A volte un paio d'occhiali…


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Ogni tanto mi diverto a indossare anche in giro degli occhiali colorati, quelli da 5 euro che potete trovare in qualsiasi negozio cinese o dai senegalesi


La cosa che più mi sorprende è la reazione di alcune persone. C’è chi mi tratta da pazzo, chi non mi vede da tempo e pensa che mi sia bevuto il cervello (è successo con un amico di vecchia data, tranne poi notare che faceva le stesse cose qualche mese dopo) e qualche altro sorride e capisce il gioco.

Ecco, quello che voglio fare è regalare un sorriso, molto semplice. Svelato il trucco: lo dico perché spesso qualsiasi tentativo sdrammatizzante viene visto come il primo segno di pazzia e di rincoglionimento soprattutto in questa città triste e perbenista. Probabile che stia diventando pazzo, ma ancora sono consapevole dei miei gesti.

L’episodio degli occhiali mi ha fatto spesso riflettere sul fatto che si sorrida troppo poco e che ogni slancio entusiastico sia visto con sospetto. Entrate in un locale o avvicinatevi in un luogo dove non siete conosciuti: la sensazione è che incrociate sempre guardi di sfida (pardon, shfida) e occhiatacce. Chi è costui? Cosa vuole? Che ci sta a fare qui? La gente vede messo in dubbio il proprio territorio, come animali.

Spesso entro in progetti e collaborazioni, ci metto molto entusiasmo e allegria, apro la mente e butto ogni idea, vado “oltre”, e questo genera problemi. Lo noto. Eh no, bisogna tirare il freno a mano, essere abbottonati, rispettare gli schemi e le competenze. Ma per carità.

In discoteca, per esempio. Nessuno sorride: i buttafuori, gli organizzatori, i barman, i riscontristi, i gestori, tanti dj. Sono tutti perennemente incazzati o seri per darsi il tono della professionalità. Qualsiasi gesto che un dj compie, rispetto a uno schema ben definito (il dj non sorride, non si muove, mette sempre la stessa musica, non deve fare nulla di speciale) è malvisto. Ma, credo, il dj è un artista, non può essere un cliente, non può essere un organizzatore o un ragioniere, non può essere un triste. È un trascinatore di folle, non puoi mai sapere cosa farà. Invece.. Allora ne vedi dj seri, tristi, vestiti come clienti, che non si spostano di un millimetro e che mettono dischi che indovineresti ogni volta. Che cosa ispirano alla gente della pista? Che ci fossero o non ci fossero farebbe differenza? mettete un cd.

Mi ha fatto ridere una recente serata in cui mi sono presentato con la vecchia maglia del Cagliari, cambiando radicalmente la scaletta classica, quando sotto la consolle un tizio “adulto” mi controllava per un bel po’ di tempo con viso schifato e occhi granati quasi a dire “custu ‘esti maccu”. Fantastica scena. Di gente così ce n’è tanta.

Guardatevi in giro: la gente ha smesso di sorridere. Eppure sorridere è gratis. Oppure giudica il sorriso e l’entusiasmo come una minaccia: cosa vorrà questo? Che strano! Siamo talmente abituati alle scortesie che quando ci sorridono c’è qualcosa che non va, dobbiamo indagare: vorrà fotterci? Io continuo a ridere, e vado lontano dai tristi e dai pessimisti. Dai barman che non sorridono, dai collaboratori che non scherzano. Sappiatelo.

Si deve ridere, per svuotare l’anima, curarsi con il riso, scherzare: l’ironia è l’unica cosa che ci può salvare. È un gesto di apertura, di solidarietà, di complicità. Un sorriso disarma.

Ho lasciato perdere tante persone. Erano brave, educate, per carità. Ma avevano un grosso vizio: non sorridevano mai. Peccato mortale.

Ieri ho incrociato un cingalese o forse era filippino all’uscita dell’Iperpan di viale la Playa. Erano le 8 e mezzo. Finivo la spesa e andavo a casa. Era là, solo, con la sua roba, appoggiato a un palo. Mi ha chiesto come stessi, con gentilezza e un sorriso enorme. Io dicevo “bene”. Lui “Tempi duri”. E continuava a sorridere. Il suo sorriso illuminava tutto. Gli ho dato qualcosa, 1 euro, non mi interessava la roba che mi voleva vendere e gli ho detto: “mi hai regalato un sorriso, questo era più importante“.

Ha continuato a sorridere.

 

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