insegnante

Sono reduce da due settimane di Tornei studenteschi di calcio a 5, un’occasione, come ogni anno, di prendere contatto con il mondo della scuola.

Ieri avevamo una bella festa sportiva organizzata dal Dettori, un liceo cagliaritano. Dietro l’iniziativa c’era una professoressa (Jenny Marica) che ha curato tutto, insieme ai colleghi e al nostro aiuto come staff della Federazione. Ma abbiamo visto tanti professoresse e professori di educazione fisica, impegnati nei campionati, organizzati dall’ex Provveditorato agli studenti, che spendono le loro giornate insieme ai ragazzi, li portano, li seguono e li riaccompagnano.

Ho pensato non solo alle belle emozioni e ai colori dei campi, alle gesta dei giovani giocatori in campo e ai fischi arbitrali, ma soprattutto a loro, che sono oramai le uniche figure chiave nell’educazione e nella crescita dei ragazzi. Tutto questo patrimonio di sapere e umanità è stato lasciato solo. Dallo Stato, dal Ministero, dalla famiglia.

I professori sono quelli che devono riuscire in un’ora su ventiquattro al giorno a lasciare un segno importante sui ragazzi, abbandonati a loro volta dalle famiglie (divise o troppo prese da altre faccende rispetto alla loro crescita) e in balia dei messaggi negativi di società e televisione.

Devono trasmettere il senso dello Stato, la nostra storia, la cultura, l’educazione, il rispetto delle leggi. Ci avete mai pensato? Devono insomma, insegnare a vivere (a vivere, mica Platone o la trigonometria o la seconda guerra mondiale) in quel poco tempo, preparare i giovani a entrare nella società di oggi, dove nessuno, neanche il più preparato e sveglio, viene risparmiato. Mica poco.

Eppure sono maltrattati da tutti: lo stato non riconosce più il loro valore, poi ci pensano i ragazzi e le famiglie con parole, illazioni, critiche, veleni. Senza parlare di video, registrazioni, foto, facebook dove ogni comportamento viene buttato nell’arena della chiacchiera comune e dei commenti non sempre gradevoli.

Tempo fa mi ha fatto dispiacere leggere tanti post e articoli che giudicavano gli insegnanti “nullafacenti” giusto perché era stato chiesto uno sforzo lavorativo, “tanto sono occupati solo 5 ore al giorno, anzi meno” si leggeva in giro. Peccato che queste 5 ore siano intense, a contatto con ragazzi spesso difficili,complicati, lunatici, nel periodo più delicato e straordinario della loro vita (provate solo ad immaginare cosa sia l’adolescenza), gli amori, l’essere non più bambino ma nemmeno adulto, la voglia sempre di emergere e aver ragione, il sentirsi tutta la potenza dentro ma anche l’infinita debolezza dell’età. E poi, credete che si godano il meritato riposo? Nemmeno per sogno: a casa a preparare le lezioni, organizzare una festa d’istituto, correggere i compiti, cercare spunti su internet o sui testi, aggiornarsi, partecipare alle riunioni.

Certo, non tutti sono così, non tutti i professori sono figure encomiabili, altri lavorano giusto per lo stipendio, per scaldare una cattedra, ma ne ho visto anche moltissimi (miei e non solo) ricchi di energie e di voglia di fare. Trascinatori come non mai. Ogni anno ne ho la conferma. La maggior parte (e io credo di essere stato un buon testimone) nonostante sia stanca, a volte delusa, incavolata, sconvolta o preoccupata, continua il proprio dovere. Va avanti, contro tutto e tutti.

Perché essere insegnanti non è un lavoro qualunque, che possono fare tutti: è una missione.

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