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Poche città in Sardegna hanno un lungomare. Non è così scontato anche se siamo in un’isola.
Il lungomare non è solo un luogo fisico, una strada, un lastricato, è un’esperienza di vita, una filosofia, un modo esistenziale, un affacciarsi al mondo e alle sue vicissitudini.
Avevo promesso di tornare ed eccomi qui, per fortuiti impegni di lavoro e per chiedermi «cosa posso fare io per la Sardegna?». Scoprirla, sentirla, senza la presunzione di capirla. Anche se cerco in Sardegna cose che difficilmente fanno parte dell’immaginario tipico del turista. Non la massa, non la spiaggia patinata, non il luogo strafrequentato. Cerco leggerezza e malinconia, cerco ancestralità, che sono parole complesse in un mondo sempre più assetato del peggior marketing, quello che dimentica il valore assoluto delle persone.

C’è questo lungomare allora, dove il profumo della salsedine si appiccica in stanche ma dignitose barche dai nomi diversi, femminili più che altro, ormeggiate in maniera quasi casuale e in attesa di riprendere il mare. L’ansia di chi si sente oppresso da una corda che lo lega.
Dove il profumo dei primi fritti a cena che le famiglie e le coppie aspettano con ansia aleggia insieme a gabbiani che descrivono geometrie.
Dove a una certa siamo rimasti in pochi a goderci un inutile mercoledì senza pensieri, lasciando scorrere via le amarezze e le delusioni dell’anima e riabbracciando il senso profondo.
Da onesti nomadi digitali, da dj senza fissa consolle, da scribacchini senza libro, viaggiatori precari riusciamo ancora a emozionarci davanti al mare.

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