L’aeroporto di Vilnius era piccolo, quasi raccolto. Appena uscito, ho disseminato gli altri italiani lungo il percorso verso la fermata, che era a due passi. Clima nordico: pochi gradi sopra lo zero e leggera pioggia. Ho preso la linea 3G, puntuale, pagando a bordo. In quaranta minuti mi ha portato fino al centro. Un tragitto in silenzio, tra altri viaggiatori – pochi per la verità – e persone del posto.
Sono qui, questo è il viaggio del mio compleanno del 2025, grazie a un prezioso suggerimento dell’amico Giuseppe Marcialis, che mi propone e organizza sempre esperienze interessanti a poche ore di volo. E le capitali baltiche sono state un’altra scoperta bellissima in questi anni di andate e ritorni.
Sono sceso vicino al ponte: la pioggia lucidava la strada. C’era ancora qualcuno che correva con una casacca fluorescente o rientrava da lavoro. Prima di attraversare il ponte Zaliasis Tiltas, ho camminato lungo il fiume Neris: lì la città si mostra divisa tra una parte vecchia e quella nuova.

Ho proseguito fino all’ambasciata italiana, poi ho salito il moderno ponte Karaliaus Mindaugo Tiltas e ho continuato su Vurblevskio, dove sono comparsi i primi grandi palazzi storici.
La Piazza della Cattedrale mi ha accolto con i suoi spazi enormi, la torre campanaria esterna e il tempio neoclassico. Vicino c’era il Museo Nazionale della Lituania, una serie di edifici che la nebbia serale ha reso ancora più imponenti. Sullo sfondo c’era la collina di Gediminas. Mi son mentalmente segnato tutto per poi tornarci.

L’hotel era vicino, inserito tra i vicoli della città vecchia. Era tardi, la strada era vuota. Ho cercato via Bernardinų. L’orologio segnava le otto, ma sembravano le undici. Tempo di fare check in per quella che sarà casa mia nei prossimi giorni. L’edificio ho letto, è del XVII secolo.
Prima sensazione: l’atmosfera aveva il sapore del tempo remoto. Gli ambienti presentano arredi tra il classico e piccoli tocchi d’autore, biblioteche, salotti, pareti e pavimenti in legno. Le camere, altra sorpresa, erano a tema: ciascuna dedicata a un grande autore. La mia era intitolata a Dostovjeski, ho pensato subito a una coincidenza interessante da esplorare. Un soffitto alto, quadri alle pareti, due file di libri sul davanzale della finestra e un bel caldo. La sensazione di essere lontano dal presente pur godendomi il momento presente.
Sono uscito e ho cercato il primo ristorante. Su Pilies gatvė ho cenato a Katpėdėlė, uno
dei tanti locali sotterranei tipici di Vilnius. Ho ordinato pollo, una porzione generosa e – ahimè – fritta, accompagnata da patate ugualmente fritte, insieme ai cepelinai che sono grosse “zeppeline” di patate ripiene (carne, formaggio, funghi), piatto tipico insieme a una birra media bionda, la Švyturys.
Poche centinaia di metri e sono rientrato in Hotel con la città vuota e le prime luci di natale in qualche bar. L’hotel Shakespeare mi aspettava con le sue luci e una reception già vuota. Ho preso una cartina per programmare un po’ di spostamenti il giorno dopo. Il rumore dei miei passi mi ha accompagnato fino alla stanza, al terzo piano. Mi sono sdraiato sul letto iniziando a pensare al domani. Posizione perfetta, quella dell’Hotel: essere “nel cuore” di una. città significa davvero trovarsi immersi nella città vecchia, con il rumore lieve delle pietre, il passo misurato dei passanti.
Il primo giorno
“Svegliarsi in un altro posto”. È la bella sensazione del primo mattino di ogni viaggio. La sveglia mi ha regalato una bellissima vista sulla chiesa di Sant’Anna, piccola, slanciata, finissima, costruita con trentatré diversi tipi di mattoni e una facciata con un ricamo di archi e pinnacoli. Una leggenda locale racconta che Napoleone, vedendola nel 1812, avrebbe detto di volerla “portare in Francia sul palmo della mano”.
Ho fatto colazione in un magnifico salone con il solito mix – tutto mio – stranissimo di yogurt magro, pane integrale e uova sode, poi via con la passeggiata in giro per la città! Sono uscito direzione Cattedrale. L’ingresso mi ha regalato una struttura ampia, lucida, quasi sontuosa. Mi sono soffermato nelle cappelle, seguendo le luci filtrate dalle vetrate.
La Cattedrale, con il suo stile neoclassico, non mi è parso un luogo di ostentazione, ma di proporzioni perfette. Davanti, la torre campanaria si alzava fuori corpo della chiesa: un faro bianco. Attorno, tutto era movimento calmo: studenti, famiglie, viaggiatori, coppie che si sedevano ai margini,e gruppi che si muovevano in silenzio verso la salita del castello.

La mattonella della fortuna
Sulla pavimentazione, vicino alla torre campanaria ho cercato la Stebuklas: è una mattonella quasi anonima, che molti passanti calpestano ignari forse della sua storia. Quella è la mattonella della fortuna, chiamata Stebuklas, cioè “miracolo”. In apparenza un dettaglio, in realtà un simbolo per la città. È lì che, nel 1989, terminava la Baltic Way, la catena umana lunga 600 chilometri che unì Lituania, Lettonia ed Estonia. Una protesta silenziosa, fatta di mani che si tenevano, che segnò uno dei momenti più importanti della lotta per l’indipendenza baltica.
La mattonella rimane come punto finale, come memoria fisica.
La tradizione dice che, per avere fortuna, bisogna mettersi in piedi sulla mattonella, esprimere un desiderio e girare su se stessi in senso orario. Il tutto senza affrettarsi. Così ho fatto anche io, dopo aver osservato per qualche minuto i gesti degli altri: chi sorrideva, chi faceva finta di nulla, chi pretendeva che nessuno lo guardasse.
La collina di Gediminas e la Porta dell’Aurora
Son salito fino alla collina di Gediminas. Il terreno era compatto, a tratti ghiaioso, e lungo la salita si intravedevano le mura e il profilo della torre che man mano si avvicinavano. Sulla destra, più nascosta, scorreva anche la funicolare. La maggior parte dei viaggiatori, come me, preferiva la salita a piedi, semplice e simbolica.
Arrivato in cima, parliamo di dieci minuti di “fatica”, la vista si è aperta come un ventaglio sulla città: la Città Vecchia con i suoi tetti rossi, compatti e irregolari. Le cupole delle chiese che spuntavano una dietro l’altra. Il Neris che tracciava una linea curva, separando il nuovo dal vecchio le architetture più moderne, come di un’altra città.
La Torre di Gediminas, in mattoni, è tutto ciò che resta del castello superiore. Nonostante la struttura semplice, ha un valore enorme per la Lituania: è uno dei simboli dell’indipendenza, della storia medievale, e delle lotte più recenti.
Quando sono ridisceso, ho preso la via verso la Porta dell’Aurora, uno dei luoghi simbolici della città e l’unica porta rimasta delle antiche mura. Per arrivarci ho seguito Pilies e poi Didžioji g., la via che si allunga come una spina dorsale tra pasticcerie storiche, piccole librerie, alberghi e edifici barocchi.
Mi sono fermato per un caffè in uno dei tanti locali che si affacciano sulla strada – quelli con le vetrine ampie e il profumo di cannella che scivola fuori – e poi sono entrato nella Chiesa ortodossa dello Spirito Santo, riconoscibile per la facciata chiara e le cupole verdi. L’incenso ha avuto un profumo diverso delle chiese cattoliche, più dolce e avvolgente. Il coro, invisibile dietro l’iconostasi, ha riempito lo spazio con un canto lento, quasi sospeso.

Sono ripartito tra altre chiese e negozi addobbati: la Chiesa di San Casimiro, con le sue punte barocche; le botteghe che vendevano ambra e lino; i piccoli atelier di ceramiche. Il ritmo era quello delle capitali del nord: calmo anche quando le persone acceleravano il passo, silenzioso e garbato.
Quando sono arrivato alla Porta dell’Aurora, ho notato la piccola cappella in alto, dove è custodita l’icona della Madonna della Misericordia, una delle immagini più venerate di tutta la Lituania. La gente passava in silenzio, qualcuno si segnava, altri si fermavano un istante.
Subito dopo ho cercato qualcosa da mangiare. Ho trovato un locale della catena lituana Bernelių Užeiga – una sorta di fast food economico e gradevole – e ho preso una crema di funghi servita dentro un grande pane nero di segale, morbido dentro e leggermente croccante fuori. Un piatto perfetto per il freddo del pomeriggio.
Ho ripreso la camminata fino al Hales Turgus, il mercato vecchio della città, dove si mescolano bancarelle di miele locale, salumi affumicati, prodotti freschi e piccoli bistrot moderni. Da lì sono sceso nel quartiere ebraico, attraverso via Stiklių e via Gaono, un intreccio di vicoli stretti dove un tempo viveva la comunità ebraica chiamata “la Gerusalemme del Nord”. Tra botteghe insolite ho trovato il bar a forma di Orient Express, uno dei posti più curiosi del quartiere, e poi negozi di dischi indipendenti, piccole gallerie d’arte, caffetterie che esponevano foto storiche alle pareti. Ogni angolo era curato nei minimi particolari, accogliente, amichevole.
La sera ho cenato ancora in Pilies, a due passi, tra il rumore dei passi e il profumo dei ristoranti scesi di un piano sotto terra. Un fresco magico, ancora pioggerella sottile, lucine e tanta grazia. Quella che questa prima giornata di Vilnius ha saputo regalarmi, senza chiedere nulla in cambio. Solo amore e attenzione ai particolari.
(continua)