che altrimenti non sta il suo trolley. Alla fine stanno tutti e due. Le hostess sono le più pazienti e sorridenti che abbia visto.

In volo vicino a me c’è una coppia spagnola che legge un portentoso volume turistico sulla Sardegna. Si sofferma sul Sulcis. Confermo l’ottima scelta con una frasettina che mi preparo da Google traduttore.

Atterriamo. Il venticello caldo e umido della Sardegna. La prima scala mobile non funziona. Cartelloni sardi. Sardo buono, sardo bello, compra sardo. Non rubare la sabbia ched’ è peccato. Lo sguardo degli agenti della finanza. Niente sapone nei bagni. “Ha cambio?” solita scena al bar con quello sguardo di traverso che solo noi, solo noi, canterebbe Cutugno.

Stazione di Elmas Aeroporto. L’obliteratrice non funziona. I turisti hanno timore di essere multati. Un anziano francese fa la foto alla rotaia e sorride. Nessuno a cui chiedere. Avremo sbagliato posto?

Il treno ha la temperatura di un discount d’estate. Una voce squillante ricorda gli abbonamenti pendolari. Il controllore ha un codino, un ciuffo bianco e doppio orecchino. Controlla con tono gentile. Tempi che cambiano.

Niente fermata a Santa Gilla, che poi mi chiedo ancora a cosa serva. Domande senza risposta.

Stazione di Cagliari, corsa finita.

Piazza Matteotti. Transenne. Cacca di cane. Panino mangiato a metà. Sguardi torvi. Transenne. Solo i turisti hanno sguardi curiosi e pieni di fiducia.

Poi ci sono io, viaggiatore a casa mia. Che poi casa mia è un concetto pericoloso, prevede un proprietà e la presenza di un “altro” che non sarebbe a casa.

Fine della poesia. La più grande missione è trovarla ancora, in una terra bella e violentata, che come me ha paura del mare e di tutto quello che c’è fuori. Quella poesia, dove si è nascosta? Questo bel venticello da qualche parte ci porterà.

Gratitudine di fine estate (da dj)

Gratitudine.

Sì, l’estate non è finita.

Ho due ore di ritardo di volo, biglietti del pullman bruciati e non ho capito bene a che ora arriverò in Spagna.

È stata una stagione musicale potentissima.

Ancora non ci credo ma la metto tra migliori della mia oramai lunga vita da dj. Tantissime serate, eventi, festival e due dischi usciti su Spotify.

Penso alla stranezza della vita come il cuore che provo a fare per questa foto, attirandomi – giustamente – i sorrisi e le ironie di chi mi sta vicino di posto. Ci rinuncio, non riesco a farlo bene.

Questo cuore è come me, imperfetto e incerto, asimmetrico e tutt’altro che memorabile. Il cuore di chi prova a far quadrare le cose e mentre si architetta a cercare una perfezione che non raggiunge mai poi le cose vanno.

Todo se cumple, lo dico spesso.

L’importante è il senso. Significa amore e gratitudine.

Sono arrivate tante belle cose che hanno lenito i dolori delle mancanze.

Grazie a chi c’è stato, ieri come oggi, sotto la

consolle a ballare o in qualche locale ad ascoltare i miei djset, ma anche a chi solamente mi ha supportato con tanto affetto.

A presto! 🫶

Grazie in particolare

Bacàn Club Nautico Chia Palazzo Doglio Sunshine Rey Costa Rei Sardegna Maiori Villasimius Porto Turistico Calasetta Soul Club Saia

Sono andato a vedere Paul Kalkbrenner al Red Valley

Red Valley, un Cagliari-Olbia andata e ritorno, gli Articolo 31 e soprattutto Paul Kalkbrenner.

(Pezzo lungo ma ne vale la pena)

15 agosto, una promessa rispettata: andare al Red Valley. Laura e lo staff sono gentilissimi nonostante la mia richiesta in extremis. Laura mi risponde nei giorni caldi, dopo qualche secondo, su whatsapp: c’è altro da aggiungere sulla sua professionalità e disponibilità?

“Purtroppo” le mie serate da dj mi negano spesso il piacere di godermi, senza l’ansia della consolle, tanti appuntamenti ed eventi musicali.

Parto alle quattro e mezzo. La 131 è lunga e arsa dal sole. Ho tempo per un caffè all’oasi di Sant’Ignazio dopo Sardara, poi proseguo la salita continua verso Olbia.

Arrivo in serata, il traffico è scorrevole tranne qualche rallentamento: le navi sono in partenza, il sole è andato via creando una tavolozza di colori in lontananza. Da lontano, appare il palco del Red Valley con la sua sagoma imponente: ecco la direzione!

L’area industriale, dove si svolge il festival, è vasta, piena di spazio e parcheggi. Scelta azzeccata. Faccio una pausa a un bar caffe di un distributore di benzina in una strada chiusa. Per loro questi giorni sono un eldorado: posizione strategica, tantissima gente di passaggio ma nessuno strozzinaggio. I caffè vengono 1,10, la birra, buona e fresca, 3,50 euro. Onesti. Il bagno, a pagamento (sarebbe anche giusto) è pulito.

Cinque minuti di camminata e sono già agli ingressi. L’accesso vip/media sta dalla parte opposta a quello normale, dove si sviluppa una lunghissima e ordinata fila. Si sente già l’EDM dell’esibizione di Vlady. Il vocalist incita la folla che risponde in preda alla crescente emozione per l’evento. Decine di persone guardano l’evento da una rampa stradale.

L’area vip si riempie alla spicciolata. Le parlate che incrocio sono tante: milanese, toscano, gallurese, inglese e tedesco. I look vanno dalla camicia bianca o a righe marcata alla più classica t-shirt. Sui tavoli arrivano di continuo bottiglie con cestelli illuminati.

I divanetti sono marcati e son situati nella pedana più bassa. Sopra il banco bar ruotano delle piccole discoball.

Tutto è organizzato perfettamente e anche scendendo tra la folla e godendosi l’evento “dal basso” il Red Valley non lascia spazio ad allestimenti precari e raccapezzati: tutto è brandizzato, chiaro e senza troppa fila. Cibo e acqua, food, birra e cocktail. Mi chiedo se siamo davvero in Sardegna dove il confine tra (tanti) eventi e sagre – con tutto rispetto – è sempre labile. Dove la musica quasi mai è centrale ma viene riempita di inutili orpelli.

Tananai indossa una camicia bianca che dura il tempo di una prima sudata: poi è una canotta nera, volto rassicurante e sorriso da bravo ragazzo. I telefonini si accendono e spengono. I genitori accompagnano i figli provando a cantare le canzoni.

Il giovane cantante dialoga col pubblico. Chiede a tutti di non affidarsi a guru o esempi. Racconta di sè e di canzoni nate durante periodi bui, nelle cantine. Chiude con Tango, dedicata a una coppia ucraina divisa dalla guerra, e la voce del pubblico lo accompagna.

Negli intervalli la musica accompagna il veloce movimento delle maestranze che a tempo di record fanno i cambi palco. Red è la scritta che domina, che sia l’evoluzione del marchio? La line up rispetta quasi puntualmente gli orari. Non è mai scontato che accada.

Quando entrano gli Articolo 31 le generazioni si danno una mano. “Un urlo per l’articolo31” con l’urletto di Jad. Poi Funkytarro, Gente che spera, 2023. “Voglio parlare con la musica” dice J-Ax, ma in verità parlerà anche senza. Volume, Italiano Medio, Domani smetto, La mia ragazza Mena, Domani, Spirale ovale.

J-Ax, accompagnato anche da Space One che supporta la voce, racconta le critiche: “Contro di noi c’è sempre discriminazione. In passato perché eravamo ignoranti di periferia, oggi perché io e Jad abbiamo i 107 anni insieme. È ageism, spiega, “dicono che dovresti smetterla di comportarti da ragazzino e vestirti da animatore. In verità siamo orgogliosi di quello che siamo stati e che siamo e promettiamo di non diventare mai dei vecchi tristi come quelli che ci criticano. Noi siamo un classico, voi dei vecchi di merda”. Applausi. Immancabile capitolo mariujana: “Come nel 1994 continuiamo a dire che su certe cose la gente abbia diritto di decidere”. La sfida: facciamo un Coffee shop a Olbia. Arriva così Ohi Maria e Maria salvador. Poi ancora “Disco paradise” con un altro filo polemico: “A volte ci dicono falliti o in questo caso venduti. Quando chi chiamano venduti significa che abbiamo un pezzo in classifica. Per seguire gli Articolo non ci vuole età ma mentalità”. Dito puntato al cervello.

Nel privè i bimbi scorrazzano, i grandi fanno selfie e video, le donne salgono sui divanetti per ballare. Elodie dopo gli Articolo 31 fatica ad aver lo stesso contatto col pubblico. Normale. La sua band è internazionale, le coriste supportano egregiamente, i pezzi cominciano a essere tanti ma la sua presenza sul palco, nonostante la bellezza e la grazia, un abito nero che lascia molto spazio all’immaginazione, concede solo qualche fiammata. Anche lei lo ammette nei saluti finali “Grazie. Avevo paura perché siete davvero tanti”.

Poi arriva lui, l’ospite che attendevo. Paul Kalkbrenner.

Il palco si fa minimale: via batteria, piano, microfoni e chitarre, resta una consolle e sua strumentazione davanti. Non ci sono piatti o cdj.

L’artista tedesco suona senza compromessi, effetti speciali o vocalist, lavora sul mixer e computer intensamente, gioca con le frequenze in maniera quasi ansiogena.

Suono diretto, techno di matrice tedesca, con lunghi inframezzi che anticipano la potenza del kick e del basso. Cominciano viaggi sonori senza tregua. Partenze e arrivi. Ci sono le più “conosciute” No goodbye, Sky and Sand, La Mezcla, Jestrupp.

I video sui grandi schermi diventano in bianco e nero per dare un effetto più residuale, lo riprendono sul viso con la sua alchimia scenica e vanno a scrutare le sue mani. Felpa nera laccetti bianchi, si accende diverse sigarette e beve, guarda il cielo in perfetta connessione col suono.

La luce pulsante segue il ritmo, il suono crea un’atmosfera di continua anticipazione. Man mano che il ritmo si sviluppa, la gente – la techno, inutile dire, non è un genere di massa in Italia, figuriamoci in Sardegna – inizia a sentirsi a suo agio, lasciandosi trasportare dai pulsanti beat non certo simili a quelli sentiti fino a mezz’ora fa. Le percussioni ipnotiche e i bassi profondi si fondono con melodie roteanti e intricate, creando un’esperienza sonora coinvolgente.

Kalkbrenner alterna in oltre un’ora e mezzo momenti di tensione ed energia a pause emotive, permettendo al pubblico del Red Valley di vivere un caleidoscopio completo di emozioni. Strati sonori e transizioni fluide e lunghe tra i brani nascono, come dicevo, dal suo controllo sulle attrezzature per manipolare i suoni, aggiungendo effetti audio e modulazioni che intensificano l’esperienza.

Quando il set si avvicina alla conclusione, il tedesco regala al pubblico una traccia finale, la storica Aaron, che unisce tutti gli elementi chiave del suo stile musicale.

La commistione tra pop e techno merita un elogio per il Red Valley. Riuscire a portare un artista come PK e buttarlo nella mischia alza l’asticella del festival che, come mi ha raccontato Laura tempo fa, vuol essere un contenitore di sfaccettature musicali.Senza nulla togliere agli altri, in particolare ai grandi Black Eyed Peas, il vero colpo è stato lui.

Abbiamo assistito all’audace connubio di generi che solleva il livello artistico, talvolta sfidando i preconcetti con qualche rischio coraggioso. E se taluni, specialmente i giovani, si interrogheranno sulla presenza di Kalkbrenner al Red Valley, già il semplice fatto di esporre e sentire il suo nome potrà innescare una curiosità che porterà gli ascoltatori a esplorare le sue playlist o a godersi le sue performance dal vivo (e i generi musicali affini). È un atto di semina, un’opportunità per arricchire l’esperienza musicale di chiunque.

Quando torno a casa, i pensieri mi avvolgono in quelle tre orette di strada statale. Dopo quasi centocinquanta chilometri, passato l’oristanese, finalmente incrocio un bar per far colazione. Un’oasi nel deserto. Nel cappuccino caldo ci sono ancora energia e briciole di musica del Red Valley. La musica, quel mistero magico, un linguaggio universale scolpito nell’etere, che parla direttamente alle emozioni, superando le barriere della parola e connettendoci in ogni momento. La musica, finalmente al centro.

Nick Tixi all’Ogopogo Festival!

Tixi all’Ogopogo Summer Festival.

Mancano pochi giorni al Festival Evento novità dell’estate in Sardegna: Ogopogo Summer Festival è in arrivo il 7, 8 e 9 luglio a Cagliari nello spazio Fiera.

Tantissimi gli ospiti nazionali e internazionali nella line up dei tre giorni: Purple Disco Machine, Hugel, Coez, Coma Cose, Luchè, Klingande, Mara Sattei, Pino d’Angiò.

Nick Tixi aprirà il dj set di Klingande sabato 7 e chiuderà quello di Hugel domenica 8.

Vi aspetto in Fiera!

Info e prevendite: www.ogopogosummerfestival.it

Bacan, il primo disco di Nick Tixi il 6 luglio su Spotify e tutti gli store musicali

Todo se cumple! È ora di partire per un nuovo viaggio musicale: Bacàn, il mio primo disco, sarà disponibile su Spotify – e a seguire su tutte le piattaforme – il 6 luglio prossimo!

Genere melodic house, è un omaggio a un percorso artistico e musicale che ho fatto in questi anni ma anche a un luogo, qui in Sardegna, dove ho potuto esprimere completamente, come DJ, quanto maturava già da tempo.

Potete fare il pre-save al link https://distrokid.com/hyperfollow/nicktixi/bacn

DJset, Michela Murgia e tempo che passa

Finisco il mio djset e mi godo le esibizioni degli altri dj e poi ancora degli ospiti.
Carico di adrenalina post prestazione, senza un briciolo di stanchezza nonostante tre giorni in giro, vago per la spiaggia alla ricerca di un punto di gravità permanente. Saluto amiche e amici che non vedevo da anni, curioso tra i volti della gente dall’altra parte della barricata, dopo averli ammirati dalla consolle.
Ringrazio Simonluca, poi Steve Sax e poi Alex the voice. Parlo con Guax di musica dance e Sandrone Murru che mi racconta della sua second life spagnola. E ancora tanti altri amici di consolle che abbraccio, Max, Fabrizio, l’altro Max, Roby, Gianfry. Appare anche Gianni insieme a Vale, poi Garghy e Deca. Sono stanco e non riesco a elencarli tutti.
In consolle sale ora Cristian Marchi. Il sole sta per andar via. Devo a tanti suoi pezzi la mia fortuna da dj. Gli sono grato ancora.
Poi mi allontano, prendo una sedia lasciata vuota, mi metto a guardare il mare. La bandiera è rossa, niente bagni anche perché il vento si è rinfrescato. Poggio lo zaino pieno di roba del viaggio e finisco il mojito.
Ripenso alla vicenda di Michela Murgia che ho appreso con dolore dal giornale, e tutto d’un tratto la leggerezza della musica diventa introspezione e pensiero.
Come si vive sapendo di avere delle grosse possibilità di morire a breve? Quali i pensieri, quali le sensazioni? Ci avete mai pensato? Può accadere a tutti. Forse è per quello che oggi più di ieri e di domani conta godersi solo il presente senza progettare e perdere tempo. Tagliando e sistemando, minimizzando i lamenti e facendo leva sulla volontà personale.

Mi sto aggrappando alla musica e alla scrittura. Lo vedo come atto d’amore verso gli altri. Come l’amore che davvero Ale ha saputo dare fino a quel giorno terribile. Anche la sua parabola aiuta a capire quanto siamo di passaggio e quanto tutto si risolva anche in pochi attimi. A nulla vale prendersela per cose che non resteranno.
La meditazione mi ha insegnato approcci nuovi.
Forse non ho costruito nulla, e se lo pensate avete ragione, ma sono certo di aver provato sempre a vivere come mi piace. Di essermi sbattuto per avere sempre più coerenza tra parole e azioni. E di imparare ad allontanarmi da chi ama mettere i puntini sulle i.
Se siete nel dubbio, non fatevi mai incravattare da un’esistenza che non volete. Mai.

Chilometri di strada, una festa da Dj e Murakami

Torno a casa dopo due giorni in giro per la Sardegna e ho il tempo di recuperarmi la consolle e andare a una bella festa di facce sorridenti. Sì, di quelle dove il ballo vien da sè come normale rito collettivo e liturgico.
Quando rientro, più o meno le tre, c’e Norwegian Wood che a far compagnia alla mia stanchezza accumulata.
Prometto di leggermi le ultime cinquanta pagine e prendo un grande respiro. Mi tuffo!
La scrittura di Murakami riesce a tenerti vivo fino a tardi.

Norwegian wood

Norwegian wood è un romanzo profondo e introspettivo. Un lungo flashback che ripercorre l’adolescenza del protagonista, Toru Watanabe che vive a Tokyo in un collegio universitario.
È andato via di casa per ricominciare una nuova vita, lontana da un passato ingombrante. Nella nuova città fa la conoscenza di personaggi bizzarri che gli apriranno nuove possibilità.
La sessualità viene trattata in modo piuttosto esplicito, coerente al contesto giapponese.
Eros e Thanatos, Amore e Morte. Scontro continuo. La morte è il filo conduttore,
collega tutti i personaggi e impregna la trama di toni malinconici.
A soli 17 anni il suo migliore amico si è tolto la vita. Toru prende così consapevolezza della morte, una consapevolezza che lo accompagna e che diventa il modo con cui trova l’amore.
Attraverso due ragazze: l’innocente Naoko, la tenerezza e la rinuncia, e la vivace e irriverente Midori.

La musica di Norwegian Wood

Non sei ma solo nella lettura: c’è sempre musica, con la presenza soprattutto dei Beatles e la lentezza ritmica della scrittura, le descrizioni accurate di Murakami che fa osservare da vicino le vite di tutti i personaggi.

Le domande di Murakami

Alla fine non ci sono certezze ma altre domande. Bisogna cogliere il tempo e saper scegliere.
“Cerca di pensare che la vita è una scatola di biscotti. […] Hai presente quelle scatole di latta con i biscotti assortiti? Ci sono sempre quelli che ti piacciono e quelli che no. Quando cominci a prendere subito tutti quelli buoni, poi rimangono solo quelli che non ti piacciono. È quello che penso sempre io nei momenti di crisi. Meglio che mi tolgo questi cattivi di mezzo, poi tutto andrà bene. Perciò la vita è una scatola di biscotti.“