Non è solo musica, non è solo DJ.
Dal Bosa Beer Fest a Cagliari passando per Norbello e sorprendendomi ancora. Peregrinazioni.
Vado via da Bosa con la sensazione di aver vissuto giorni che resteranno. ammetto che è stato davvero un festival pazzesco, ricco di musica ma soprattutto di tanta umanità che ho visto nell’organizzazione e nei colleghi.
Non racconto tutto subito, preferisco lasciarlo sedimentare per scrivere un bel messaggio di gratitudine e pensare che “non sia solo musica”.
La costa occidentale, anche quando la lascio alle spalle, continua a lasciarmi qualcosa dentro. Esperienze profonde, scoperte ed emozioni, gente cordiale e tanti pensieri scintilla ti.
Cerco un ristorantino, uno di quelli che chiamo sinceri, prima di riprendere strada verso casa.
La ricerca casuale – ma non troppo oramai – mi porta a Norbello, davanti a un nome curioso: L’Avvelenata.
Dentro è tutto coerente all’impegno del nome. La musica di Francesco Guccini – autore delle canzoni – gira in sala, poi Gaber e i primi Litfiba, intorno libri, dischi, oggetti anni Settanta e Ottanta, fumetti, videogames.
Fabio e Andrea, che gestiscono il posto, mi raccontano del paese, dello spopolamento, delle difficoltà e della situazione della sanità del presidio di Ghilarza. Ci sono però anche speranze e si materializzano qui, in questo ristorante che nasce da uno spazio recuperato dal Comune. Un’idea fatta bene, di un sindaco, e messa in moto da persone come loro. La vicinanza con la statale aiuta, il paese ha un migliaio di anime.
Mangio senza fretta, mi offrono una liquirizia di Paulilatino.
Sembra la solita mia coincidenza, ma c’è anche una festa di paese. Incontro una locanda che vende panini a ritmo di Ska-p. La tipa ha braccia forti, serve cantando e con gesti sicuri. Intorno una moltitudine di ragazzi e ragazze affamate.
Continuo verso la piazza.
C’è un gruppo di bravissimo ragazzi su una terrazza che suona e canta musica tradizionale sarda: si chiamano Fantasias del ballos e sono voce, tastiera, chitarra e organetto. Davanti a loro si apre uno spettacolare ballo collettivo, grande, continuo, all’ombra del campanile. Le persone entrano ed escono dal cerchio. I passi si ripetono, si incastrano, si riconoscono, si allineano e si sparpagliano eppure c’è una logica che non riesco ad afferrare. Provo a studiarli, ma mi bastano i volti sorridenti e rilassati.
È uno spettacolo nello spettacolo, in una piccola piazza con sopra il cielo blu della fine del crepuscolo e la luna tenera incollata.
Ci sono giovani, ci sono persone più grandi e bambini, uniti dal rito del ballo. Pochi guardano, pochi stanno a cellulare.
Resto a guardare stupito. L’emozione mi fa scendere qualche lacrima, senza un perché preciso. Mi chiedo da dove sia uscita tutta questa gente. Come sia possibile che si ritrovino tutti lì, nello stesso momento, nello stesso gesto, nonostante lo spopolamento, la crisi, i bimbi che non nascono più. Forse sto solo sognando.
Il paese è piccolo, ma in quella piazza diventa una piccola speranza.
Cammino verso la macchina tra il profumo del fieno e le luci dei lampioni.
Mi chiedo cosa mi attragga di tutto questo. Perché mi commuova ancora. Forse, ecco, è l’unico brandello legame con le mie radici e l’infanzia. Dopo le perdite, dopo gli anni che cambiano le cose. Mio padre non c’è più, diversi parenti sono andati via in questi anni, tanti ricordi si sono assottigliati. È rimasta mia madre, così fragile.
E allora questi luoghi diventano un modo per restare legato a qualcosa che non so ancora definire che forse continua esistere e portarmi nei paesi. E mi richiama anche oggi. Devo trovare assolutamente una parola adatta per questa malinconica nostalgia.