Santa Margherita, Ferragosto del 1983 quando, con la famiglia dei miei cugini Serra, ci ritrovammo a mangiare in una casa ancora in costruzione al viale del Nettuno.
Tavolate improvvisate: tovaglie di plastica sempre troppo corte, teglie di pasta al forno, pollo e gazzosa Primera. Cibi umili eppure festosi, cucinato con amore dalle mamme, custoditi nel lungo viaggio sulla Sulcitana, gustati tra le travi nude di una villetta appena iniziata, proprietà di altri zii.
Sembrava quasi un capodanno nazionalpopolare, o per usare una parola più giusta, da poveri: quella casa per noi era un sogno impossibile, eppure con un calore che nessuna ricchezza avrebbe saputo restituire.
Dall’anno dopo in poi, quando la villetta fu finita, Santa Margherita e la Perla Marina divenne il sogno di ogni bambino mio e della mia generazione: un luogo per pochi fortunati, che custodiva promesse di eccitazione e avventure, un punto fisso dell’immaginario estivo.
Quando i miei zii – doppiamente imparentati con i miei genitori, fratello e sorella uniti a sorella e fratello – ci invitavano in quel rifugio fatato della bella stagione, io avevo a disposizione una cameretta tutta mia che si affacciava sul giardino retrostante, immerso nella pineta.
La mattina mi svegliava il profumo resinoso dei pini, la notte mi addormentavo al canto ritmato delle cicale. Una magia che addolciva la vita, mentre le zanzare ricordavano che ogni incanto ha pure un prezzo e senza Autan c’era poco da fare.
La sera, il sogno era andare a mangiare la pizza al nuovissimo locale che avevano aperto, si chiamava Barcavela. Pensavo fosse davvero una barca ancorata al mare, collegata alla terra, e un po’ quella fantasia mi spaventava.
Ci suonavano gruppi dal vivo che io invidiavo: li guardavo, gelato in mano e libertà di allontanarmi dai tavoli di crastuli dei miei. Ero forse l’unico ad ascoltarli davvero, a studiarli, con gli occhi pieni di desiderio, immaginando di poter essere al loro posto. Che emozione quando la cantante mi notò e salutò al microfono: “un saluto a te, ragazzo col gelato chiaro!”.
Un’estate c’era pure il concerto di Peppino di Capri: la gente arrivava elegante, in camicia o con il maglioncino sulle spalle, gli abiti estivi buoni delle occasioni. Il suo impianto era così potente che la musica si diffondeva in tutto il condominio. E Champagne diventò un altro pezzo colonna sonora dell’infanzia e della vita.
I giovani avevano il loro punto di ritrovo al bar dell’Abamar. Lì, motorini allacciati e caschi solo per chi aveva le moto di grossa cilindrata, il jukebox diffondeva senza tregua Self Control di Raf, come se fosse la colonna sonora della nostra stessa vita. Ma quell’estate, la colonna sonora più autentica era custodita in una cassetta nera BASF che mio fratello aveva fatto a maggio e diffondeva sul suo radione Phonola: dentro c’erano pezzi come State of the Nation, Street Dance, Sneaking out the back door e altri brani che giravano senza fine per sessanta minuti. Io potevo solo ascoltarla quando ero fortunata, ma mai possederla.
Se oggi qualcuno mi chiede perché sono innamorato della musica, rispondo senza esitazione: perché ho avuto un fratello che mi ha trasmesso questa passione come un’eredità invisibile. E forse anche per questo sono diventato DJ.
C’ersno le mattine sotto il sole del mare: che emozione, arrivando in fondo al viale, scorgere quella fettuccina azzurra che annunciava la spiaggia, l’odore dell’olio solare che impregnava la pelle e le magliette, una grossa aragna che mi punse lasciandomi un dolore tremendo che mi porto ancora oggi nella mente.
Giornate infinite in spiaggia e poi pomeriggi lenti, sospesi nell’attesa. Attendevamo sempre l’autorizzazione dei nostri genitori per poter uscire. La pausa cominciava con la fine della puntata di “Anche i ricchi piangono” quando i grandi si addormentavano sugli intrecci di amore e famiglia di Mariana e Luis Antonio.
Era l’ora sacra del riposo, che durava fino alle cinque: persiane socchiuse, ventilatori che muovevano l’aria calda, e il tempo che pareva fermarsi.
Nei dopopranzo inventavamo giochi semplici: ci aiutava l’immaginazione quando non si usciva e poi ci scatenavamo in guardie e ladri, gare di bici, mercanti improvvisati con oggetti qualunque. C’era il rito della ricerca dei pinoli, che delizia mangiarli!, i gavettoni, e i fratelli di una casa vicina che facevano giocare – a pagamento – gli altri con un Atari nel salotto. Che magia, quei colori sgranati sullo schermo, che sembravano provenire dal futuro. Un futuro troppo lontano.
La sera, al campetto di Perla Marina, andavano in scena partite da Champions League: spalti improvvisati, pubblico rumoroso, e noi piccoli che cercavamo di entrare nel club dei grandi, sentendoci già calciatori veri. A otto anni, però, restava solo il sogno di calcare quel pesantissimo asfalto.
Poi il tempo è passato. Santa Margherita l’ho ritrovata più avanti nella vita: ci sono tornato per amore, per amicizia, per le discoteche che segnavano nuove stagioni. Prima da cliente, poi da DJ: Crocodile, Sa Launedda, Aquilone, Baia Chia. Più tardi ancora nelle mega discoteche Zelig e con posti come Millenari. Poi arrivò lo Tsunami, la prima versione e anche là tanti ricordi da dj, ma era già un altro mondo, un altro capitolo di vita.
Alla fine, è proprio vero: i luoghi ti richiamano, non ti lasciano mai andare del tutto.
Oggi, però, quando ci torno, il paesaggio è cambiato. Il bar dell’Abamar ha chiuso, la pizzeria dietro non c’è più, e non si va più a fare la spesa alla vecchia cantoniera. Restano i pini, restano i nomi dei viali e le case, molte anche vendute o affittate, restano i ricordi.
Non c’è più la musica, o forse siamo noi che non riusciamo più a trovare quel senso di appartenenza in una canzone.
Ti senti un po’ derubato dei sogni di bambino, delle emozioni facili che credevi fossero tue, dei pomeriggi infiniti senza pensieri in cui l’unico obiettivo era aspettare le cinque per uscire di casa.
Crescere significa anche questo: scoprire che diventare grandi è, a volte, un affare brutto. Basta vivere il presente con un po’ di quella spensieratezza col profumo di olio di cocco, senza distanziarsi troppo dal proprio cuore, che è sempre, in fondo, lo stesso.