Tixi

Spagna, il mio viaggio a Chipiona

Quando ho scelto Chipiona mi attendevo un paese gemello di Sanlúcar de Barrameda, una sorta di eco dell’altra sponda. Invece, ecco la sorpresa: Chipiona non assomiglia a nessuno, se non a sé stessa. Una cittadina vicina al mare in tutta la sua corporeità, in perfetta simbiosi con l’Atlantico, con un fazzoletto di case bianche che sembrano spostarsi di un millimetro al giorno sotto l’effetto del vento, e strade che corrono parallele alle spiagge oceaniche come se non avessero altra scelta. È quello che cerco in ogni viaggio: un mare che rassicura, un ritmo lento che toglie le spine del tempo, poche auto e molte pause.

Lasciata la stazione dei bus, mi incammino verso l’alloggio. Primo pomeriggio, piena siesta. Cammino solitario per Avenida de Granada, dove anche le insegne sembrano dormire. Arrivo in Plaza Carlos I, davanti alla Parrocchia di Nostra Signora de la O, un’artista amata — così la chiamano alcuni abitanti, come se fosse lei a dipingere il paese col suo bianco. La chiesa, costruita nel 1579, ha una torre splendida decorata con azulejos dai colori marini e un interno pieno di tele che sembrano vive. Qualcuno racconta che prima qui ci fosse una moschea: non si hanno prove certe, ma in Andalusia le storie camminano più veloci delle verifiche.

La piazza è ampia e silenziosa, e come tante piazze in Spagna è salvata dal passaggio delle auto. Il bianco delle case si scontra con il cielo azzurro e invita a fermarsi, a sedersi, a non fare niente. Lo faccio. L’unica presenza è una donna che cammina con lentezza meditativa: posa i piedi come se dovesse chiedere permesso alla pietra. Per il resto sembra di essere in un paese disabitato. Poi, improvvisi, arrivano i rintocchi delle campane, profondi e vibranti, come se stessero salutando la mia presenza.

Di fronte alla Parrocchia c’è la Cappella dell’Eremo del Cristo della Misericordia, con un piccolo campanile a vela e un cortile raccolto. All’interno, una donna inginocchiata davanti all’altare del Cristo alterna parole a silenzi, come se negoziasse un piccolo patto quotidiano.

Esco fuori e una luce morbida si posa sulle case basse, sui balconi di ferro battuto pieni di fiori rossi, sul pavimento lucido, sulle persiane spalancate che lasciano entrare l’odore del mare. Da lontano arriva il profumo del pesce alla griglia: allora qualcuno a Chipiona ci sarà! Tutto sembra sospeso in una dimensione semplice, un tempo misurato in maree e tramonti più che in orari.

Le vie del centro sono lastricate, con vasi blu e bianchi, e abitazioni basse e curate. Le botteghe sono aperte ma vuote, se non per i commessi che attendono senza impazienza. Regna un ordine spontaneo, non imposto.

Sono in anticipo sul check-in e decido di puntare al mare, verso la Cruz del Mar.

La croce indica un punto simbolico: secondo l’antica tradizione, una croce veniva posta all’ingresso della città o agli incroci principali. Questa segnava l’antica Porta del Mare, da cui parte — o finisce — Calle Isaac Peral, lunghissima strada che taglia perfettamente in due il centro. Qui nel 1755 arrivò lo tsunami seguito dal terremoto di Lisbona, e si dice che la Cruz del Mar miracolosamente resistette alle onde. Ogni 1° novembre gli abitanti la commemorano.

La vista dalla croce è suggestiva: il Castello, fortezza di epoca musulmana, domina discreto. Costruito nel XV secolo, ha vissuto molte vite: prigione, sala del consiglio, caserma della Guardia Civil, hotel, e oggi museo dedicato ai rapporti tra Cadice e l’America. Immagino che quando la marea sale cambi tutto, ma anche così mi sembra un regalo.

Mi emoziona anche la spiaggia oceanica: sabbia umida e dura, tracce della risacca, più gabbiani che bagnanti. Le persone sull’arenile portano piccoli mondi: una coppia con sedie pieghevoli, qualcuno steso su un telo rosa, una señora che cammina lenta, forse la sorella spirituale della donna di prima. Nessuno ha fretta. Nessuno occupa la scena. Ognuno si ritaglia uno spazio domestico in questa piazza naturale risparmiata oggi dalla marea.

Più avanti una fila di palazzi bassi, un lungomare in cemento chiaro, palme alte. Architettura popolare, niente lusso, solo funzionalità. Chipiona non finge.

Oggi la spiaggia mostra il volto che preferisco: fredda, ventosa, quasi scorbutica. Pranzo al Bar Peña Bética, una grande mensa devota ai colori del Betis di Siviglia. Il menù è un inno alle fritture di pesce, ma vado controcorrente: petto di pollo ai ferri e lattuga, resistendo all’esercito di patate fritte. Cibo abbondante, servizio veloce, camerieri reattivi. Il tavolino esterno mi permette di acclimatarmi. Quando vado a pagare mi accorgo che dentro ci sono almeno cento coperti: una città dentro la città.

Alloggio in un bellissimo ostello — Gran Capitán — a due passi dalla Cruz del Mar. Una casa tradizionale andalusa con patio pieno di piante, una terrazza panoramica che vede il faro, bibite fredde a disposizione e camere distribuite tra piani e corridoi. La gestione è femminile e accogliente. La mia camera ha un sapore retrò: grande letto, materasso alto, mobili semplici, pulizia antica, quella fatta con pazienza.

Nel tardo pomeriggio, quando il vento porta l’odore del mare e del catrame delle barche, indosso le scarpe da corsa. Esco dall’ostello e riparto dalla Cruz del Mar. Incrocio la spiaggia de Las Canteras, che deve il nome all’antica cava (cantera) che un tempo riforniva di pietra la zona. Un po’ più avanti si vedono anche i corralitos de pesca, antichi recinti di pietra che emergono con la bassa marea e imprigionano piccoli pesci: un metodo preistorico che qui sopravvive quasi intatto.

Passo sotto il faro. Il faro di Chipiona domina tutto: è il più alto di Spagna e uno dei più alti del mondo costruiti in mattoni. La sua presenza è paterna: lo vedi ovunque, anche quando ti perdi nei vicoli. La notte la sua luce non smette di andare e tornare, come un saluto costante.

Dopo il faro si apre Playa de la Regla, lunga, dorata, piena di gente nonostante il vento. Qui si trova il Santuario di Nostra Signora de Regla, amatissimo. Un tempo c’era un monastero agostiniano costruito sulle rovine di un castello del XIV secolo; fu ricostruito in stile neogotico nel 1909. Le processioni con la Madonna trascinata da buoi sono celebri, quasi un rito collettivo.

Correre al tramonto è un piccolo atto di fede: strisce di cemento e sabbia si alternano, la città si mostra a un ritmo più lento, più umano. Il sole cala piano sull’oceano e colora tutto di rame e malinconia. Spengo la musica, sento i passi che affondano, le onde cancellano ogni traccia. Il faro si accende, le famiglie si raccolgono, i bambini costruiscono castelli inutili e bellissimi. L’ultimo chiringuito, Lucas, è già chiuso.

Chipiona ha un’altra anima: quella di Rocío Jurado, la cantante più amata di Spagna, nata qui. Una statua la ricorda sul Paseo Costa de la Luz, e gli abitanti parlano di lei come di una parente; si dice “la más grande”, con una fierezza che non ammette repliche. Mi torna in mente mentre torno verso il centro.

La notte scende. Ritorno su Calle Isaac Peral. Turisti in cerca del menù più economico, altri con una birra in mano, rumori di piatti, voci basse. Le insegne si accendono: Casa Paco, Las Tres Piedras, La Manuela. Ordino tonno rosso e vino bianco di Sanlúcar, il moscatel tipico della zona, e guardo la gente che passa: pescatori con le mani segnate dal lavoro, famiglie lente, turisti distratti. I tavoli sono pochi: il turismo qui ha le mezze stagioni come alleati.

Camminando verso casa passo accanto a un gruppo che canta canzoni flamenco-pop che non conosco. Mi fermo ad ascoltare. La voce del mare si unisce alla musica per un attimo perfetto.

Posti come Chipiona mi offrono spazio per respirare. Mi ricordano che anche la solitudine può essere un abbraccio, se sai restare nel ritmo lento dell’oceano, lasciando che il tempo scorra come l’acqua sulla riva: senza resistenza, senza pretese, senza desiderio di trattenere nulla.