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Ultima notte danese. Mi siedo su un gradino vicino alle vetrine multimarca di Strøget a Copenaghen e mi godo la gente.

Il freddo punge attraverso un venticello bastardo e mi fa dimenticare il resto, rischiara la mente e velocizza i pensieri.

Una musica elettronica in cuffia non lascia scampo: muoversi, viaggiare ora e sempre. Vivere al massimo cercando nuovi luoghi e mari, togliendosi di dosso le zavorre.

Non sembra che qui sia finita l’estate, anzi è stata un concetto inesistente qui dove si vive tra nuvole e pioggia, sto aspettando già la primavera. Tredici gradi, impensabile amisciii. Quattro giorni fa ero giù, chi se lo ricorda? Chi si ricorda le amarezze, le telefonate inattese e i voltafaccia? Il caldo da annebbiarti la mente e rincoglionirti l’anima? Mi ricordo le cose belle.

Il viaggio riordina tutto e riporta priorità, specie se con due ore di volo cambi mondo e cielo. Ci vuole.

Non ho nessuna presunzione di capire il mondo in un viaggio ma viaggio dopo viaggio magari capisco qualcosa di me stesso

(È la birra danese)

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